@ Sole
Caro director e compagni di viaggio è da qualche settimana dopo la pausa estiva che mi pongo diversi interrogativi a cui non trovo risposte, sempre per quella ricerca del razionale che spiega tutto e niente. Ora sono in attesa, senza pormi più domande, a cercare qualcosa che sicuramente arriverà. Nel frattempo sono in una fase di stallo, ed è emblematico come nella prima esperienza sul risveglio della coscienza, la mia è rimasta sospesa su uno specchio d'acqua. Solo nel secondo esercizio, la mia coscienza, ha fatto capolino raggiungendo la vetta più alta a dominare la paura dell'immenso, così grande da farti sentire infinitesimale come un granello di sabbia in un deserto, insieme ad un numero infinito di altri granelli di sabbia, ognuno con i propri dubbi ad occupare il proprio spazio consapevoli di esistere. Se sono una microparticella, sono niente, ma se la mia coscienza si risveglia da quel torpore a raggiungere mete inaccessibili, so' che posso essere altro. Io sono, perché io esisto con tutti i miei dubbi e le mie debolezze, e non può spaventarmi un percorso in salita che posso superare se io lo voglio.
L'Atelier LiberaMente è uno spazio aperto, nella misura in cui va consolidando il suo pensiero e la sua pratica. Un blog permetterà di estendere l'area comunicativa, un "drama" allargato delle idee e delle competenze. Director, E. Gioacchini
venerdì 17 settembre 2010
giovedì 16 settembre 2010
Drammaterapia, Chimica, Scienze naturali,
@ Maria Pina
- Intro (warming up)
“Qual è la nota di Dio? Un do, un re, o forse un mi bemolle, un fa diesis. E se non fosse una nota sola, e neppure un rumore, ma qualcosa di più complesso? Un accordo di quinta, di settima o persino un passaggio vero e proprio che si ripete all'infinito, ruotando anche lui su sé stesso, come se la partitura di quel passaggio assomigliasse a certe scritture musicali contemporanee, che hanno talvolta il pentagramma circolare che sembra un disco e non ha un inizio e una fine, ma può essere suonato partendo da qualunque punto. E allora l'universo avrebbe una sua tonalità : eterna fissa e costante, e scoprire la tonalità dell'universo vorrebbe dire accordarsi con il mondo, con la totalità delle cose. Mi deluderebbe un universo in do maggiore: troppo definito. E non mi piacerebbe che fosse una tonalità minore, notturna, melanconica: sarebbe un un universo triste, quello in minore. Forse preferirei che l'universo suonasse come un accordo : e allora vorrei un accordo musicale di quinta eccedente. Un suono formato da queste note, assai semplici : do, mi, sol diesis. La nota più alta, il sol diesis, apre l'accordo, lo estende all'infinito, e fa pensare a un universo sempre più concavo.
…... non so se Dio sia un accordo di do diesis settima maggiore: so però che l'armonia del mondo è solo una pallida imitazione dell'armonia musicale.”
(“Presto con fuoco”, Roberto Cotroneo)
Ricordate l'esperimento del brodo primordiale? Tanti atomi, belli e apparentemente soddisfatti di essere quello che sono nella loro semplicità strutturali, che sotto stimoli esterni e scariche esterne diventano coacervati, aminoacidi, poi proteine, poi sistemi viventi e poi...e poi tutto il resto.
Ecco noi siamo stati questo, venerdì sera, scoltando la musica: ci siamo seduti in cerchio, come atomi, il director ci hai stimolato con la musica e noi ci siamo evoluti.
Il segno della nostra evoluzione è rappresentato dal momento del risveglio della coscienza. Invio i primi due post: uno di "riscaldamento", in cui ho trascritto un brano sulla musica e il suo potere immaginifico, simbolico , tratto da un libro di Cotroneo.
Il secondo è una introduzione alla teoria del brodo primordiale.
E, il terzo..... ancora in fase di elaborazione, parlerà delle emozioni nate da tutti noi.
