L'Atelier LiberaMente è uno spazio aperto, nella misura in cui va consolidando il suo pensiero e la sua pratica. Un blog permetterà di estendere l'area comunicativa, un "drama" allargato delle idee e delle competenze. Director, E. Gioacchini







Visualizzazione post con etichetta Drammaterapia e Processo Drammaterapico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Drammaterapia e Processo Drammaterapico. Mostra tutti i post

giovedì 23 dicembre 2010

Drammaterapia: i passaggi dell'anima


@ director

Nella fiaba di Barbablù, i cambiamenti nel pensiero di Rebecca,  sono il risultato degli eventi. Mentre le sue azioni derivano da pulsioni inevase, da mistificazioni probabilmente non consapevoli, la sua mente sente e parla sempre in modo speculare e contrattaposto a quanto avviene. Un adattamento totalmente alloplastico, in assenza di risorse personali, ma che piuttosto si adegua e ripara dal peggio. In tali condizioni, quale patto o contratto questa "poveretta" avrebbe mai potuto stipulare? Più facile che la folta ed inquietante barba blù del suo principe avesse potuto suggerire al suo inconscio di continuare a temere, senza quel tuffo precipitoso nel rosa di nozze improbabili e strane, agli occhi di tutti.
Che il patto sia "condiviso" o che sia "in deroga" non deve mai sottacere la descrizione reale dell'oggetto di contratto, non può mistificare il bene in questione. Nè questo bene può essere la sola condivisione, se l'accordo tace un retropensiero e stipula sulla carta convenzioni, mentre firma dentro...compromessi. Ed una famiglia può lavorare dentro di te al posto tuo, se tu non sei cresciuta o cresciuto; persino la tua ribellione ed autonomia in tutte quelle stanze del castello possono essere l fallimento di un riscatto, Rebecca, se tu la "dipendenza" te la porti dentro ed aspetti che le vicende di fuori drammatizzino per te i tuoi veri fantasmi.
No, alcun patto potrebbe tirare fuori dall'accordo la libertà del proprio "volere" e quello, qui, è tutto infranto.
Il processo drammaterapico che ha lavorato in Blue Beard, nella piece finale è riuscito a condensare nella performance di poche righe sul palco, folle di sentimenti e pensieri a rincorrersi senza l'obbligo di una conciliazione, perchè più aperto fosse il ventaglio del destino per l'interprete, mentre sacrificato sull'altare del mito il povero personaggio sbiadiva sino a diventare forma e simulacro del possibile. 

