L'Atelier LiberaMente è uno spazio aperto, nella misura in cui va consolidando il suo pensiero e la sua pratica. Un blog permetterà di estendere l'area comunicativa, un "drama" allargato delle idee e delle competenze. Director, E. Gioacchini







giovedì 7 ottobre 2010

"Ho ucciso io Sarah"

Faccio un accostamento che a molti potrebbe apparire improprio o quantomeno incauto. Eccolo...
La terra si tinge di rosso per l'incuria di qualcuno o si bagna di dolore, anch'esso rosso, per la perdita di una principessa. Mi riferisco al dramma del Bel Danubio che da Blu diventa Rosso, rosso-tossico, rosso-alluminio ed a quello di una principessa che non aveva scelto alcuno stagno dove confondersi o al quale chiedere il futuro ed ha trovato la morte nell'abbraccio terrifico della famiglia, lo zio. Questa dannata corsa in avanti, tranne a fermarsi per registrare farne notizia, kermesse dell'audience di un delitto in diretta. Eh sì, perchè anche se consumato il 26 agosto scorso, il crimine contro la vita è riaccaduto nell'ascolto della madre di Sarah ieri sera. La definisco corsa, perchè ha l'incoscienza di una gita in bicicletta a tutta velocità, mentre intorno tutto potrebbe ricevere il nostro soccorso, aiuto, prevenzione...ma tutto spinge a pedalare ed a consumare anche i drammi quotidiani. Importanti derive della Coscienza.
Oggi non ho più voglia di parlare di principesse od usarne la metafora. Oggi è una giornata molto triste, per tutti.

Dammaterapia: la Principessa contesa tra i regni

@ Blue

“Principessa, cosa hai combinato? Vestiti stracciati, il viso imbrattato e tutti quei lividi, quei graffi...Come hai potuto? Come hai potuto fare una cosa del genere?!
Tu, la più bella, la più onorata delle principesse, la perla del regno, l’orgoglio della stirpe: colei davanti alla quale le porte si spalancano, le schiene si piegano ossequiose, le mani si tendono a sorreggere, aiutare, proteggere, tu, come hai potuto? Tu che in vita tua non hai mai udito neanche una parola che non fosse un complimento, un omaggio, un moto di affetto? Persino i rimproveri del precettore e dell'istitutrice non erano altro che un modo diverso di onorarti.
Finire nello stagno, buttarsi nel fango, mischiarsi con i rospi, ascoltare il loro offensivo gracidare e non solo...
Hai familiarizzato con viscidi tritoni, crudeli zanzare, ambigue libellule : è inutile dirti che tu, non solo non dovresti mai incontrare certe creature, ma dovresti addirittura ignorarne l’esistenza.
Cosa hai voluto dimostrare a te stessa, a noi, al tuo mondo?
Che sei adulta, che sei forte, che sei in grado di badare a te stessa? Ma guardati: hai sulla faccia l’aspetto inconfondibile della sconfitta, trasudi amarezza da tutti i pori…roba che in vita tua non hai mai conosciuto neanche una goccia di sudore, né tuo, né altrui. Posso persino vedere quanto è affilata quella punta di coltello che d’ora innanzi porterai tra le costole.
Valeva la pena fare questo? Per che cosa, per chi? Valeva la pena conoscere, sapere, sperimentare?
No, attenta, so cosa stai per obiettare. Lo intuisco da quel guizzo improvviso che sta animando il tuo sguardo. La conoscenza, la consapevolezza, la crescita interiore… Tutto va bene...ma occorre essere preparati, forti, avere capacità e spalle larghe per sostenere e sopportare.
Ricordi Rebecca (fiaba di Barbablù)? Sai chi è, vero? Lei volle andare oltre, volle aprire una porta proibita e quando vide ciò che vide, cosa successe?
Non si può andare oltre ciò che siamo, non c’è sempre la fata madrina a salvarti o una sorella Anna ad accorrere in tuo aiuto. Se non sei in grado tu di salvarti, non può farlo alcun altro. E adesso, stammi a sentire: essere principesse non significa solo privilegi, ma anche avere dei doveri, persino se non voluti, né scelti.
Il popolo ti guarda e sogna un mondo di bellezza e di purezza. Ricorda che c'è un ordine necessario delle cose e dei ruoli che si sente confortato dall'immagine di te che sorridi e porti il ricordo di un’innocenza mai perduta o anche posseduta solo per qualche istante.
Il medico cura, il soldato difende, il sacerdote conforta, le madri accolgono, i maestri insegnano, le principesse sognano e fanno sognare. L'uomo dentro la divisa può essere debole e aver paura, ma il soldato non lo dimostra. Dentro il camice, l'uomo soffre per i dolori di altri, dietro la cattedra, l'uomo dubita, ma il medico e il maestro no, sono lì per fare il loro dovere.
Se tu scendi dal tuo castello per andare tra i rospi, cosa diventi?
Una principessa ferma a metà che penzola nel vuoto, inutile al mondo: non più regale, ma neanche umana, senza un posto dove stare. Non più sul trono del regno, ma neanche nello stagno e questo tu lo hai visto bene.
I tuoi amici nello stagno ti hanno forse sfamato? E tu ti saresti nutrita, come loro , di insetti? Erano felici di giocare con i nastri del tuo vestito, divertiti dalla tua presenza insolita tra loro, ma erano nel loro mondo, al loro posto”.
La principessa avrebbe voluto piangere, ma si accorse di non saperlo più fare. Il dolore era diverso, non poteva più uscirle dagli occhi e poi essere dimenticato; era il dolore dell'esperienza, della conoscenza, un fardello duro che tanti aveva portato alla follia, al degrado, al male, alla rovina, persino sul patibolo.
Affamata, lacera e sporca dopo il lungo viaggio tra le paludi, sapeva che la fata madrina aveva ragione, ormai lei era solo il simulacro impolverato di quella che era prima di andare nello stagno.
Parole di scusa? Giustificarsi? Tentare di spiegare? E poi, quali parole usare? Quelle che conosceva erano ormai inutili.
Senza accorgersene, sentì la propria voce cominciare a parlare: “Sono tornata dallo stagno, perchè sono e sarò sempre principessa. Ma non porto con me solo sporcizia, delusione e inutile sapienza. Ho con me un'emozione, una sola, ma grandiosa. Ne farò un gioiello prezioso, che brillerà sul fondo dei miei occhi, adornerà i miei vestiti, arricchirà le mie mani, accompagnerà i miei movimenti. Il mio popolo vedrà scintillare quella luce e saprà che dietro le vesti regali c'è una donna, una madre, una figlia e ogni suddito sognerà un'innocenza persa e ritrovata. E dirà: è proprio bella, la nostra principessa, è speciale, diversa da tutte le altre, è come una stella, lontana sì, ma sempre al suo posto e noi possiamo alzare lo sguardo e sapere che è sempre lì.
Porterò gli schizzi di fango come una frangia del mio scialle e il fardello prima o poi sarà un compagno di viaggio, perché peserà sempre nello stesso modo, ma nel frattempo le mie spalle saranno diventate più forti”.
Detto questo, decise che era il momento di andare a dormire e si accorse che la fata madrina era solo la fata madrina e lei era “la Principessa”. Sognò lo stagno, i rospi e li vide trasformarsi in teneri, divertenti, girini; le altre principesse avrebbero sognato il Principe Azzurro.

