L'Atelier LiberaMente è uno spazio aperto, nella misura in cui va consolidando il suo pensiero e la sua pratica. Un blog permetterà di estendere l'area comunicativa, un "drama" allargato delle idee e delle competenze. Director, E. Gioacchini







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domenica 9 maggio 2010

Dammaterapia e Cortazar: "fantastico" a "piccole dosi"

@ director

Stiamo accostandoci a Cortazar perchè disinneschi l'abitudine dal rito e ce lo mostri nella sua potenza primitiva, mai supinamente accettata. Ed allora un tributo ad un uomo che non ha maio creduto alla "morte" delle parole, ma piuttosto ha fugato la parola morta, presa in prestito, oggetto e pretesa comunque di ascolto.
Un piccolo stralcio dal suo "Bestiario", che non fa rispondere, ma interrogare. E non vi rispondete, per carita! Egli non vorrebbe...

"E se si domanda:
Ma allora non c’è comunicazione fra il poeta (lo scrittore di racconti) e il lettore?, la risposta è ovvia: la comunicazione si da a partire dalla poesia o dal racconto, non per mezzo loro. E tale comunicazione non è quella saggiata dal prosatore, da telefono a telefono: il poeta e il narratore ordiscono creature autonome, oggetti dalla condotta imprevedibile, e le loro conseguenze occasionali sui lettori non si differenziano essenzialmente da quelle che hanno sull’autore, il primo a essere sorpreso dalla sua creazione, lettore turbato di se stesso.
Breve coda sui racconti fantastici. Prima osservazione: il fantastico come nostalgia, Qualunque suspension of disbelief opera come una tregua nel duro, implacabile assedio che il determiniamo fa all’uomo. In tale tregua, la nostalgia introduce una variante nell’affermazione di Ortega: ci sono uomini che, in determinati momenti cessano di essere se stessi e la propria circostanza, c’è un’ora in cui si desidera essere se stessi e l’inaspettato, se stessi e il momento in cui la porta che prima e dopo da sull’ingresso si socchiude lentamente per lasciarci vedere il prato dove nitrisce l’unicorno.
Seconda osservazione: il fantastico esige uno sviluppo temporale ordinario. La sua irruzione altera istantaneamente il presente, ma la porta che da sull’ingresso è stata e sarà la stessa nel passato e nel futuro. Solo l’alterazione momentanea all’intemo della regolarità rivela il fantastico, ma è necessario che l’eccezionale diventi anch’esso regola senza soppiantare le strutture ordinarie fra le quali si è inserito. Scoprire in una nube il profilo di Beethoven sarebbe inquietante se durasse dieci secondi prima di sfilacciarsi e di divenire fregata o colomba; il suo carattere fantastico si affermerebbe solo nel caso in cui il profilo di Beethoven rimanesse lì mentre il resto delle nubi proseguisse nel suo disinteressato disordine sempiterno. Nella cattiva letteratura fantastica, i profili soprannaturali sogliono introdursi come cunei istantanei ed effimeri nella solida massa della consuetudine; così una signora che si è guadagnata l’odio minuzioso del lettore viene giustamente strangolata all’ultimo minuto grazie a una mano fantasma che entra dal camino ed esce dalla finestra senza troppi complimenti, a parte che in quei casi l’autore si crede obbligato a fornire una “spiegazione” a base di antenati vendicativi o di malefici malesi. Aggiungo che la peggior letteratura di questo genere è senz’altro quella che opta per il procedimento inverso, vale a dire per la sostituzione della temporalità ordinaria con una specie di “full-time” del fantastico, invadendo la quasi totalità dello scenario con un gran spiegamento di cotillon soprannaturali, come nel ritrito modello della casa incantata dove tutto trasuda manifestazioni insolite, da quando il protagonista fa rintoccare il grosso battente delle prime frasi, fino alla finestra del lucernario dove culmina spasmodicamente il racconto. Nei due estremi (insufficiente installazione nella circostanza ordinaria, e rifiuto quasi totale di quest’ultima) si pecca di impermeabilità, si lavora con materie eterogenee momentaneamente vincolate ma in cui non c’è osmosi, articolazione convincente. Il buon lettore sente che non hanno nulla da fare, lì, quella mano strangolatrice ne quel signore che per via di una scommessa si appresta a trascorrere la notte in una tetra dimora. Questo tipo di racconti, che soffoca le antologie del genere, ricorda la ricetta di Edward Lear per fare una torta il cui glorioso nome ho dimenticato: si prenda un maiale, lo si leghi a un palo e lo si bastoni violentemente mentre, a parte, si prepara con diversi ingredienti una pasta di cui si interrompe la cottura solo per continuare a picchiare il maiale. Se dopo tré giorni non si è ottenuto che la pasta e il maiale formino un tutto omogeneo, si deve concludere che la torta non è riuscita, per cui si slegherà il maiale e si getterà la pasta in pattumiera. Che è precisamente ciò che facciamo dei racconti in cui non c’è osmosi, dove il fantastico e l’ordinario si giustappongono senza che nasca la torta che aspettavamo di assaporare voluttuosamente".
(“Bestiario”, di J. Cortazar, Einaudi Tascabili, traduzione di Fraviarosa Nicoletti Rossini e Vittoria Martinetto)