- Intro (warming up)
“Qual è la nota di Dio? Un do, un re, o forse un mi bemolle, un fa diesis. E se non fosse una nota sola, e neppure un rumore, ma qualcosa di più complesso? Un accordo di quinta, di settima o persino un passaggio vero e proprio che si ripete all'infinito, ruotando anche lui su sé stesso, come se la partitura di quel passaggio assomigliasse a certe scritture musicali contemporanee, che hanno talvolta il pentagramma circolare che sembra un disco e non ha un inizio e una fine, ma può essere suonato partendo da qualunque punto. E allora l'universo avrebbe una sua tonalità : eterna fissa e costante, e scoprire la tonalità dell'universo vorrebbe dire accordarsi con il mondo, con la totalità delle cose. Mi deluderebbe un universo in do maggiore: troppo definito. E non mi piacerebbe che fosse una tonalità minore, notturna, melanconica: sarebbe un un universo triste, quello in minore. Forse preferirei che l'universo suonasse come un accordo : e allora vorrei un accordo musicale di quinta eccedente. Un suono formato da queste note, assai semplici : do, mi, sol diesis. La nota più alta, il sol diesis, apre l'accordo, lo estende all'infinito, e fa pensare a un universo sempre più concavo.
…... non so se Dio sia un accordo di do diesis settima maggiore: so però che l'armonia del mondo è solo una pallida imitazione dell'armonia musicale.”
(“Presto con fuoco”, Roberto Cotroneo)
mercoledì 15 settembre 2010
La Micro-Drammaterapia
| Poi qualcuno è già "dentro", mentre qualcun altro s'interroga curioso da "fuori". |
| L'Istruzione |
| Hypnodrama |
| La performance drammaterapica |
Drammaterapia, Kafkiane trasformazioni verso il Cambiamento
| Il filo d'Arianna della scoperta interiore |
| Drammatizzazione |
| La condivisione del Processo Drammaterapico |
| Distanza Estetica e Scelta Mondana |
martedì 14 settembre 2010
Drammaterapia, "Strappa da te la vanità, ti dico", Ezra Pound
@ Director
Dietro ogni rospo vi è un principe e dietro ogni principessa la promessa di un risveglio alla nuova stagione dell'amore...niente di più falso! Ma se in quell'anfibio e quella creatura femminile, evanescente e patinata del tuo libro di fabe...stai giocando te stesso, te stessa, tra aspirazioni e timori, cose conosciute ed altre...forse...nuove, la storia cambia radicalmente e (ancora forse) questo ti riguarda. Ne abbiamo visto lo svolgimento "anomalo" e così creativo, nella trasformazione della fiaba, nello scorso laboratorio.

Dietro ogni rospo vi è un principe e dietro ogni principessa la promessa di un risveglio alla nuova stagione dell'amore...niente di più falso! Ma se in quell'anfibio e quella creatura femminile, evanescente e patinata del tuo libro di fabe...stai giocando te stesso, te stessa, tra aspirazioni e timori, cose conosciute ed altre...forse...nuove, la storia cambia radicalmente e (ancora forse) questo ti riguarda. Ne abbiamo visto lo svolgimento "anomalo" e così creativo, nella trasformazione della fiaba, nello scorso laboratorio.
Ascoltavo due giorni fa un'intervista di Pasolini ad Ezra Pound. Il grande regista leggeva al secondo, assorto in un profondo ascolto, uno scritto che gli apparteneva e dove, sacro, era il refrain di "...strappa da te la vanità, ti dico!". Lezione più grande di ricerca dell'autenticità non potrebbe esservi; esplorazione che non è schiva da errori e fraintendimenti, nostri e di chi ci guarda, come del resto è stato per la vita e il pensiero di quello che Massimo Cacciari giustamente chiama un vate, mentre la sua poesia già attraversava, senza ombre, il senso del maestoso, del pieno, del profondo nel nostro insanguinato e incredibile novecento. E poi, ancora..."...ma avere fatto in luogo del non-avere-fatto...questa non è vanità", come il suo "credere più nelle cose che nelle parole" e nelle teorie, preferire il sentire che unisce alle idee che dividono. Parole usurate, teorie che...usurano, come la sua visione economica del sociale e poetica ed insieme sapiente dell'arte ("Nessun uomo ne sa mai abbastanza di qualsiasi arte").
Le timidezza spesso si veste, insieme alla paura, di dolcezza, edulcora la realtà, quasi chiedendo un perdono anticipato all'altro, come quel faccino del bimbo che si piega, appunto dolce e languido a commento della marachella, in fiduciosa attesa del consenso. L'abbiamo imparato ad usare in un tempo che (sonorosamente maestosa anch'essa) la voce di Gasmann domenica ci ripeteva quale fresca ed innocente prima età dell'uomo (il file audio di un brano dall'Amleto). E capita di usarla ancora, accattivante, "in luogo" (direbbe forse il poeta) dell'assunzione di responsabilità nella relazione con l'altro: cosa vuole egli, cosa voglio io, cosa posso dare, cosa posso ricevere. E poi, la disillusione dopo il "meritato" insuccesso (dove quello occorra) può diventare ancora il pronto atto di autoaccusa (in funzione di autoammenda!), di ammissione di colpa, di proclama del proprio limite, della propria buona fede e così via...Ancora quel timido tenero gesto che piega la testa di lato e poco in avanti con lo sguardo che spinge gli occhi a sollevarsi sotto una fronte, immune da rughe, nell'età innocente e già ormai solcata dai segni del tempo, nel tempo dopo.