Foto: da  The Princess Diaries, 2001

mercoledì 6 ottobre 2010

Drammaterapia & Storytelling

Mestizia

"No,non voglio rimanere un ranocchio! Voglio che un salto più in alto mi faccia incontrare un posto da cui non si ridiscenda più! Sto quaggiù,  con un ricordo impallidito di chi potrei essere ed imbroglio la gravità di pensieri che non possiedo, grazie a due stupide zampe posteriori da rimettere in moto, sempre, per nuovi balzi nello stesso stagno! A poco più di un metro, sopra il pelo di quest'acqua, la paura si può trasformare in voglia di scoprire e si ha persino più scelta nel selezionare i baci che ci sveglieranno e misurare l'energia da metterci per le trasformazioni dell'amore. Anfibiamente acquoso e terreno vorrei fare questa scelta, vorrei avere questo dono, potrei cercare questa opportunità, ma una corazza verde e viscida mi rende scivoloso il contatto con il mondo. E' utile quaggiù, ma non si addice a desideri maggiori. Qualcuno si accorga di me! Poi balzerò più in alto al punto da non essere più riconosciuto anche da mio cugino più grande, Saltellix. Non riconosciuto sotto, sospeso su chi essere nell'aria, forse toccato dal contatto giusto per essere".
Fece il salto più grande che si fosse mai visto, roteò diverse volte, mentre il vento di quel contrasto con l'aria scapigliava una testa che sognava già di avere, cabriò rivoltandosi in una parabola accellerata e piombò rovinosamente nell'altro stagno poco distante.

lunedì 4 ottobre 2010

Dramatherapy & Hypnodrama: Kamikaze, part I

A Hypnodrama directed by E. Gioacchini, powered by Creative Drama & In-Out Theatre

Dramatherapy & Hypnodrama: Kamikaze, part II

Hypnodrama directed by E. Gioacchini, powered by Creative Drama & In-Out Theatre (Rome)

sabato 2 ottobre 2010

Drammaterapia e la capacità di interrogarsi

@ Beatrice
su "Drammaterapia & Empatia, parte II"

Ci sono dei momenti nella vita, in questa sfrenata corsa, mentre il vento ti accarezza il viso ,il sole illumina il tuo essere e i suoi raggi ti attraversano, dando benessere alla tua anima, tali da farti sentire la leggerezza  e poter dire "io vivo, sono viva". Principessa e ranocchia: la differenza la fa come ci sentiamo, cosa vogliamo. Oggi mi sento principessa perché, oggi voglio essere ranocchia perché. Mille domande, tante ingiustizie che offuscano il nostro universo. Ogni giorno ci trova ad interrogarci. La principessa che vive in un bellissimo castello con affetto, ricchezza, potere, sicurezza, quando esce, si ritrova fuori da tutto ciò e si rende conto che non è cosi; lotta con l’insicurezza, l’amarezza di trovarsi di fronte l’altro e di non riuscire a carpire il suo desiderio. Forse non è riuscita a trovare dentro sé emozioni, responsabilità. Perché il suo dolore e tristezza non viene recepito dal rospo che si lascia morire? Perché quel calore tiepido non riesce a far capire che la vita è anche lottare senza arrendersi mai? Perché i genitori, il Re e la Regina, convinti di essere dei bravi genitori, non lasciano la principessa libera di fare delle scelte? Perché la principessa è felice di poter vivere una realtà che non le appartiene, ma che la rende felice, libera? Tutto questo non possiede una sola risposta, ma tante.; spesso non siamo pronti e disponibili ad accettarle oppure a farle esperire dentro. Si può consolare o essere, amare ed essere amati, incontrare la responsabilità e farla tua, regalare un sorriso o riceverlo, ascoltare l’altro, ed essere compreso.




Inguaribilmente attori questi attori!

Assolutamente diretti da un director...psichiatra!
@ Director
Ieri sera abbiamo festeggiato l’aggiunta di una anno di “saggezza” per tre delle nostre attrici. Sì, insomma…hanno fatto da poco gli anni! La loro (come anche nostra) importante “discesa” verso il compimento del mito platonico di Er, accompagnate dal Daimon che, come dice Hillmann, non si deve temere ci abbandoni. La nostra capacità vocazionale, quella che in fondo lasciamo esprimere in scintille del Daimon (le chiamiamo risorse), può essere rimandata, ma non elusa. E così, in un’atmosfera tutta peruviana, che ancora oggi l’aroma dei cipolla ci ricorda (!), abbiamo chiesto alle tre donne, quale stella le accompagnasse, quale colore associassero all’anno che viene, che cosa è migliorato della loro “immagine” con il trascorrere degli anni (a dispetto del cosiddetto invecchiamento), con chi vorrebbero partire al momento per un viaggio improvviso e verso dove…ecc, ecc…Abbiamo celebrato, brindando, il mito dietro la scarna, polverosa fattualità delle cose, tuffandoci nel mondano, con lo sguardo alle “stelle” che un poetico Guccini ci regalava. Doverosamente ad occhi chiusi, perché la nostra vista non fosse ingannata, sisono riconciliati a passi di danza il ranocchio e la principessa che sognano la nostra vita.
E poi, in finale, il saluto al suono di uno scrosciare di pioggia, da dentro al tubo etnico che lasciava scivolare mille grani lentamente (grazie Mareliz).
Siamo pronti per Barba Blù. Empaticamente pronti, Beatrice! Andrà in scena a dicembre e questa settimana comincia lo studio delle parti. Sembra che sia eterna la contesa dell’amore…dallo stagno…alla stanza segreta…lungo un sogno di libertà. Director

venerdì 1 ottobre 2010

DRAMMATERAPIA & EMPATIA

Parte II
Secondo la veduta di molti esperti (ed anche la mia), il "bisticcio" tra cognitivo ed affettivo, riguardo cosa costituisca l'empatia, è solo il risultato di ottiche che accentano maggiormente ora il versante razionale, ora quello più psicodinamico dell'item. Infatti, qualsiasi comportamento animale/umano, anche appreso, è indisgiungibile dalla sua matrice biologica, tesa al riconoscimento tra quanto familiare o meno, amico o nemico, conosciuto ed estraneo, esiste "là fuori", nella finalità di istinti che ci governano di sotto e che sono vestiti a festa nella Kermesse della cultura. Le quattro forze elementari, se vogliamo, anch'esse hanno costruito l'universo attraverso il processo dinamico tra l'indistictum ed il distinctum. Che nuove forme di selezione delle specie umana possano un giorno intervenire a modificare il nostro statuto instintuale, non è escluso, ma non sembra al momento in atto. Ogni percezione, anche nuova, ci riporta a categorizzazioni mentali archiviate attraverso l'esperienza; ma la stessa esperienza si modula attraverso pensieri che hanno una componente ideativa ed una affettiva. La mente è sempre parziale; anzi "auto-parziale", "gruppo-parziale", "specie-parziale", direi, parafrasando l'istinto di conservazione (il più importante)! Voglio dire che essa gioca in adattamenti esperenziali e virtuali (le prove d'autore silenziose, immaginifiche, del nostro pensiero, sotto forma di simulazioni, anche al di fuori dell'azione) che lavorano costantemente in bilico tra autoplastico ed alloplastico.
La stessa teoria dei "neuroni-specchio" supporta questa ipotesi; una popolazione di neuroni visuo-spaziali che si "accendono", cioè funzionano, in relazione alle stimolazioni visive, fotografando comportamenti e gettando le basi per l'apprendimento da parte del soggetto mediante il processo di "imitazione". Questo fine circuito neuronale, presente nei primati, in alcuni uccelli e nell'uomo  (Mirror Neuron System, MNR) svolge una funzione fondamentale nel processo di comprensione del comportamento degli altri e, quasi certamente, è implicato in quei processi funzionali a quello che noi definiamo come il sentimento di "empatia". Questo tipo di ricerche ed evidenze scientifiche sono infatti quelle che a ricercatori come David Dobbs fanno affermare che "Mirror Neurons seem to effect everything from how we learn to speak to how we build culture".