sabato 8 maggio 2010

Drammaterapia e Prigione

@ Director

Li ho visti ieri, i miei "attori", storditi, legittimamente stanchi dopo una giornata-senza-teatro, pronti ad una serata-con-tanto-teatro...
Non se lo aspettavano; questo ho pensato. Non se l'aspettavano -ed è comprensibile- che dietro le quinte di quanto ludicamente o seriamente osserviamo ci fosse tanto. Un teatro che oltre lo specchio del sociale, scava dentro l'uomo e perfino schivo della psicologia crea il suo bisturi privilegiato per tirargli fuori "personaggi" mai sospettati.

Grotowsky è un sogno e dico questo perchè, ad oggi, è la sola esperienza di teatro "vero" che abbia voluto tentare la conciliazione, l'accordo tra la disciplina e la creatività. Non basta mettere il pubblico ai quattro angoli di un teatro e "recitare" dentro (Artaud); lo spettatore può esser invitato, visibile od invisibile sul proscenio, ma questo esige una responsabilità condivisa, costante che non  fa alcuno sconto alla preparazione. Il sonno della "pigrizia"-egli ci dice- quello mercenario della lusinga, l'attore-cortigiana ed il regista-sadico sono sempre in agguato. Contesa silenziosa, comunque presente, anche nel migliore dei propositi, mentre pressante è l'appalto di quanto vuole il pubblico sul tuo lavoro. Menestrelo, guitto o individuo che esplora il dilemma dell'Autenticita? 

Prima di incontrare i miei attori, questa sgangherata non-compagnia di un atelier di esercitazioni e laboratori in costruzione, ho trascorso una giornata con altri a leggere l'esperienza di Armando Punzo e la sua Compagnia della Fortezza, questa scommessa che non serve vincere, ma pittosto tenere in vita, tra istituzione totale, interesse politico, buon senso comune ed entropia dello "spirito", comunque in agguato. Il regista condivide in quello spazio del carcere lo stato nascente e continuo di un'esperienza teatrale che non ha riferimenti ed analoghi intorno. Iniezione di fiducia ed esempio a chi, del teatro, crede che basti un buon testo, dei buoni attori, un buon regista a costruire una piece che significhi qualcosa. Il rischio come mestiere, in quella metafora del teatro che vuole "liberare", dove la persona vive il senso privato e collettivo di una "prigionia". E tutto, si badi, senza intenzioni di redenzioni trattamentali! Bravo Punzo!