mercoledì 15 dicembre 2010

DRAMMATERAPIA: LAVORARE CON L'IMMAGINARIO, da una conversazione con Watzlawich


@ Director

Dopo la fatica e il successo di Blue Beard, in una fase di apparente quiete del processo drammaterapico (nessuna piece in programmazioine, laboratori sospesi fino al nuovo anno), quanto è stato giocato nella preparazione e nella performance finale continua comunque a svolgere un sottile lavoro interno. La tematica affrontata, i laboratori che si sono succeduti a ritmi incalzanti, un director che certo non si può dire non sia esigente hanno messo tante di quelle riflessioni dentro che è ora sospettabile una lenta restituzione fuori; si spera catartica ed utile, ma sta anche all'attenzione degli "attori", realizzarla. Parodiando la storia, vorremmo che nessuna Rebecca rimanga imprigionata nel castello, preda delle paure e scrupoli, dei rimorsi o timorosa di fare una brutta fine. Che insieme a Barbablù, la coorte di tutti gli altri personaggi sentisse la responsabilità condivisa di costruire un "mondo" migliore (mi riferisco al nostro modello del mondo, perchè quello fuori, purtoppo è devastato da volgari sdegni, parole violente, gesta che sono un vero abominio per la coscienza dell'Uomo); che il gruppo avvertisse il senso di crescita realizzato in questi otto mesi di Atelier e che io sento di attestare, mentre ne mancano appena due, ma fondamentali, per tirare le somme di un viaggio "spettacolare" tra i disegni della nostra mente, complici i ricordi, i timori, le speranze, le risorse!
Desidero soffermarmi su quella dinamica altre volte discussa di come lavora la drammaterpia e come possa aver lavorato nella performance finale del nostro teatro drammaterapico. Una foto (quella allegata) servirà da puntuale esemplificazione di quanto ora stiamo per illustrare.
Essa descrive due personaggi, tratti da istantanee di un video quando si era a metà del nostro percorso di Atelier (giugno 2010), intenti a danzare con compagni non rappresentati con il medium di un bambù. Tutti ricorderanno quell'esperienza, intensa e particolare, dove si esplorava la relazione con l'altro attraverso emozioni, in uno spazio e tempo condivisi. Tuttavia, l'immagine presenta i due attori insieme, mentre essi appartengono a luoghi della sala, tempi ed esperenza relazionale differenti (non stavano danzando insieme). Eppure quanto si osserva cerca disperatamente di metterli in relazione, nonostante abbia precisato che luogo, tempo e compagni di danza fossero altri. In realtà la danza fu complessa e svolta simultaneamente da diverse coppie ed un aspetto di esperienza comune spinge anche questi due raffigurati a danzare insieme. Il gioco di prospettiva, luce, inclinazioni, contrasti aiuta l'illusione e poi, soprattutto, il bellissimo rapporto tra i due partecipanti fotografati ce li fa "relazionare" oltre ogni esame di realtà.
IL processo drammaterapico "lavora" in questo modo ed io ho forzato il fotomontaggio per rappresentarlo. Luogo e termpo condivisi in una esperienza comune eppure differenziata portano i partecipanti ad attivare due diversi livelli: quello della comunanza e quello della differenziazione. Tutti e due giocano nella dimensione ritualistica (qui costituita dalla danza) del gruppo. In talisituazione ricordi lontani ed anche il "rimosso" sono sollecitati a dislocarsi dalla periferia della nostra anima per bussare più forte all'uscio della coscienza, in un moto figurato apparentemente opposto a quello che ha portato Rebecca a guardare dentro, "guardarsi" dentro. Emergono allora sensazioni che non sono meccanicamente dipendenti solo dal percetto (quello che il partecipante sperimenta sensorialmente) ma dall'IMMAGINARIO, per una restituzione emotiva ed intelligente all'Io cosciente.
Ecco quello che accade quando si fa drammaterapia: si scopre che lo stesso mostro spaventa differentemente le persone, che la stessa fata affascina diversamente quelle, che i dialoghi di fuori non esauriscono l'infinita possibilità di altri dialoghi interni. Propedeutica del cambiamento. Dodici anni fa, proprio in questi giorni di dicembre mi trovavo a Phonix ad un importante meeting internazionale della Ericksonian Foundation. Avevo fatto a piedi il breve pezzo di strada che mi separava dallo SDheraton Hotel, luogo dove si sarebberoi svolti i lavoroi congressuali e sorseggiavo un caffè, tassativamente "americano (!), nel bar adiacente alla hall. Dopo qualche istante, in cui cercavo di familiarizzare con volti e luogo, mi vedo davanti Paul Watzlawick  e signora, anche loro intenti a prendere del caffè. Proprio lì era difronte a me uno dei miti della conoscenza psicologica, uno dei genitori della terapia sistemica e familiare, il propugnatore per eccellenza del cambiamento ("Change"), amico strettissino e collaboratore di Milton Erickson scomparso già 17 anni prima. Momento emotivo e poi mi ci metto a parlare; non sono timido e la mia iniziativa è premiata da quella grande umanità e saggezza che Watzlawick  possiede. Tra un discorso e l'altro, parlando di terapia ipnotica, egli mi dice una cosa straordinaria che ancora oggi risuona nelle mie orecchie con la sua voce profonda da poliglotta (in italiano), capace di leggere nella babilonia della menti: "...le persone possono cambiare e spesso lo fanno, aiutate o meno da noi terapeuti, ma dire esattamente sempre cosa sia successo...è una grande illusione". Perla di umiltà e scienza insieme.
E' questo che desidero dirvi: il processo drammaterapico smuove, disloca da dentro dicevamo, mette in relazione cose lontane e diverse (come nella foto), ci mette in crisi, potenzialmente spinge ad una omeostasi psicologica che non sia a costo di sintomi o disarmonie, ma sta sempre a noi, volere e sentire oltre le situazioni ed imparare a leggere in quelle. Bon silenzioso lavoroe riposo, ragazzi.

sabato 4 dicembre 2010

Drammaterapia: mentre Barbablù muore...