http://www.dreamgrow.com/tag/mirror-neurons/
Ho fatto delle precisazioni che ci hanno allontanato formalmente dal teatro e dalla drammaterapia, ma che danno modo di comprendere bene come anche nel lavoro teatrale, nella sua dimensione visuo-spaziale, neuroni-specchio, istinti e cultura giochino tutte le carte di un punto di arrivo che nell'evoluzione è anche sempre un punto di partenza e che cerca di affinare la nostra esperienza anche laddove non si tratta più di muscoli e nervi, ma di evoluzione della coscienza e dunque dell'inconscio.
Le prime forme di teatro sono state riconosciute in certe forme di teatro sciamanico, rintracciabili trasversalmente in differenti culture sul nostro pianeta. Lo sciamano che media tra il mondo degli spiriti e gli umani, tra le differenti forze positive e negative che ci determinano e che costituiscono la proiezione di sentimenti nuovi, nati da 1) un salto evolutivo importante avvenuto nella morfologia e funzione del nostro cervello; 2) dalla nascita della "mente". Se la mente rappresenta "dentro" quanto è "fuori", una nuova "economia" affettiva, direbbe Freud, obbliga l'uomo a proiettare di nuovo fuori, agli altri, il suo teatro, cioè quanto introiettato ed elaborato nella sua esperienza. Anche la cultura, nel suo totale, è la rappresentazione di questa progressiva e sempre più raffinata proiezione mentale della nostra interazione con l'ambiente . Gli istinti di morte e quelli del piacere hanno ora, con la coscienza, un campo esteso in cui dialogare, creando pensieri mostruosi, opere mostruose e lirismo ed evoluzione. Io sono di coloro che credono fermamente che la poesia e l'arte possano costantemente "salvare" il modo. (continua parte III)

giovedì 30 settembre 2010

DRAMATHERAPY, TOWARDS THE CHANGE

@ Sole

Il "cambiamento" include necessariamente un risveglio della coscienza, che non avviene se non sappiamo vedere l’altra versione di noi stessi , talmente presi da un immagine di noi ben delineata, da non sentire il desiderio di guardarci dentro. “Come mi vedono gli altri?”. Bella domanda , ma ancora più difficile rispondere alla domanda “come mi vedo io?” Sicuramente gli altri vedranno qualcosa di noi che non vediamo, mentre il nostro pregiudizio, spesso inflessibile, ci condanna ad una coscienza assopita e a volerla risvegliare, c’è da demolire pareti ed aprire finestre per far entrare la luce, allora tutto ci può essere più chiaro. Abbattere le barriere della nostra mente razionale che ci imprigiona e lasciare che l’istinto, quella parte animale di noi, ci conduca la dove abbiamo timore di andare. Guardarsi dentro, per migliorare fuori, accogliere un pensiero di te e scoprire il desiderio di conoscere te stessa, un piccolo passo che ci può portare lontano e capire che in fondo quel cambiamento non fa poi così paura. Per andare oltre, avanzando in mare aperto.



CYRANO

Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto, infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perchè con questa spada vi uccido quando voglio. Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;

godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l' ignoranza dei primi della classe. Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna. Gli orpelli? L'arrivismo? All' amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!

Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti, venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese. Non me ne frega niente se anch' io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato; coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!

Ma quando sono solo con questo naso al piede, che almeno di mezz' ora da sempre mi precede, si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore, che a me è quasi proibito il sogno di un amore; non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute, per colpa o per destino le donne le ho perdute e quando sento il peso d' essere sempre solo, mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo, ma dentro di me sento che il grande amore esiste, amo senza peccato, amo, ma sono triste perchè Rossana è bella, siamo così diversi, a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi...

Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un' altra vita; se c'è, come voi dite, un Dio nell' infinito, guardatevi nel cuore, l' avete già tradito Venite voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l' uomo è solo in questo abisso, le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali; tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!

Io tocco i miei nemici col naso e con la spada, ma in questa vita oggi non trovo più la strada.Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo, tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo: dev' esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto.Non ridere, ti prego, di queste mie parole, io sono solo  un'ombra e tu, Rossana, il sole,ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora ed io non mi nascondo sotto la tua dimora perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano, se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo...Cirano

@ Director
Quest'uomo...stanco nel compromesso, per il compromesso, del compromesso, nella stagnante acqua dei propri ideali e timori. Convinto che basti muoversi, agire, imbrogliare la vera storia dei propri pensieri e bisogni più autentici, oltre quelli che la cultura gli consegna, per non cadere nella disgrazia di una "storia" personale e sociale che invece è sempre la stessa. Con l'alibi di un vigore fisico che lo fa gridare sulla sommità della vetta; se serve, affrontando gelo e tormenta, deserti ed eserciti. In fuga in avanti, a sorpassare la propria ombra, in un gioco infinito. Finalmente, egli si osserva. Posa il gladio sulla riva immota dello specchio d'acqua scuro...che a poco servirebbe, maldestramente afferrato dalle dita di una zampa allungatasi durante la notte. Nel riflesso, pallido anch'esso, della luna e al canto di di qualche prossimo verdognolo compagno di salti:
"Ma quando sono solo con questo naso al piede,che almeno di mezz' ora da sempre mi precede, si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore che a me è quasi proibito il sogno di un amore...
Quest'uomo, questa donna devono scoprire che non basta discutere di filosofia e scienza od imbrogliare il senso di morte con gli ideali e l'istinto di procreazione, perchè vi sia un senso alla propria avventura. Un capriccio della natura, un soffio del Dio, li ha tolti dall'acqua sepolcrale della coscienza, forse l'amore può "destinarli" più compiutamente ad un incontro. La strada della rinuncia, quella della sfida? E' il caso di dire che, in questo caso, non vale il tertium non datur. Biologia e cultura dialogano dentro comunque e la coscienza di questo dialogo, mentre si svolge, è la terza via..