Questo bimbo e questo vecchio per mano (come nel lirico brano di Guccini viene da dire) che sono in te, racchiudono il tempo del tuo "potere". Deve essere difeso dal rischio vanitoso che la tua "salvezza" (biologica) diventi la confusione narcisistica della personalità; che dell'animale, voglio dire, tu usi il suo istinto per aplificarne la pretesa con la tua coscienza, ad onta del diritto dell'altro.
L'incontro nasce autentico, nella poetica corrispondenza di idee ed affetti, nel completamento che non smette di incuriosire. "Abbiate curiosità", affermava Pound ai giovani; essa, la curiosità, aggiungo io, non elude la responsabilità dello scoprirsi coscienti, annusando la vita e scostando le foglie da quel pezzo di terreno davanti a noi; ma non rinnega in noi il mestiere del bambino e del primo homo abilis ed ancora prima di qualche primate arrampicato sugli arbusti africani, già troppo aridi, in attesa dell'Europa!
Il Principe Ranocchio e le sue contraddizioni
@ Libertà
Caro director e cari compagni di corso, venerdì e domenica, due giornate intense, profonde e sconosciute a priori, perchè non si sa mai dove si va a finire, talmente sono tante le incognite, le variabili dell'essere umano, che soltanto decidendo al momento, si può andare da una parte, giusto o sbagliato che sia... sembra che funzioni così. La coscienza, parola conosciuta, ma sconosciuta nell'essenza, perchè alla domanda che cos'è la coscienza, ognuno ha la propria risposta ! E' proprio questa non-definizione che ci allontana dalla propria coscienza, perchè l'incognita fa paura all'essere umano. Io non sò quello che ho provato ad occhi chiusi durante la musica, che cosa fosse, però un dato certo c'è: nel momento in cui non ho più cercato, ho trovato un'immagine a me sconosciuta, non convenzionale; da dove venuta? Per tornare alla fiaba, la mia esperienza di ranocchio, mi ha fatto ritrovare una principessa impaurita dal primo; ho accettato questa condizione, cercando di comunicarle che non doveva temere nulla. Compiuta la magia del risveglio del principe, qualcosa è cambiato, con dei timori, ma questo poco importa, perchè il timore fa parte dell'umano, in questa sua contraddizione continua.
Una considerazione a voce alta: soltanto vivendo questi momenti, se ne può apprezzare l'importanza, perchè sono esperienze, uniche e irripetibili, in quanto, gioca molto il momento, lo stato d'animo, e queste situazioni, sono sempre diverse, "autentiche", nell'attimo che le vivi. Se è vero, che la semantica, ha un ruolo fondamentale nell'approccio alla vita, perchè puntualizzare le difficoltà, i dolori, la sofferenza, tutto questo, ci porta poi a un pensiero, perchè soffrire? E se invece noi, proviamo a pensare, che il percorso è quello, ma andiamo verso qualcosa di veramente importante per noi e finalmente, possiamo muoverci accompagnati soltanto dalla sana paura amica che ci aiuta, e non in ansia, e poi in panico, finalmente non un prodotto degli altri ma noi stessi, con tutti i pregi e difetti in questo gioco straordinario che è la vita, senza pensare che l'altro sia un nemico.
Caro director e cari compagni di corso, venerdì e domenica, due giornate intense, profonde e sconosciute a priori, perchè non si sa mai dove si va a finire, talmente sono tante le incognite, le variabili dell'essere umano, che soltanto decidendo al momento, si può andare da una parte, giusto o sbagliato che sia... sembra che funzioni così. La coscienza, parola conosciuta, ma sconosciuta nell'essenza, perchè alla domanda che cos'è la coscienza, ognuno ha la propria risposta ! E' proprio questa non-definizione che ci allontana dalla propria coscienza, perchè l'incognita fa paura all'essere umano. Io non sò quello che ho provato ad occhi chiusi durante la musica, che cosa fosse, però un dato certo c'è: nel momento in cui non ho più cercato, ho trovato un'immagine a me sconosciuta, non convenzionale; da dove venuta? Per tornare alla fiaba, la mia esperienza di ranocchio, mi ha fatto ritrovare una principessa impaurita dal primo; ho accettato questa condizione, cercando di comunicarle che non doveva temere nulla. Compiuta la magia del risveglio del principe, qualcosa è cambiato, con dei timori, ma questo poco importa, perchè il timore fa parte dell'umano, in questa sua contraddizione continua.