E bravi voi, affatto mestieranti del sogno, che vi siete cimentati in registrazioni, che solo una camera maldestra (in realtà settata male!) non ha potuto registrare! Ma vi è una memoria personale e gruppale, che mantiene e lavora quanto di importante accade nella nostra vita, comunque. E se vi indiriziamo la nozione che non tutto quello che si vede, esiste; che non tutto quanto è stato detto è quanto si possiede, la storia del nostro personale percorso scuserà anche una ripresa mancata, in vista di un guadagno affettivo e cognitivo comunque realizzati, dentro.
Ci scuserà Grotowsky e tutti gli altri maestri ieri sera scomodati da Maria Pina e da me; solo alcuni loro spunti significativi per il nostro processo drammaterapico sono stati esplorati.
Se essere stati maldestri, faceva parte del mettersi in gioco, con compagni ancora sconosciuti, le nostre sedimentate nozioni di teatro contemporaneo, i vostri orecchi ancora non  abituati -fortuna anch'essa- ci hanno "salvato"! Il corpo ha funzionato; si è lasciato provocare come una tastiera che decida di scrivere per conto suo, azzardando l'intenzione dello scrivano assente, ma pescando dentro un hardware di dati infiniti. Ed anche gli occhi, come le mani, hanno provato ad aiutare Cortazar a rintracciare quel "capello" perso tra le "rugosità dei tubi", con la serietà che letteratura e teatro esigono, da sole o se lavorano insieme. Al secondo piano è stato ritrovato. Il capello. E da chi? Da una straniera! L'ospite della situazione, sconosciuta lei e sconosciuto il capello e noi impegnati con il sentimento dello "stupore" e della "maraviglia". Immagino -vi immaginate- la terribile invidia di quel sifone -la bocca dell'altro ospite- privato del privilegio di averlo trattenuto? E tutte quelle avide mani di malviventi non più assoldate e frugare tra i detriti di silicato ed ossido prima del luogo dove "niuno è mai entrato" la cloaca massima?
C'è poco da scherzare, cara Azzurra, se i Dioscuri non hanno combattuto insieme a i loro cavalli, la battaglia più paurosa per i tuoi occhi ed orecchi. Per questa volta, uno spavento in meno! Già rischiasti di imprigionare per sempre un "leprotto" nell'angolo della foresta dove era nato, invece di farlo volare su colline nuove ed assolate di una campgna toscana con la tua autoipnosi! E guarda invece che scherzi fa la storia del mondo, caro Corracero, la storia di cui parla Libertà, quando ti obbliga a scoprire che la casa degli affetti non ha luogo, ma elegge luoghi, nuovi e vecchi...mentre Nero straccia mille copie copiative di una sceneggiatura, sporcandosi appunto...di Nero (!) le mani, e scopre che con quelle -proprio quelle- può disegnare un pupazzo che sorride su un muro (per carita, non in via S. Martino della Battaglia, non ne risponderei!).
“Nos gustaba la casa porque aparte de espaciosa y antigua (hoy que las casas antiguas sucumben
a la mas ventajosa liquidación de sus materiales) guardaba los recuerdos de nuestros bisabuelos,
el abuelo paterno, nuestros padres y toda la infancia" -Casa Tomada, Julio Cortazar.
Negare la nostra testa, negare "...tutto quello che l'abituine rende levigato e liscio...", senza domande -direbbe Cortazar, può essere fatto anche senza togliersela, forse è il messaggio di Acefalia dell'autore. E Fenice82 ha tentato l'ardito sogno di volare, senza quel capo pesante che rimugina la bruna terra, quando arida di colture.
Buon riposo, momentaneo, perchè domani si "balla", nello Stage, non prima di aver chiesto gentilmente il permesso alle nostre gambe e ai piedi. director

giovedì 6 maggio 2010

Panico & Teatro: Cortazar in Drammaterapia

Ieri: Laboratorio su Tecnica di Improvvisazione, Atelier 2008-2009
Domani (venerdì 7 maggio): Laboratorio su Tecnica di Improvvisazione, Atelier 2010-2011



L'Atelier Liberamente 2010-2011 ringrazia su questa pagine il CDIOT per il suo supporto (http://www.drammaterapia.blogspot.com/)