Video: "Immagini dal film Cyrano de Bergerac regia di Jan-Paul Rappenau con Gerard Depardieu. Musica, Cyrano di Francesco Guccini". Per gentile concessione da Erandil 88.

mercoledì 29 settembre 2010

Drammaterapia: potenza della parola e del gesto

@ Astra

Scorrendo, guardando e scrutando le foto, così nitide e vive, così chiare da riflettere in pieno le situazioni che avevamo vissuto, mi sono chiesta, nonostante tutto quel bel vedere, perchè avessi recepito in maniera quasi sfocata quello che si stava svolgendo intorno a me. Stimolata dal Director, mi sono resa partecipe con calore, e quindi la mia parte accogliente è diventata protagonista: attraverso quell'abbraccio mi sono ritrovata nella condizione a me favorevole. Perchè la morte di un ranocchio l'ho sentita solo attraverso una parola e non attraverso il dramma dell'evento. Invece, chiamata ad accogliere e consolare la principessa ero lì con tutta me stessa, a vivermi l'incontro. Spesso nella vita, si perde il gusto della scoperta, del donarsi e del rischiare e si è spinti,come quella principessa, a non voler uscire dallo stagno, perchè protetti da una situazione rassicurante e priva di sorprese. Quello che ci deve spingere fuori dallo stagno è il desiderio di riscoprire l'amore con il mondo, avere la volontà e la curiosità di vederlo da una prospettiva diversa e con la consapevolezza che esso ci può essere amico, consigliere e da guida nella via che ci troviamo a percorrere, ma tenendo anche presente che, in qualsiasi momento, siamo sempre noi a decidere dove vogliamo andare veramente.

"... siamo sempre noi a decidere dove vogliamo andare veramente"

Drammaterapia e le resistenze al cambiamento

@ Libertà
Riflessioni sulla morte del ranocchio.
Perchè decide di morire? Forse stanco di non essere ascoltato da una principessa che troppo timidamente cerca di svegliarlo, anche se egli prova a rassicurarla, aspettando forse un gesto che poi arriva su sollecito, quindi non scelto. Mortificato da tutto questo, decide che non ne vale la pena. A mente fredda, capisco che senza scelta non c'è gioia di incontro, non c'è dono, non c'è vita umana, ma c'è una scelta conveniente o forzata o di quel momento: a questo punto perchè risvegliarsi, per prendere cosa! La scelta di morire è per poter rinascere e vivere, che si incontri una principessa o meno non è dato sapere; l'importante è provare a vivere consapevoli dei nostri limiti e alimentati da quel desiderio magico di un incontro, di un sorriso, di uno sguardo e di tutto quello che la vita ci può dare.

Consapevole del mio umano limite, costruito nel corso della mia vita spero sempre di poter contare su qualcuno che nei momenti di immobilità sia lì a stimolarmi contro me stesso. Perchè è proprio questo il mio, il nostro pregiudizio verso noi stessi: gli altri sono solo un paravento al nostro voler vivere. Mi rendo conto, scrivendo, che è complicato solo redarlo e immagino quanto sia difficile attuarlo, anche perchè siamo portati a ragionare in termini di obiettivi da raggiungere e invece l'obiettivo non è altro che un blocco di partenza per continuare il cammino, alcune volte correndo, altre più piano, qualche volta riflettendo  (come mi accade ora). Per non ricadere nei meccanismi passati, ("...zampetta verde sotto mantello di ermellino"), non bisogna mai mostrare il fianco alla nostra comodità-scomodità e provare a viverla. Grazie a tutti che mi date la possibilà di sentire ed elaborare queste cose.

martedì 28 settembre 2010

Drammaterapia: "... vedere un'altra versione di se stesso e sentire il desiderio di conoscerla"


@ Blue

Nero, con un suo commento flash, ha innescato un nuovo spunto di riflessione. Egli ci parla di ranocchie e principesse, ribaltando la situazione vissuta nella fiaba del "principe rospo"....

Noi ranocchie, imprigionate in corpi di principesse, a volte cerchiamo di negare quella parte animale che celiamo nell'archivio della consapevolezza. Nascondiamo anche a noi stesse un desiderio prepotente di sguazzare nel fango di uno stagno, ma quell'istinto rinasce ogni volta che i nostri piedini, calzati di vezzose scarpette, incontrano una invitante pozzanghera ai bordi delle strade. A volte, ci possiede una insana voglia di cantare a squarciagola, in sommo spregio delle regole del solfeggio e dell'armonia, come se riaffiorasse un ricordo lontano di selvagge gracidate nell'umidità della notte. Impossibile frenare, in certi momenti, quella voglia prepotente di strapparci di dosso gli abiti sontuosi, di smettere di nutrirci di miele e di petali di rosa per abbuffarci di pizza (anche poco cotta). Che gioia selvaggia quella di abbandonare il portamento regale e i passi di minuetto per tornare a saltare e scoprire che il quadricipite delle zampe posteriori non ha mai perso la sua funzionalità.!! Noi principesse-ranocchie non chiediamo di essere amate o apprezzate per l'uno o l'altro aspetto della nostra natura: vogliamo solo “esistere” così come siamo, e vivere la nostra duplicità, senza interrogarci con doloroso stupore su chi siamo veramente.

Duro vivere così oggi: in tutti i reami del mondo delle fiabe reali vige la legge che, sei vuoi essere vincente, devi essere principessa. E se sei principessa, devi rimanere giovane, graziosa, controllata, infallibile, ossequiosa, attenta, rispettosa dei desideri altrui PER SEMPRE. Alcune attendono, statiche e inerti, un principe azzurro, perfetto dalla piuma sul cappello fino allo stivale di pelle rossa, capace di fare i miracoli più impensabili: risvegliare una condannata al sonno perpetuo, con un bacio come pure garantire soldi, casa, rispettabilità, vacanze al mare, sicurezza per tutta la vita alla figlia di re. Altre, confidano per i i momenti difficili nell'aiuto di fate madrine che si materializzano quando “le cose si mettono male” come, ad esempio, quando, per farti notare dal principe al ballo, devi avere l'abito giusto e devi allontanare il sospetto che in te si nasconda una ranocchia (assumendo che essere un poco ranocchie sia una cosa sbagliata). Comunque sia, le fate madrine sono altamente specializzate nella soluzione dei problemi principeschi e ogni tanto si materializzano, ma resta il fatto che chi tra noi è più anfibia di altre sa che , tutto sommato, aspettare un principe o una fata per gran parte del tempo può essere molto noioso.

Per fortuna, a volte, incontriamo principi imprigionati in corpi di rospi, li riconosciamo e sappiamo che qualcosa può cambiare.

Non è una cosa semplice incontrarli e riconoscerli però: prima bisogna uscire dal giardino del castello, senza ancelle o fate madrine; poi occorre vincere la repulsione e, infine, accettare che possa esistere qualcosa di tanto diverso da ciò che conosciamo. Quelle verruche, quel modo di gonfiare il collo, tutto quel repellente fango che li ricopre.... quanto è lontano dal mondo pulito, lindo, ordinato delle nostre camerette con letti a baldacchino! Eppure, quella lontananza dalle nostre certezze, a poco, a poco, ci conquista e non sappiamo resistere alla curiosità di osservarli meglio, di far spaziare il nostro sguardo sulla loro schiena arcuata, sulla loro forma tondeggiante che sembra fatta apposta per essere contenuta, giusta giusta, nel palmo delle nostre mani unite. Ecco, in quel momento le principesse sono pronte per incrociare i loro occhi con quelli del rospo e quando ciò succede, è come mettere un libro allo specchio. Anche se viste al contrario, le parole sono sempre le stesse, non cambiano di significato, ma solo nella forma in cui si presentano.