Una considerazione a voce alta: soltanto vivendo questi momenti, se ne può apprezzare l'importanza, perchè sono esperienze, uniche e irripetibili, in quanto, gioca molto il momento, lo stato d'animo, e queste situazioni, sono sempre diverse, "autentiche", nell'attimo che le vivi. Se è vero, che la semantica, ha un ruolo fondamentale nell'approccio alla vita, perchè puntualizzare le difficoltà, i dolori, la sofferenza, tutto questo, ci porta poi a un pensiero, perchè soffrire? E se invece noi, proviamo a pensare, che il percorso è quello, ma andiamo verso qualcosa di veramente importante per noi e finalmente, possiamo muoverci accompagnati soltanto dalla sana paura amica che ci aiuta, e non in ansia, e poi in panico, finalmente non un prodotto degli altri ma noi stessi, con tutti i pregi e difetti in questo gioco straordinario che è la vita, senza pensare che l'altro sia un nemico.
lunedì 13 settembre 2010
Drammaterapia & Metamorfosi
@ director
E' "fisiologica" la difficoltà a realizzare "il risveglio della coscienza" come risorsa "madre" di tutte le altre, nel corso dell'esercizio che vi è stato proposto per due volte. Alcuni si sono avvicinati a sentirlo metaforicamente attraverso immagini di libertà e leggerezza, sensazioni di agio e "risveglio" somatico; per altri, sotto forma di lavarle specchiamento di se stessi modificati nella realtà quotidiana che bene conoscono. Certo è che quando si conosce se stessi nel sogno o nello stato ipnotico, lo stato d'interferenza del "pregiudizio" può essere manipolato ed anche annullato per una visione più chiara e comunque diversa di noi; ma è anche vero che qualsiasi stato modificato di coscienza, proprio perchè pesca nel campo dell'irrazionale, nella dimensione inconscia, può dare la performance dei più incredibili pregiudizi, timori, velleità e falsità. Saper coniugare la nostra attività cosciente, nel dominio dell'Io, con quanto emerge dal profondo, spontaneo o provocato, è la scommessa di un teatro fondamentalmente psicologico, che ha bisogno di parlarvi di etologia e filosofia, di Jodorowsky come di Grotowsky, di Hilman come del signore della porta accanto.
La trasversalità culturale di questo Atelier rifugge da un sincretismo interdisciplinare, ma per parlare di noi a noi stessi ha bisogno di coglierci in una dimensione olistica che va oltre l'esercizio (sterile in questo caso) di una psicotecnica. Piuttosto, esso indaga il senso del "rituale", della "infrazione", del "rimosso", i "luoghi" multipli che ci ospitano e quelli che potrebbero ospitarci, solo a concepirli.
Bravo Nero, buona esercitazione e bravi anche tutti gli altri, dopo la fatica di un "bacio" da metamorfosi che speriamo abbia dato e suggerito a principesse ed a ranocchi insieme.
Lo spettacolo continua.
Drammaterapia, il risveglio...delle risorse.
@ Nero
Ma allora perchè svegliarla, perchè non tenerla perennemente assopita o drogata con le tante mistificazioni di questa inebriante società moderna. Perchè l'essere umano ha la consapevolezza di avere un potere superiore, e se vuole distinguersi dagli altri abitanti del Mondo, ha il dovere di crescere ed evolvere ad un grado superiore di conoscenza, e accontentarsi lo mette nella stessa condizione di prigioniero, ovvero senza libertà e senza conoscenza, curiosità e ricerca, è per lui uguale a morire.
Ma anche in questo bisogna impegnarsi, andare a cercarla, scuoterla a volte, districarla dai legacci polverosi e dalle ragnatele in cui il vivere quotidiano l'ha sommersa, con le sue abitudini, i pregiudizi, le superstizioni, i bisogni reali o presunti, i sensi di colpa, ecc...