Stasera, o meglio...ieri sera, ancora una prova zeppa di "prove" che avrebbe steso qualsiasi "attore" e che, invece, ha alimentato l'energia del processo drammaterapico. Esso procede dietro aggiustamenti e correzioni (in realtà imput fondamentali di quell' "IN" del processo stesso) che rendono scomoda la parte, impossibile la pigrizia, perseguibile il sia pur momentaneo equilibrio tra ruolo ed interprete. Un terreno "scomodo", dicevo, eppure ricco di sorprese. Avete visto una bambina di sei anni tra le braccia "improvvise" dell'attrice che performava sul dolore e la disperazione; che a comando decideva di "fingere" un pianto" ed il modo migliore era riderlo sotto le braccia incrociate, mentre l'attrice pericolava la sua vita ed il suo destino. E poi...le carezze che salvavano come ciambelle nei marosi da quel tunnel di morte.
Ed ancora...l'"orgasmo" che si tramuta in disperata ricerca di una fine, purchè quello finisca nel suo aspetto di annientante atto di sacrilegio della tua persona, se essa è divina, come si dice, se appartiene solo a te. E l'irruente atto di accusa Libertà all'ipocrisia dell'umanità giudicante, appollaiata sugli spalti di un circo dove si rappresenta la "vergogna" e la "speranza" a confronto! L'ipervia strada di Beatrice che "drammatizza" un mondo più grande di lei, con occhi grandi, voce grande, giudizi grandi del director, dissacranti le fortificate mura della prudenza e dell'oblio tenuti stretti al posto di una "memoria" dolorante! I fantasmi, ancora giovani, di Stella e Gea, che fanno parodia dell'interpretazione dei "grandi", invece così piccoli e felici al loro guitto balzo di vita, ortica e margherite dei vent'anni! L'affanno di Astra, così azzeccato, punteggiante una parte davvero difficile. Ed ancora il dire di Bleu, così salvato dalla carezza di quella bimba. Spettacolo esorcizzante la paura del morire, piuttosto che la morte, quella del soffrire, piuttosto del dolore...perchè simbolico e trasversale ad esperienze diverse, giocate insieme in quel luogo e tempo di prove.
Mentre Barbablù muore in tanto festinoso slancio di promesse e speranze, entusiasmi ed amicizia, Rebecca diviene più prudente, non servendo più la storia degli altri. Entrambi più "sani" direi, alla vigilia di quell'11 dicembre in cui l'epilogo di una storia vera, ridiventa ancora una volta una potente fiaba. Così lavora la drammaterapia.

giovedì 18 novembre 2010

DRAMMATERAPIA E BILIARDO

Il gioco del biliardo costituisce una formidabile metafora di come funzioniamo, tra dentro e fuori come in quasi tutte le cose della vita, comprende variabili controllabili, non sempre controllabili, ed alcune del tutto casuali; ha a che fare con abilità apprese, su attitudini innate e fattori psicologici che possono lavorare verso il successo o solo verso una “sponda”. La palla che ti si mette di traverso alla tua strategia di tiro condiziona la tua abilità, ma allo stesso tempo quella che casualmente colpita aggiusta il tiro e manda la tua in buca…non era stata prevista! Ma c’è un aspetto più particolare di cui desidero parlarvi ed è l’affollamento della palle sul tavolo e dentro la buca.