Così le principesse ranocchie e i rospi principi comprendono che in quello sguardo cruciale c'è la vera magia che non è quella dei baci resuscitanti o delle bacchette di fata. La vera magia è quella di vedere un'altra versione di te stesso e sentire il desiderio di conoscerla, di portarla con te, di accoglierla in te. Se un rospo può desiderare di riappropriarsi della sua natura più nobile (chiamiamola pure “umana”), fatta di coscienza, di cultura, di relazioni complesse, di ricordi e di emozioni, perchè noi principesse non dovremmo desiderare di ritornare a una dimensione più “animale”, fatta di istinti e di comportamenti giusti perchè opportuni secondo natura? Ma come si fa a comunicare questo bisogno reciproco? I rospi gracidano e le principesse parlano.

Si deve cercare un punto di incontro e la geniale fanciulla ricorre al bacio: se le belve schiudono le labbra e mostrano i denti per minacciare e allontanare, la bocca estroflessa, soave e silenziosa, protesa verso il regale anfibio, invierà a questo una richiesta di avvicinamento e di abbandono. Ora l'incantesimo si compie e , oltre alla comprensibile contentezza di vedere materializzato il più bel principe di tutti i reami, la principessa prova la gioia impagabile di sentirsi finalmente vera, completa, riconosciuta, libera. E il lieto fine potrebbe essere questo, senza bisogno di nozze fastose e di “e vissero felici e contenti..”.

Foto: foto di scena dal laboratorio di storytelling "Il Principe Ranocchio", Atelier Liberamente, 2010

DRAMMATERAPIA & EMPATIA


Parte I

L'empatia è un sentimento che nella discussione sulla sua natura, come l'amore, rispolvera l'istinto e la cultura, il gruppo e l'individuo nelle sue particolarità. Se genericamente tale comportamento può essere individuato nella capacità di porsi "in the other'shoes", nei panni dell'altro nella estesa relazione con il mondo, sappiamo però che ha una origine tipicamente "teatrale: nasce per designare il sentimento dell'attore, cantore di storie, verso il suo pubblico.

Dall'Enciclopedia Treccani, Empatia s. f. [comp. del gr. ἐν «in» e -patia, per calco del ted. Einfühlung (v.)]. – In psicologia, in generale, la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale. Più in partic., il termine indica quei fenomeni di partecipazione intima e di immedesimazione attraverso i quali si realizzerebbe la comprensione estetica.

Carl Rogers, 1970
[Credit: Courtesy of Carl Rogers]Dall'Enciclopedia Britannica, empathy, the ability to imagine oneself in another’s place and understand the other’s feelings, desires, ideas, and actions. It is a term coined in the early 20th century, equivalent to the German Einfühlung and modeled on “sympathy.” The term is used with special (but not exclusive) reference to aesthetic experience. The most obvious example, perhaps, is that of the actor or singer who genuinely feels the part he is performing. With other works of art, a spectator may, by a kind of introjection, feel himself involved in what he observes or contemplates. The use of empathy is an important part of the counseling technique developed by the American psychologist Carl Rogers.

Quando la tragedia greca proponeva sulla scena gli elementi della sventura, della disfatta, della persecuzione e contestualmente chiedeva alla parte dell'attore il superamento degli ostacoli oltre quella condizione di "crisi" rappresentata, era proprio il sentimento empatico a permettere che il suo pubblico sentisse propria la vicenda. Il dramma rappresentato parlava così di quanto appartiene alla storia degli uomini e degli dei, dell'eroe e del malvagio, arrivando a scuotere la coscienza. In un illuminato capito di un volume di Rush Rehm, "Radical Theatre: Greek Tragedy and the Modern World" (London, 2003,Classical Inter/Faces), intitolato "Tragedia e Ideologia", l'autore esamina l'attualità di quanto proposto dal teatro greco nella società moderna, il suo ruolo "mediatico" nel suggerire da sempre il superamento di cliche culturali, facendo attingere alle risorse individuali e gruppali.

"La tragedia greca pone i suoi protagonisti in situazioni letteralmente terrificanti, delle quali questi hanno piu’ o meno responsabilita’, dove molto e’ in gioco, e poi chiede loro di agire. La parola greca per questa difficile situazione, krisis, non sta ad indicare distruzione o caos, come accade invece con il nostro termine "crisi", ma implica piuttosto una scelta o una decisione.

Premesso questo, gli individui di una comunita’ che si trovino ad affrontare una situazione critica, sono soggetti a numerose influenze, tra le quali i modelli precedenti di comportamento appropriato. Potremmo chiamare la matrice di queste influenze "ideologia": l’intreccio di quei presupposti che i membri di una societa’ posseggono, o ci si aspetta che posseggano, a cui sono educati o indottrinati, e per i quali ricevono riconoscimento. In circostanze normali, l’ideologia passa inosservata e non viene messa in discussione, a condizione che abbia una base di idee, valori e azione.
Nei momenti di crisi dunque, la gente tende ad attingere a questi modelli di pensiero e azione, convalidando l’ideologia che ha plasmato la loro reazione. Tuttavia, quando gli eventi diventino sufficientemente gravi o traumatici (come sono generalmente quelli della tragedia greca) la gente puo’ anche arrivare a mettere in discussione questi modelli, e spezzare i soliti circuiti obbligati di comprensione e reazione. In tal modo, circostanze estreme aprono nuovi orizzonti di pensiero e azione, e generano nuove crisi (scelte) che hanno in se’ la possibilita’ di trasformare e anche indebolire i regimi dell’ideologia" (Riportato da PeaceLink, 20 luglio 2004 - di Rush Rehm - trad. P. Merciai)

Il valore "rivoluzionario" è implicito dunque nel teatro; la sua capacità di sollecitare nella coscienza ribaltamenti delle situazioni rappresentate, di spingere oltre l'oblio e la morte il senso del pericolo di  resa agli eventi che la coscienza ha permesso di osservare ed articolare, e di questo abbiamo già parlato diffusamente. Se empatica è la comunicazione tra attore e spettatore, quando il teatro riesce (altrimenti non vi è tetaro, ma rappresentazione), assolutamente empatica si richiede che sia quella tra gli attori e tale elemento acquisisce un senso anche più ampio nel caso della drammaterapia. Qui sono in gioco le reciproche rappresentazioni della scena, in bilico di imperfetta armonia con quanto previsto dal testo. E' comprensibile che si generi una costante dimensione transferale, che invece non è richiesta al teatro; che con quella si lavori e si alimenti il processo drammaterapico. (segue parte II)

lunedì 27 settembre 2010

Drammaterapia: Blue Beard ed i rischi delle Principesse



Le principesse hanno il privilegio di svegliare, rompendo sortilegi; sucitare l’invidia e l’ira delle streghe, delle donne e degli uomini, il loro amore e disprezzo. Sanno osare, addormentarsi in attesa del segnale giusto, riconoscere bene il marron dall’”azzurro” e dunque scegliere. Il loro amore ispira grandi gesta; per loro si fanno guerre, con loro si fanno durature paci. Con loro si vive felici e contenti o ci si danna. E mentre andiamo a considerare questo, sullo sfondo di Ranocchi in attesa della grazia che grazia e Principesse intente nel lavoro dell'amore, ci si appresta allo studio di Blue Beard ed alla sua messa in scena a dicembre.
Sì, una principessa supera la magia, anche quella di una chiave insanguinata, contaminata dall’errore e, se vuole, resetta tutto e ricomincia daccapo. La macabra consolazione (perché vera), piena di ironia (ma tragica), è che abbia rischiato di lasciarci la testa, in questo gioco pericoloso dell’amore, dove si straccia e si è stracciati, fuori e dentro le favole.