In ogni cosa che facciamo c'è bisogno di allenamento, di dedizione, perchè "accomodarsi" è facile e l'abitudine del gesto ripetitivo ed automatico è sempre in agguato.
L'ho verificato personalmente, durante il periodo estivo, cioè quando non abbiamo avuto più incontri, l'interesse per il percorso che stiamo compiendo si è affievolito in me.
La ricerca della novità, la curiosità verso questo mondo nuovo e sconosciuto, particolare senz'altro, la scoperta di risorse nascoste o assopite nel mio intimo, ha subito una fase di stallo, una sorta di stand-by. Non che avessi perso il percorso che avevamo compiuto, sicuramente avrà lavorato dentro, ma io non ne sono stato consapevole, cosciente.
Tutto ha ricominciato a muoversi appena abbiamo ripreso, e l'interesse è ripartito, stimolato dal lavoro comune.
Bisogna allenarsi a cercare, a vedere le cose con occhio diverso da quanto abbiamo fatto sinora, perché altrimenti rischiamo di utilizzare sempre gli stessi strumenti, pur avendo a disposizione ben altre facoltà.
E lo stimolo alla consapevolezza, a volte doloroso ma mai inutile, diventa anch'esso carburante inesauribile, in un autoalimentarsi che dona ulteriore spinta alla crescita personale. E come nella paura c'è una caduta esponenziale nel vortice che ci sprofonda e ci limita, qui avviene l'effetto opposto, in cui si muove un meccanismo virtuoso che ci rende leggeri e liberi e ci da la sensazione di volare al di sopra del pregiudizio e fuori dalle contraddizioni della vita che ci circonda e ci penalizza. (Mai fuori dalle regole del vivere civile, che valgono in quanto rispetto dell'altrui libertà e non come limitazione personale)
Risulta sempre più evidente che dentro di noi albergano risorse particolari, sconosciute ed inutilizzate, che ci possono veramente cambiare nell'intimo, e che possono cambiare le nostre vite in modo straordinario.
Abbiamo il dovere di volerlo fare, per noi e per le persone che ci circondano.
Foto: Drammaterapia, Il Principe Ranocchio, Atelier Liberamente, 10 settembre 2010
venerdì 10 settembre 2010
Dramatherapy: facing the laziness
Cari "attori" e simpatizzanti, dopo oltre tre anni di inserimenti attraverso il net-work dei nostri sei blog, questo luogo, anche se virtuale, è divenuto davvero un grande archivio che, oltre alle "quotes" di grandi uomini, contiene le riflessioni ed elaborazioni personali di docenti ed allievi, ospiti ed anche personaggi di passaggio. Luogo ideale dove ripescare, ove serva, quello che di utile ancora oggi si ripropone.
Alla ripresa delle nostre "prove d'autore" (perchè ogni anima è un illustrissimo autore, quando la motivazione e lo sforzo tende ad un target senza autoinganno), vi riprogongo un post di oltre due anni fa. Si discuteva di "abilità" e risorse, come oggi noi, nel momento delicato di cercare di metterle in campo nella prossima piece. Una suggestione che proviene dal nostro passato, ma soprattutto da quello di un illustre personaggio, che tutto amava, meno l'approssimazione. Anche noi, con l'idefesso proposito di "imitare" autenticamente le cose migliori.... Andiamo in scena..."let's acting the truth", ma la verità etica, non quella solo estetica, come ripete spesso Spartaco.
Wallace Delois Wattles (1860–1911) scrive: “Le speciali facoltà usate nel nostro lavoro sono gli strumenti a nostra disposizione, ma il successo non dipende solo dall'avere o meno buoni strumenti; dipende più che altro dal potere di usare tali strumenti. Assicuriamoci che i nostri strumenti non siano solo i migliori, ma siano anche tenuti nelle migliori condizioni; possiamo coltivare ogni facoltà per ottenere tutto ciò che desideriamo”.
Spesso il motore che si cela dietro la apparente ovvietà di certe asserzioni, ci è vietato. Eppure siamo costantemente tentati di "archiviare" come ovvi molti contenuti. Però avviene che nell'ampio e polveroso archivio del "conosciuto, saputo", le piccole eppure importanti verità che riguardano il nostro funzionamento più profondo vengono spogliate dell'"attualità", presupposto fondamentale perchè poi possiamo utilizzare qualche cosa...se volete è quell'incosciente inerzia, propria dell'animale che si situa indietro nella scala evolutiva -eppure utile a lui nel processo di adattamento-, che ci porta a "giocare" solo con le cose che abbiamo davanti; e quindi un nuovo accesso a quell'archivio ci è negato.