Il nostro sforzo di dirigerle sul tavolo perché entrino in buca è mirato e funzione di quanto abbiamo detto; potenza del tiro, angolatura dello stesso, punto di impatto della stecca sulla palla, ostacoli sul percorso, gioco delle sponde. Ed oltre che giusto a volte è invece ingrato il nostro tentativo di sentirci totalmente potenti nel condurre il gioco.
 Ma sotto il tavolo, dentro la buca, tutte le palle vivono lo stesso destino di essere guidate in quel luogo oscuro, le più fortunate e le ultime e lì avviene una cosa particolare che segue le leggi del caos e che, tuttavia, ha una regola principale non derogabile. Non sappiamo quali palle  e come si dispongano, ma sicuramente i punti di contatto tra esse, in un luogo accalcato di ospiti, ogni volta potrà variare dietro la spinta dell’ultima. Tutte dovranno rivedere i loro rapporti, i loro indirizzi e rubriche di contatto! Un ennesimo elemento rifarà riconfigurare l’intero sistema, le palle “gireranno” senza appartenere a nessun proprietario turbato, e troveranno finalmente molte volte una loro collocazione. Nell’inconscio, un fatto non rimane mai isolato dall’intero sistema e persino il linguaggio onirico ci dimostra questo, attraverso la sua apparente produzione “folle”. E' nella realtà che noi ci lusinghiamo di creare scaffallature ermetiche.

Un insight che si leghi ad una operazione interna importante finirà per determinare, come affermava Erickson, una serie di cambiamenti fuori “a cascata”, persino tra soggetti diversi. Nessun compartimento stagno nel mondo dell’inconscio, come nessuna differenza tra effettivamente avvenuto o solamente fantasticato, tra presente, passato e presentimento futuro. Le "palle" del nostro destino ruotano costantemente con la possibilità (solo se la cogliamo) di riconfiguare la nostra esistenza e dirigerla differentemente. E tornando sulla superficie del nostro “tavolo”, varranno a questo le abilità, la  motivazione ed l'attenzione, ma anche il gioco imprevedibile e creativo di quanto non riusciremo mai a sapere prima. Nel processo drammaterapico tutto lavora come su quel tavolo ed il risultato è costituito da quella stessa partita. Tutte le partite lavorano nel senso di migliorare il giocatore e di non misurarlo mai con l’euforia o lo smacco di un singolo risultato.

sabato 9 ottobre 2010

Drammaterapia, Blue Beard: a caccia dell'anima

Bozzetto priella primitivo della prima scena di Blue Beard,
piece drammaterapica, dic 2006. Atelier Liberamente
Blue Beard...in un tempo dove drammaticamente alla ribalta della cronaca vi è un evento così tragico come quanto occorso a Sarah, noi ci troviamo a lavorare "Barbablu'", nella riedizione di una piece dtrammaterapica che ho scritto quattro anni fa e già rappresentata con un primitivo gruppo dell'Atelier Liberamente, in quel dicembre. Feroce coincidenza che, tuttavia, deve passare per i nostri affetti e pensieri ed uscire arricchita dal "lievito" che la vita fuori non dà certamente, se non è cercato. Ed intanto l'assegnazìone del premìo Nobel per la pace al dìssìdente Lìu Xìaobo mette sempre più in evidenza quanto sia difficile nascondere i crimini, ma tuttavia non sempre possibile  evitare che si consumino: mentre la Cina può protestare, altre proteste silenziose, nel suo grembo, vengono imprigionate.
L'atelier, nel suo statuto teorico, si rifa al Creative Drama
& In-Out Theatre, così come meditato negli ultimi tre anni, e lavora nel contesto di quello che io definisco un teatro totale. Non è un  teatro sociale, nè politico, ma "totale" è appunto l'esperienza dell'attore che qui fa lavorare il processo drammaterapico con quanto suggerito dal director, dal testo, ma anche con tutto ciò che è il bagno quotidiano della mondanità, quella realtà così difficile da rappresentare, perchè a tratti supera ogni finction, abbandono, tema dell'orrore e morte.

Quattro alpini, hanno fatto veleggiare le loro anime verso posti che non conosciamo, ieri, nell'afa di una terra afgana che nulla regala agli ideali, se non si soffre, ma vive con le contraddizioni del tempo dell'uomo, tante e troppe da elencare. Nessun orco lì, nessun cattivo, ma un tessuto sociale dilaniato tra passato e presente, tra interessi e paure. Un pensiero intenso anche dal nostro teatro alle lacrime vere di coloro che i nostri soldati hanno lasciato ed un abbraccio alle loro vite già trascorse. Director  

sabato 19 giugno 2010

Atelier LiberaMente: a quante miglia dall'inizio?