“ (amore)...per prima cosa è sempre povero, e è ben lungi dall’essere delicato e bello, come i più se lo figurano, anzi è grossolano, mezzo selvatico, sempre scalzo, vagabondo, sta sempre buttato in terra e senza giaciglio, dorme all’aperto davanti agli usci e nelle strade, perché ha la natura della madre, sempre compagno di casa dell’indigenza. Ma da parte del padre è uno che tende insidie a ciò che è bello e buono, essendo di natura virile, audace, violento, gran cacciatore, sempre occupato a tessere qualche trappola e desideroso di intelligenza e pieno d’espedienti, tutta la vita dedito al filosofare, abilissimo imbroglione, esperto di veleni e sofista; inoltre né è per natura immortale né mortale, ma a volte nello stesso giorno fiorisce e vive, quando le cose gli vanno bene, a volte invece muore ma di nuovo torna a vivere per la natura paterna, sempre scorre via la ricchezza che si procura, così che Amore non è povero né ricco, e allo stesso modo si trova nel mezzo fra sapienza e ignoranza” (da il Simposio, Platone).

Nel laboratorio del Principe Ranocchio, la Principessa finalmente esce dal guado pericoloso e fantastico dello stagno, grazie alle braccia di una compagna che da fuori la chiama a sè. Non il padre Re, nè la madre Regina, nè il Principe Azzurro, ancora un poco Marron per il recente soggiorno paludoso...L'amicizia con il mondo si rinnova, nelle braccia di un'amica, donna, rispecchio di madre genitrice ed insieme di figlia. E' questo che avviene. Nei momenti più gravi nessuno ci può salvare; debbono esserci i mezzi, questo è certo, un farmaco, una parola, un gesto, un'uscita, ma l'autonomia delle intenzioni è sovrana...altrimenti finirebbe, questo mondo, per tirarti per le zampe come accaduto al povero ranocchio, rendere incosciente la tua azione, priva di energia e senso. L'amore non può salvare, se questo non esiste in te a stipulare i difficili contratti con la vita e persino il suo dono trova luoghi adatti come dimora se tu li hai preparati, hai desiderato quello per chi tu sei e puoi essere altro e non solo la sua conquista. L'amore, affermava Carotenuto, si veste di luoghi e sembianze così difficili da spogliare dalle nostre, senza abbandonarci un poco ed andare oltre... 

Drammaterapia: come lavora la trance


Hypnodrama, Il Principe Ranocchio

Accendere la lampadina interna, che fa buio fuori, comunque gli occhi si tengano, aperti o chiusi, è una pratica trasversale a tutte le culture, che si getti uno sguardo alla meditazione zen, allo yoga, all’ipnosi ed a moltissime altre discipline spirituali. La nostra interpretazione psicologica nulla toglie al fenomeno che comunque può instaurarsi quando praticato attraverso un allenamento specifico o, occasionalmente, occorrere nella vita quotidiana. Ma se poi ci si riferisce alla esplorazione ed al suo utilizzo, allora è bene chiarire che nulla avviene spontaneamente in tal senso. Insight improvvisi ed inaspettati ci raggiungono molte volte dalla profondità del nostro Io, ma diversa cosa è “andare a caccia” di noi stessi. Il lavoro con la trance, ad esempio, sia che ci riferiamo all’autoipnosi che all’hypnodrama come praticati nel nostro atelier, è un insegnamento che in alcuni suscita resistenze, perplessità, insomma un "safari" che può essere temuto, anche se si è motivati  a riceverlo: accettiamo di sognare la notte, ma cosa diversa è ritrovarsi a farlo nel corso di un laboratorio insieme a compagni di viaggio che performano le loro abilità e risorse creative. Tuttavia, il tempo sa lavorare in profondità, come il vento e l’acqua ed un motivato investimento in pratica spesso raggiunge, anche presto, notevoli risultati. Basta uno schiocco delle dita dell’operatore, una volontaria chiusura degli occhi, un segnale che ci diamo internamente, un silenzio prolungato nel setting dramma terapico, una scena dove siamo spinti a far lavorare attore e personaggio insieme ed intensamente, una emozione significativa per noi …ed ecco che avviene la discesa dentro, abbandonando la scena di fuori o facendola coesistere, come nell’hypnodrama. Il viaggio verso l’autenticità –abbiamo già dibattuto tra verità ed autenticità- ha inizio e la nostra parte è “recitata” con la "voce" che ci appartiene, ad onta di quella che esigerebbe il testo, il personaggio, il director. Infrazione creativa che fa lavorare il processo drammaterapico verso una nuova definizione di noi stessi e del canovaccio ed i suoi simboli. Dopo, si tratterà di considerarle con l’aiuto dell’Io cosciente, raziocinante insieme alla calda compagnia del nostro vissuto e delle sue emozioni.