Riepilogo il passaggio: 1) è ovvio che non bastino gli strumenti o le abilità (tools and skills) ad assicurare il successo in qualcosa, ma servano le condizioni ideali perchè io possa usarle; 2) da quel momento in poi quell'asserzione viene archiviata in "reparti" polverosi della mente, isolati da quanto in memoria recente invece servirebbe all'utilizzo del dato, al tentativo di processarlo diversamente. Del resto ciò che è ovvio non necessità di ulteriori approfondimenti, è un dato esperenziale stratificato che si sottrae più facilmente all'esperienza. I nostri giudizi frettolosi, i luoghi comuni, l'immortalato tribunale della verità, della bellezza, del giusto, potente, grande, ricco, ci separa dal contatto intimo (= solo nostro)con le cose ed il loro senso per noi, preferendo la catalogazione massificante del giudizio mercantile. Sappiamo che le parole si vendono e si comprano. E tutto si consuma troppo velocemente per essere compreso, ri-considerato. Quale potrebbe essere invece un differente approccio? Quello di farsi domande, evitando di tenere in primo piano solo le risposte più immediate.
"Ho delle abilità che conosco e che non conosco?
Le sto utilizzando appieno?
Vi sono condizioni che posso riconoscere come intralcio alla loro espressione?
Potrei rimuovere questi ostacoli?
Lo desidero?
Comincio! "
Tutto questo, se è qui che ne stiamo discutendo, può ragionevolmente essere applicato anche al lavoro attoriale, un percorso di continua, intensa ed anche sfumata, sperimentazione che è aiutato dall'allenamento. I momenti di intensa partecipazione al lavoro della compagnia, agli esercizi propedeutici il setting drammaterapico, hanno infatti la silenziosa complicità di quel luogo invisibile dove continuamente il nostro inconscio lavora esperienze, idee ed affetti; tutto quello che si è appreso, dove abbiamo fallito o raggiunto un risultato, comunque. Qui inizia il percorso della scoperta, che è enormemente aiutato dalla motivazione-disciplina insieme. Senza alcun esercizio dell'intenzionalità, della volizione, della ripetizione, il successo si situa solo nell'area della fortuna, del miracolo, della casualità!
Ho abilità che conosco o non conosco?
Ecco...ora voglio scoprirlo!
Ancora, a proposito di Delois Wattles Wallace, come ricorda sua figlia Florence: “Mio padre scriveva quasi costantemente. E quando non scriveva, attraverso una tecnica di visualizzazione creativa si formava un’immagine di sé come scrittore di successo, immagine che lui riteneva essenziale al raggiungimento effettivo del suo scopo. La cosa bella di mio padre è che viveva realmente ogni pagina che scriveva. La sua fu davvero una vita di potere”.
Siamo tutti ansiosi di re-iniziare!
martedì 7 settembre 2010
Drammaterapia: tra esperienza ed evoluzione
L'energia non ha sapore, a meno che non si alluda a quella sensazione gustativa e propriocettiva che le emozioni provocano nel cavo orale, promuovendo o contrarendo la salivazione, "speziandola" di ormoni e calore, con il gioco dei muscoli buccali e faringei, il flusso d'aria accellerato o diminuito...la nostra cognizione di quanto possiamo e sappiamo fare passa anche per questo, la partecipazione del nostro corpo agli stati affettivi che viviamo. E l'energia diventa l'engramma memorizzato di quanta ne abbiamo sperimentata nella ripercussione somatica del nostro pensiero-affetto, nella fantasia di quanto sospettiamo ce ne sia negli altri, nell'eroe del momento, come del vicino di casa, da quanto, in fondo, è stata frustrata o invece ha raggiunto l'obiettivo. L'idea, dunque, di quanto siamo capaci di investire in uno sforzo, al servizio di un intento (la nostra energia), è estremamente relativa e vulnerabile, difficilmente può essere controllata da una misurazione oggettiva, ma piuttosto si parametra sulla base dell'esperienza passata. Cosicchè uno sportivo che straordinariamente dimenticasse di aver raggiunto un primato oggi, domani, nel ripetere la prova, potrebbe facilmente non raggiungerlo più e dover ripetere tutto il percorso di prove sino a quel successo, già conseguito. Il suo orientamento verso il traguardo di quel primato, sarebbe privato di quella consapevolezza che conduce a ripetere quel successo.