@ director

Ogni gruppo che sia impegnato in un lavoro "psicologico" (ed il nostro teatro parte da e lavora con questo assunto), dopo una fisiologica fase di "rodaggio" -che è espressione della reciproca conoscenza tra i membri e delle loro motivazioni formali-, raggiunge una condizione di sia pur relativa stabilità dei propri meccanismi di funzionamento. Le forze in gioco (almeno quelle al momento disponibili) hanno avuto modo di essere poste in campo ed ora l'interazione viene perseguita secondo intenti più specifici e funzionali al target che ci è proposti. Infatti, superata l'iniziale fase di "raggruppamento", che costituisce un modo di raccogliersi intorno ad un obiettivo ideale, un cartello astratto, si definisce sempre più la reale "organizzazione" del gruppo; mi riferisco al reale confronto dei partecipanti e al loro reciproco rapporto, all'interno delle personali motivazioni verso lo stesso obiettivo, giutne ad una più analitica discussione. Quest'ultimo (il gruppo), dunque, deve divenire "contaminato" dall'esperienza singola e gruppale, perchè coopti l'utilizzo dell'energia già disponibile ed individui quella elicitabile.
Qui sto sottolineando che, se il lavoro di questo Atelier ha l'intento di sollecitare l'utilizzo di risorse che apparentemente  non sono disponibili alla persona, questo obiettivo non può essere scisso dalla progressiva esplorazione dal campo dei fenomeni psichici che vengono a determinarsi, sia individuali che gruppali. Proprio tale dinamica costituisce proprio il processo attraverso cui lavora l'esplorazione delle proprie risorse ed abilità, conosciute o nuove. Il "drama", quale elemento portante il processo drammaterapico, si trova all'intersezione tra conosciuto e nuovo, nella sua capacità di sollecitare una rielaborazione dei contenuti, sia nell'individuo, che nel gruppo. Già il lavoro attraverso il drama costituisce l'allenamento a meccanismi psicologici che non sono costituiti solo dalla "esternazione" di un contenuto o dalla sua sublimazione. Il concetto di catarsi che noi sposiamo da R. Landy è quello appunto di una conquistata equidistanza tra il confliggere ed il colludere propri della nevrosi, un luogo dove parallelamente allla "coscienza dei fatti più profondi" che ci riguardano, si aggiunge una armonica risonanza emotiva. Il gruppo, come una figura familiare, come un terapeuta, come un sintomo non può costituire la complice cassa d risonanza delle nostre idee ed affetti e tutto deve poter evolvere verso l'individualizzazione di un contenuto nel contesto di una dimensione appartenente alla socialità (in questo caso il gruppo), nell'assunzione di responsabilità del proprio progetto.
Dopo un importante percorso, ancora tre incontri (uno stage e due laboratori), poi la pausa estiva, momento di decantazione ed incubazione, anche silenzosa, di quanto fatto ed in programma. Oggi, tempo delicato verso il passaggio.  

sabato 29 maggio 2010

Drammaterapia: l'Universo che applaude!