domenica 26 settembre 2010

Drammaterapia: coscienza e drama


Il "rito"
Dopo l'acquisizione della coscienza, l'animale uomo si è confrontato con il dolore dell'anima, differente da quello "recettoriale", con la paura che accoglie la possibilità di autodeterminarsi senza l'ausilio del solo istinto e, a volte, addirittura in contrasto con esso. Responsabilità che inebria di potere, che regala la fascinazione dell'illusione, della speranza, dell'idea del sovrannaturale, il panico della preveggenza. Il pericolo della caduta nel peccato "originale", in una visione laica, potrebbe essere il "confine" che contiene ed insieme limita -e così protegge. Non sono più la madre natura e gli adattamenti a garantire la sopravvivenza della specie, del gruppo e dell'individuo, ma qualcosa che attiene ad un prodotto della sua coscienza: la consapevolezza della propria finitezza, del proprio breve viaggio vitale e destino e le risposte che egli darà. Ed allora l'istinto dentro di lui si coniuga con la sua nuova dimensione "intelligente" e celebra nel "rito" lo scampato pericolo dello stato inconsapevole, confortandosi nel gruppo, l'empatia si costruisce sull'istinto di specie: questa è la dimensione del drama. L'agito gruppale di una tensione di smarrimento che intende esorcizzare la dimensione di fantasmi invece inesistenti nella mente dell'animale od appena, accennati, se è vero che essi sognano -ed è vero-, ma senza la consapevolezza di farlo. Il drama produce, ritualizzate, espressioni grafiche, canti, racconti mimati, danze e si associa persino al bisogno  nuovo di proteggersi dalla natura ed usarla, creando il linguaggio, il racconto orale, la scrittura, il linguaggio musicale, la commedia, la tragedia la sceinza e la tecnologia. In tutte queste espressioni, che costituiscono la cultura, sempre quel bisogno di significare "pericoli scampati" e "soluzione dei problemi" e, celebrando il potere di saper riconoscere la sconfitta, così dominata, capace di scrivere anche tragedie, letterarie e vere.  Il Male ed il Bene sono i prodotti della sua intelligenza, dell'appena nato "libero arbitrio" sopra gli istinti, con il limite di una sapienza ancora da conquistare, simboli che pervadono, contenendo la sua azione, che siano codici privati o partecipati. Tutti i suoi prodotti culturali si connotano della morale solutoria, della storia che "finisce bene", come del "vissero felici e contenti" ed il sotteso timore che tutto non possa sempre essere così è comunque contenuto da storie e racconti ad esito infausto, che costituiscono la sua creazione, dunque dal quale non può essere colpito alle spalle. Non ci auguriamo "in bocca al lupo" e creiamo limiti ivisibili alle nostre azioni come gatti neri, specchi infranti, sale a terra, passaggi sotto una scala, tredici a tavola, specchi pericolosi...? Una "virtualita" di pericoli che si chiama "magia", che si nutre di tradizione, che possiede nel suo cuore il passaggio fondamentale attraverso la coscienza dell'essere e la sua ora cosciente fragilità.



Questo conciso preambolo a spiegarvi che anche nel lavoro drammaterapico vive, riassunto, questo processo. Osserviamo l'esperienza dell'ultimo laboratorio, dove un ranocchio, forse, potrà ridiventare il principe che è, grazie all'azione (bacio) di una fanciulla. Sono state descritte le paure, l'impotenza, l'incomunicabilità, il dolore e, tuttavia, anche quando tutto sembrava precipitare verso una disfatta, è sempre alitata la speranza, l'illusione, la magia del drama: comunque le tre coppie si sono "salvate". Comunque il principe, angosciato di rimanere ranocchio, ha abbracciato la sua principessa; quello perplesso dalla eburnea e marmorea freddezza dell'ospite ha dato colore e calore all'abbraccio finale e la rigidità del terzo principe è stata finalmente corrotta dall'azione ostinata e strategica della mia aiuto-regia nei panni di principessa, anche lei! Ecco qui, ancora una volta, la correzione "magica": quando le cose si mettono male, l'istinto che collude con l'intelligenza asuperare ostacoli -e spesso vi riesce-, che resetta la "drammaticità" della situazione e "decide" che tutto debba andare bene.
Lo scorso anno, il CDIOT ha vissuto questo "essere in bilico" tra caduta, resistenza e vittoria nell'epica della drammaturgia sul "il Rinoceronte", così come era stata redatta attraverso i feedback degli interpreti-personaggi che avevo colto durante i laboratori (l'In-Out del nostro statuto operativo). L'avevo intitolata appunto "Things go wrong"...le cose si mettono male. Quel momento lucido o confuso dove bisogna fare scelte: arrampicarsi sugli specchi della nostra cultura, lasciar suonare gli istinti che dentro abbiamo, dare spazio al sentimento, alla ragione? Un quesito che diventa solo estetico, dove, in questi termini, non  esiste verità. 

sabato 25 settembre 2010

Drammaterapia, quando la Principessa s’immerge nello stagno. Meta-analisi di un frammento di laboratorio









Parte II
La Principessa è stata oramai strappata allo Stagno, così tanto sottratta a quel luogo che parte di esso vi rimane attaccato...Un piccolo ranocchio, forse Principe anche lui, forse solo anfibio è trascinato via dal suo luogo nel vortice che vuole riprendersi "umana", sulla terra, la giovane fanciulla. Le lunghe zampe posteriori allungate, lui sul fianco, stremato dal tentativo di trattenere l'allegra e dolce compagna di giochi. Tutti osservano. Silenzio e sconcerto, mentre il director indica che "qualcuno", in questa diatriba tra crescita ed involuzione, tra libertà e possesso, "ci ha lasciato le penne"!  Il ranocchio è morto, lui...così avezzo per natura a praticare tra terra ed acqua, forse è stato fiaccato da un tentativo che spostava il suo progetto a cercare altro. La Principessa lo osserva, sicuramente con grande dolore; Il Re padre è sconcertato, direi impietrito,  e con lui Regina madre; ogni donna è comunque madre nella vita..Quel corpo freddo è ora più freddo di quanto la natura preveda per lui. Non si muove, viene spostato, tirato per le zampe in un luogo più asciutto, più "umano", come quegli sguardi impauriti che ora lo stanno osservando. Sì, è morto ed allora intorno a lui il corteo degli "umani" si affanna in carezze che vorrebbero tirarlo indietro, nella vita, indietro nella storia. Il Re padre: "...se questo ranocchio è perito, in lui è morta anche la possibilità di diventare un "principe". Poco prima, nei panni del Ranocchio, egli aveva sperimentato il dolore di una impossibilità ad esserlo ancora...un principe vero ed ora si ripete la pena conosciuta, il nuovo attentato alla "salvezza" del proprio intento, desiderio, liberazione. I volti sono affranti; più che affranti...congelati anch'essi e non si ascolta più alcun gracidare intorno. Il viso della Principessa è un'elegia di "preghiera", un essere in tanti posti tra il prima ed il poi. Un sacro pianto nel silenzio del possibile.

Foto di scena: Laboratorio di Storytelling ed Hypnodrama, Il Principe Rospo, 10.09.10, Claudio Gioacchini Photographer All rights reserved. Powered by Atelier Liberamente

mercoledì 22 settembre 2010

Drammaterapia, quando la Principessa s’immerge nello stagno. Meta-analisi di un frammento di laboratorio