Comprendete bene come questo discorso ci conduce alla considerazione che non sempre sappiamo quanta energia abbiamo disponibile per i nostri traguardi, se non vi è stato prima un lungo allenamento ad investirci e che le nostre stesse risorse, pur presenti allo stato potenziale, possono rischiare di rimanere "virtuali", se non vengono ricercate. In realtà, la vita è evocatrice costante di quelle che noi sinteticamente chiamiamo skill & resources; ma è anche vero che l'abitudine è sovrana (nel positivo come nel negativo) e che quindi spesso siamo abituati a non solecitare i lati oscuri, nascosti del nostro essere psicofisico, a causa di un repertorio limitato di stimoli e situazioni potenzialmente evocatrici di miglioramento, perfezionamento e cambiamento. Vi sarebbe, nella gestione "economica" della nostra vita, come animali, il tentativo di cedere alla omestasi tra azione e controreazioni da parte della realtà, in vista del maggiore vantaggio, con il minimo del dispendio; questo salvaguarda l'individuo, come il gruppo e la specie. L'esperienza è infatti il risultato del nostro incontro con la realtà registrato in un potenziale divenire che chiamiamo adattamento, ma nella biologia l'animale non rischia facilmente di perdere la posizione raggiunta, per un "ideale", un "sacrifico" e quell'intuizione specificamente umana che in noi contraddistingue l'intelligenza ad un gradino più elevato. IL processo di adattamento dell'individuo uomo è certamente funzionale al minor spreco di energia possibile, ma anche al suo impiego in vista di un vantaggio maggiore, non prevedibile dall'istinto (che salvaguardia sempre la statistica possibilità di riuscita dell'animale). Seguendo l'istinto, nessuna ballerina potrebbe muovere il suo corpo come avviene nella "Danza del Cigno", se non vi fosse stata prima una intensa educazione dedicata alla danza, che è una cosa totalmente differente dai movimenti naturali della specie. Certamente, se il percorso evolutivo ci avesse costretti a muoverci a "passi di danza", non solo le nostre articolazioni sarebbero già adeguate per un Grand Plié, ma anche le fila dei musicisti sarebbero più piene di artisti e geni musicali.
La foto soprastante ritrae il Creative Drama In & Out Theatre in scena nelle prove di un quadro de "Il Rinoceronte" di Ionesco, studiato nello scorso autunno. Il gesto intenzionalmente evocatore di energie che compio non si rivolge alla struttura esterna della scena, la postura degli interpreti, il loro dialogo in quel momento e la dinamica dei movimenti scenici, ma piuttosto questi stessi elementi va ad abitare per aprire un dialogo più intenso ed immmediato con la psicologia di quanto sta avvenendo. Si può osservare che l'attore che mi sta davanti (Libertà) riassume nella sua reazione l'elemento inerziale di quanto stava avvenendo, buono o cattivo che fosse nella riuscita (il corpo è fermo) e l'elemento stimolo che lo sorprende e lo spinge ad un dialogo interno (il sorriso che riempe lo spazio occupato dal tentativo di capire ed andare oltre). In tal senso possiamo dire che sto trasmettendo un'energia legata ad una forma fisica (la mia voce ed il mio movimento) ed una forma cognitiva (il messaggio specifico). Il tempo della elaborazione passerà attraverso la ragione, ma la sensibilizzazione del soma sarà stata già archiviata come da repertorio possibile per il dopo.
domenica 5 settembre 2010
Drammaterapia: Fabulare attraverso la Danza. Laboratorio di Storytelling ed Hypnodrama, venerdì 10 settembre 2010
Testi di F. Pitorri
Conduttore E. Gioacchini
Conduttore E. Gioacchini
La fiaba, nell’immaginario collettivo, ha la stessa dimora del sogno, è il luogo dove tutto è possibile e dove tutto, nella maggior parte dei casi, giunge ad una soluzione. Il percorso di entrambi può essere disseminato di difficoltà e pericoli, ma poi il finale sembra preservare quasi sempre l’interesse dell’attore. La fiaba è il sogno trasportato nella realtà, ad infrangere barriere e limiti, a mettere alla prova le abilità e le risorse, e qualche volta anche ”a dura prova” l’ascolto del bambino e dell’adulto. La fiaba non è storia. Per dirla con Gill & Brennan è l’esercizio più intenso di quello che gli autori definiscono “attività al servizo dell’Io”. Si entra nella favola e se ne riesce. In altre situazioni, che appartengono all’ambito della patologia, invece ci si vive attaccati senza lasciarla, confusi tra realtà e sogno, paura e dolore, senza quella necessaria distanza che, alla fine del racconto, ci riporta con “i piedi per terra” ad utilizzarne il messaggio, che questo lavori in modo manifesto o inconsapevole, poco importa.