@ Director

Desidero tornare a discutere con voi su quelle "macchine da applauso" a cui si è alluso qualche post fa, per fare riferimento al modo in cui lavora il processo drammaterapico e, nello specifico, come lo si vuole far lavoare nel nostro tipo di teatro (In-Out Theatre). Chiariamoci subito sul fatto che qualsiasi relazione, che sia svolta nell'ambito del luogo comune della realtà (quello che abitiamo ogni giorno) od in quello della rappresentazione, dunque del teatro, si svolge nel contesto di imput ed output di dati che non sempre sono disponibili alla coscienza, in poche parole di cui si è consapevoli. Variabili interne all'individuo, come le esperienze pregresse ed i ricordi, stati umorali e fisici ci influenzano e spesso determinano alla stessa stregua di variabili culturali e dinamiche relazionali. La nostra condotta, quindi, è il risultato di un algoritmo molto complesso, dove la matematica e l'algebra poco potrebbero arrivare a definire; mentre, d'altra parte, esistono modelli di comportamento assimilati dalla specie (quella umana nello specifico), trasmessi geneticamente o attraverso processi imitativi che gli individui attuano ed individuati dalla ricerca etologia e psicologica. Quest'ultimo elemento, l'aspetto imitativo (anch'esso dettato dagli istinti) è poi fondamentale per la specie umana, dove l'individuo, corredo genetico a parte, nasce assolutamente privo per diversi mesi di quel know-how, come invece avviene per tutti gli altri animali, e che, se non istruito dalle figure parentali e dal gruppo, finirebbe con il farci ben poco dei geni e degli istinti. La nostra storia evolutiva è tutta una cosa a parte, rispetto al mondo animale, anche se in quello si insertisce, fatto che comporta, ad esempio, che sopravviva l'individuo più "fortunato", piuttosto che il più dotato, spesso quello meno "etico" e non quello che esprima socialmente un sano istinto di difesa della specie. L'evoluzione, con la comparsa dell'autocoscienza, ha radicalmente cambiato le regole dell'adattamento. Ma fermiamoci qui, tanto è bastato per chiarire che viviamo costantemente immersi un un universo di messaggi e condizionamenti che poco hanno a che fare con quanto l'universo fisico aveva contemplato prima della nostra nascita (a parte la storia probabile di altri, infiniti universi nati e scomparsi prima di questo, forse contemporanei?).
Se nella realtà ci orizzontiamo, male o bene, costruendo le vicende della nostra vita (spesso quelle della vita degli altri, senza diventare mai soggetti, altre volte erigendoci a interpreti di quella altri), il teatro costituisce quella "meditazione" della vita che non può assolutamente tradire il senso che le diamo; può perfino "tradire" la sua rappresentazione esatta, ma questo deve avvenire sempre nella ricerca di senso che appunto definisco, in questo aspetto, "etica". Se lì, nel luogo della performance, "sta avvenendo qualcosa" che in realtà  non sta avvenendo (!), a dispetto di movimenti, parole, emozioni di un attore e di uno spettatore, questo non può non riconoscere in sè una responsabilità particolare: quella che rimanda alla possibilità insita che, nel "riprodurre", qualcosa cambi, possa prendere una strada diversa, un differente esito, o venga consumata l'energia conflittuale di una vicenda appena occorsa o di una tematica prennemente presente (abiurare la morte). Lo sa il drammaturgo che ha scritto il testo, lo conosce l'attore che ne sta interpretando la storia. In tale dinamica il teatro riscopre le ragioni profonde ed antiche per cui è nato, l'esigenza di "riprodurre" per eleborare nella coscienza che si dimena tra speranza e scoramento, paura ed gratificazione, quanto già accaduto, previsto, scongiurabile.
Se è questo che il teatro ripropone costantemente alla coscienza dell'uomo, allora comprendiamo meglio l'"atto di autopenetrazione" che Grotowsky "prescrive" all'attore; il dono di amore del se che si rappresenta al pubblico, la essenziale unicità di significato del luogo dove sono attore e spettatore insieme: l'ascolto e la visione del pensiero dell'uomo. E quanto può esservi di più sacro di questo, in mezzo a "crudeli" montagne che scivolano, che eruttano, altre che sprofondano, molte innevate, lussureggianti e "benevole", se è solo il nostro occho ad "osservarle" consapevole. E' mirabile pensare che l'universo sia riuscito a crearsi degli occhi con cui osservarsi, ma altrettanto terribile  riconoscere che esso non ne ha poi bisogno. Se quello dell'attore è anche un "sacerdozio" e la sua rappresentazione avviene nella celebrazione di una speciale "messa" (Grotowsky), il teatro è appunto "sacro".
Attore che, deposta la maschera, si presenta
 al pubblico per ricevere l’applauso.
 Frammento di cratere sovraddipinto,
da Taranto, 360-350 a.C.
Museo Archeologico, Taranto
In tale luogo, dove topos e logos si identificano, poichè è la realtà dell'uomo ad essere celebrata, si deve quindi sfuggire alla celebrazione di quel moto d'animo che nell'applauso esprima la parte più convenzionale del sentimento di gratificazione; alludo alla posizione narcisistica ed istrionica del porsi al centro dello spettacolo, quasi credendo che il teatro possa vivere grazie alla tua interpretazione. E' il teatro che, in quell'aspetto del comportamento umano (la rappresentazione), fa vivere te e la tua gratitudine è un applauso al pubblico che ti ha prestato i suoi sensi e quel senso ineffabile e misterioso che è l'ascolto della propria anima. Ed allora vengano gli "applausi",  essenziale rito di uscita dalla "finzione", di passaggio tra l'immaginario e lo svegliarsi al qui è ora dell'essere seduto (lo spettatore) ed in piedi, denudato e vulnerabile, ma commosso, dell'attore. Nessuna macchina di applausi, dentro di noi e fuori di noi. Essa altrimenti spegnerebbe i fertili esiti di quel processo "In-Out" che trasmette costantemente immagini e suoni tra il nostro inconscio e la parte cosciente, ancorchè renderli intellegibili.La "drammaterapia" prende tutto questo e lo pone in un setting specifico che sposta dalla funzione sociale a quella individuale e del gruppo la sua potenza, per questo può sentire mortificata la sua possibilità "estetica", quella dell'allestimento e del costume, dell'apparato scenico. L'alito di un dio, in questo teatro scende sempre, anche al di fuori del "deus ex machina", se si è autentici e consapevoli di questo.