Parte I
Il Ranocchio appare perplesso (cosa diversa dall’essere, ma che può tuttavia anche coincidere). Certo che anche questa caratteristica, la perplessità, possiede significati differenti tra l’animale e l’uomo; ma lì, comunque, questi ci sono tutti: il Ranocchio è anche un "principe" che dorme dentro quello. La perplessità dell’animale che incontra un umano…da temere, da riconoscere, con la “responsabilità” tutta istintiva, ma anche esperienziale, di prendere un decisione: la fuga, l’immobilità? E poi la perplessità-stupore del “principe” dentro al Ranocchio, nell’incontro con una umana-fanciulla-Principessa-che si ferma-s’incuriosisce- lo guarda- lo accarezza- si piega alla sua altezza…e tutto quello che di lì a poco avverrà.
Il Ranocchio è titubante, anzi molto di più: è letteralmente paralizzato, proprio come  l’animale che si sta confrontando con una possibile minaccia, ancora gestibile, da controllare attraverso una momentaneo, esasperato all’erta di tutti i sensi. Ogni “antenna” è pronta a captare qualunque minimo segnale che faccia “bingo” nella corrispondenza dell’archivio dell’istinto e dell’esperienza sino ad allora. L’antenna del nostro Ranocchio è anche “umana”: come si sta comportando la Principessa? Il Principe Ranocchio ci racconterà più tardi di aver vissuto appunto “esasperata” questa analisi tutta umana, dentro l’animale che tuttavia aveva assunto in sé. La Principessa lo blandisce teneramente, ma egli non avverte “potenza” dietro quei gesti e s'insinua più imperiosa nella sua mente l’angoscia che forse non riuscirà mai a tornare alle sue sembianze di Principe, quelle per le quali si sente votato da sempre. Se questo è quanto sta vivendo, tuttavia la Principessa è in un’altra posizione: la propria dolcezza è stata scelta come “strumento” per il risveglio e le sue espressioni, in sguardi, toccamenti, carezze e vicinanza procedono a segnalargli che fuori da quel sortilegio-prigione animale vi è qualcuno che l’attende; lei è ignara del senso di quella paura nell'animale. Questo “bisticcio” comunicativo va avanti per un poco e finalmente qualcosa sblocca la condizione di stallo e rigidità della scena. Il Ranocchio si “concede” al risveglio. Difficile dire se per la troppa la paura di rimanere in quella corazza di anfibio o perché abbia avvertito più “potente” l’azione della fanciulla o questa abbia effetivamente variato le sua strategia? Ma il "risveglio" è comunque avvenuto, con sollievoi dei partecipanti. Il briefing degli interpreti, dopo, chiarisce moltissimi aspetti della dinamica psicologica di quanto esperito dai due attori-personaggi. Il processo drammaterapico ha cominciato a lavorare già dopo i primi momenti dell’induzione dell’hypnodrama avvenuta, subdola, attraverso la prescrizione dei ruoli ed ora prosegue silenziosa e visibile attraverso l’analisi cosciente di quanto vissuto. La Principessa è stordita, spiacevolmente, da quanto sta affermando il suo compagno di scena; quest’ultimo oscilla tra la mortificazione per quanto temuto ed ora quella di un senso di colpa verso la Principessa che invece sembra accettare passivamente il ruolo di ingrata artefice di quel risveglio. Tra riconoscimento di esaperate pretese (lui) ed inconsapevoli fragilità (lei), il processo di revisione critico in atto comporta un costante scambio di ruoli tra accusato ed accusatore. Ma tutto rischierebbe di avere l'epilogo psicodima+namico proprio della consuetudine familiare con se stessi. Ricucito in scuse o nell'euforita di un successo comunque realizzato o strappato al destino.

Si deve dare un tempo supplementare, un seguito a questa dinamica e senza indugio, approfittando del warm-up su stai di coscienza ancora modificati, nell'aspetto formale.
La principessa ora avverte ingrata la realtà umana, i  giudizi lapidari di quest'ultima contestualmente alla ammissione della propria “colpa”! Non può essere “salvata” più da un giudizio esterno alla propria analisi, dovrà crearsi una situazione che le permetta, esasperandoli, di far uscire fuori tutti i suoi personaggi, a costo di pescare nell'inconsueto; di farli dibattere con la realtà ed il sogno, il passato ed il futuro. Il director enfatizza le sue difficoltà, in termini di dolore, ad accettare l’avvertita propria incapacità o, almeno, quella che le valutazioni del mondo lei hanno commissionato.
Il pantano del suo disagio, diviene lo stagno dove ora è posta, lì insieme ai ranocchi, in una dimensione giocosa, che le diviene improvvisamente familiare. La fuga dal giudizio, la regressione nel bambino-ferito, la consolazione che sospende il senso di colpa: il suo volto si rasserena, il sorriso si espande in grandi cerchi concentrici sullo specchio dell’acqua stagnante a contagiare persino i ranocchi...quale potere!. Lei ora sa giocare. Lei ora accetta di perdere parte delle caratteristiche umane per divenire quel ranocchio che ha rischiato di non "salvare" da un ingiusto destino. Ora è soprattutto “compresa” e sembra comprendere la lingua di quei saltellanti esseri che l’accolgono ed abbandonano presto ogni diffidenza.


Il Principe Ranocchio, invece, osserva la sua Principessa aver fatto il percorso inverso, essere giunta lì da dove lui è arrivato. La precedente posizione di un orgoglio ferito fa altalena con la nuova perplessità: cosa sta accadendo? La favola non ha più il suo epilogo, per quanto sofferto: l’unione disperata e raggiunta è di nuovo persa e lì la sua Principessa sembra ora disprezzare (l'uso del tempo presente è indicativo della sua proiezione) quanto si è conquistato con tanta reciproca, condivisa, fatica. Infatti, lo inquieta l’agio della fanciulla che sembra superare l’ossequio alla prescrizione del director; lei si sta effettivamente divertendo, ha forse rinunciato a quella parte adulta da condividere con il Principe. Qale tradita corrispondenza d'amore? Sì, la fiaba sembra improvvisamente aver sovvertito i termini dell’implicita dinamica, verso una "pericolosa" l’involuzione.

IL principe ora diventa il Re padre che con l’aiuto della Regina Madre cerca di distogliere la Principessa da quell’occupazione, da quel posto, da quelle vesti, da quell’intenzione. In lui il precedente sentimento di orgoglio ferito si riassume nell’atteggiamento razionale e rigido ed offeso del genitore che pensa al bene della figlia, ad onta dei suoi desideri, della sua felicità, almeno apparente. Il rigore di un proprio risveglio dovuto grazie all’azione degli altri (la Principessa) ora diventa il rigore della non tolleranza di qualcosa che esce da ogni schema preordinato, che gli fa temere di perdere la “figlia- Principessa”, come ha temuto di perdere il proprio “essere-principe” e poi la propria compagna-Principessa. Questa viene strappata allo stagno; “allo” e non solo “dallo”, perchè i ranocchi ingaggiano improvvisamente un tiro alla fune con le braccia e le gambe della fancilulla tirate dalle sorti del mondo, per trattenerla con loro. Lei in balia delle intenzioni degli altri, in un cullamento doloroso ed invece anonimo alla propria identità ed intenzione. Il Re padre riesce a tirarla fuori, ma lei vi rientra per indicazione del director: starà dunque a lei esercitare il giudizio, la responsabilità dell’errore come del successo.

La Regina madre confesserà dopo di aver sofferto nell’agire l’intenzione del director e del coniuge Re. La sua piccola Principessa sembrava felice in quel posto, forse quella era la sua strada, la sua vera dimensione...o comunque qualcosa che parla di cose importanti di lei…Ma ancora una volta la nostra fantasia, forse potente, forse giusta, a suffragio della paura di noi stessi e di quella degli altri…Ma cosa ne sa la Principessa di se stessa e cosa realmente vuole…?

I briefing privati e silenziosi di ogni interprete con il suo personaggio/i possiede l’ampiezza dell’orizzonte e può essere fatto lavorare verso le possibilità…

Foto di scena: Laboratorio di Storytelling ed Hypnodrama, Il Principe Rospo, 10.09.10, Claudio Gioacchini Photographer All rights reserved. Powered by Atelier Liberamente