"Perciò è chiaro che l’uomo è un animale più socievole di qualsiasi ape e di qualsiasi altro animale che vive in greggi. Infatti, secondo quanto sosteniamo, la natura non fa nulla invano, e l’uomo è l’unico animale che abbia la favella: la voce è segno del piacere e del dolore e perciò l’hanno anche gli altri animali, in quanto la loro natura giunge fino ad avere e a significare agli altri la sensazione del piacere e del dolore; invece la parola serve a indicare l’utile e il dannoso, e perciò anche il giusto e l’ingiusto. E questo è proprio dell’uomo rispetto agli altri animali: esser l’unico ad aver nozione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e così via."
(Aristotele, Politica, in Politica e Costituzione di Atene di Aristotele, U.T.E.T., Torino, 1995, pp. 66-67)

lunedì 10 maggio 2010

Drammaterapia e Filo Rosso di Langs

Azzurra, Mareliz, Sole, Beatrice, Stage Drammaterapia, 9 maggio 2010
@ director

Accade...che il "bisturi" -anche cauto- del processo drammaterapico in un setting per le risorse affondi a liberare energie sequestrate da conflitti; magari che -inconsapevole il soggetto- tutto sia "propizio" a questa elicitazione di contenuti repressi, apparentemente dimenticati, forzatamente tenuti a catenaccio. In un incontro, non sempre è la strategia o la scaletta dei passi da porre in atto, a decidere dello svolgimento di quanto può avvenire e capita che il lungo filo rosso che ci annoda al passato -come dice Langs- si riavvoga a trasportarci in una scena lontana nel tempo.
Così è accaduto. Insieme abbiamo provveduto a contenere la vicenda che aveva luogo, ad intrattenerla con i simboli della metafora, risolvendo le tensioni diffuse nel gruppo e suggerendo la fiduzia nella risoluzione del conflitto. Che poi questo possa significare operazione abreativa e catarsi dello stesso lo lasciamo alla dinamica di una situazione troppo privata per essere esplorata in quella circostanza. Certo è che un processo di "auto-terapia" la drammaterapia lo mette sempre in moto, anche in contesti non propriamente clinici. Siamo però onestamente lontani dalla pretesa di una doccia "salvifica"  o "riparatrice" dalle scorie radioattive della nostra vita, nè queste possono essere temute contagiose. Chi nonha scheletri nel proprio armadio...scagli la prima pietra!
Ho potuto però valutare ed apprezzare lo sforzo di tutti a “lavorare”; la serietà della motivazione, il crescente sentimento di empatia che, mentre rompe le barriere verso l’altro, avvia la comunicazione tra le parti profonde del nostro Sé.

Affiatarsi non è alitare, ma l’espressione suggerisce una vicinanza che sia sensibile del "fiato" vivente di chi ci è accanto o si è voluto accanto, che sia voce o suono, comunque; un fiato che è portatore del suo stato d’animo, delle sue emozioni, della sua ricerca di senso. Anche un pensiero “comune”, senza contatto, fa comunicare le persone pure distanti dall’affanno felice o disperato del loro sentire. Questo luogo, ad esempio, virtuale, è davvero un laboratorio permanente che a quel contatto profondo richiama.