In questo laboratorio, i partecipanti entreranno nella fiaba, amministrandone la sintassi, la possibile evoluzione ed in questo la tecnica dell’hypnodrama è magistrale. Rospi o principi, principesse o piccole fiammiferaie, vi sarà per tutti l’esercizio della “scoperta”, del “coraggio”, della “speranza”. Nessuna epurazione dei nostri conflitti nascosti, ma piuttosto ascolto della voce interna che li fa silenziosamente e meravigliosamente superare.
lunedì 19 luglio 2010
Drammaterapia, attori fuori o dentro?
venerdì 16 luglio 2010
L'Atelier è in pausa estiva
Villavallelonga, Appennino Abbruzzese, Maggio 2010,
foto di E.GioacchiniL'Atelier Liberamente è in pausa estiva. Eventuali richieste di informazioni e ulteriori contributi degli iscritti e degli ospiti possono essere inoltrati a seguente indirizzo: drammaterapia.atelier@yahoo.it . Il laboratorio dell'Atelier nel blog riprenderà le sue pubblicazioni a partire dal 1 settembre, mentre il materiale video registrato continuerà la sua regolare pubblicazione. Al 10 settembre è fissato il primo laboratorio presso la nostra sede; il calendario dei successivi incontri con relativo programma sarà pubblicato a fine luglio su queste pagine e sul sito. Buone ferie a tutti, lo staff
"Comunicare l'un l'altro, scambiarsi informazioni è natura; tener conto delle informazioni che ci vengono date è cultura"
Johann Wolfgang von Goethe
"Comunicare l'un l'altro, scambiarsi informazioni è natura; tener conto delle informazioni che ci vengono date è cultura"
Johann Wolfgang von Goethe
Drammaterapia: Danza delle Emozioni
![]() |
| Nero ed Azzurra nella danza delle chinesfere, Atelier LberaMente, Giugno 2010 Un intenso momento della "danza delle chinesfere" del gruppo, recuperato dall'archivio dell'Atelier. Nero, chinesfera piccola in spazio basso, Azzurra, chinesfera ampia in spazio alto sollecitano l'immagine di una "fisarmonica dell'emozione", tra periodi che si alternano tra aperto e chiuso, senza soluzione di continuità nel flusso emotivo espresso. Più Nero è in basso, più "volatile" ed elevata sarà l'espressione posturale e dinamica di Azzurra e viceversa. Sullo sfondo, uno del gruppo, Fenice82 che partecipa l'esperienza da un luogo spaziale fermo, perno dell' elastometro dell'espressione dinamica dei due danzatori. Ma, in altro senso, il movimento dei due relativizza l'immobilità dell'altro. Stasera, alla chiusura pre-estiva di questo vivace Atelier, mancheranno Azzurra e Fenice82. Noi li teniamo presenti qui. |
martedì 13 luglio 2010
Drammaterapia: autorivisitazione in corso...
@ Bleu
Carissimi, l’estate che viene per me potrebbe chiamarsi “pausa di riflessione”. No, non intendo parlare di quella patetica frase che viene usata per troncare i rapporti di coppia, voglio intendere invece un fecondo periodo in cui spero di poter far germogliare i “semi” di conoscenza e di approfondimento che sono stati piantati in me , durante questi mesi di Atelier.Emozioni, difficoltà, entusiasmi, lavoro, teoria: tantissime cose che mi hanno condotto a ripensare e a rinnovare la mia “costruzione” di persona e di attrice.
Il ciclo dei lavori agricoli vuole che l’inverno sia la stagione in cui i semi maturano e crescono, fino a dare nuovi frutti. Per me, sarà l’estate il momento in cui cullerò e curerò questi metaforici elementi di rinnovamento. Non sarà un passivo periodo in cui stare a guardare: come un bravo giardiniere, occorrerà dare acqua, nutrimento e attenzioni perché si compia il processo di crescita.
Per cominciare, ho iniziato con una breve vacanza a Siviglia, fatta di arte, cultura e – perché no?- fiesta. Vi ho seguito, sia pure di corsa dall’internet point dell’albergo , vi ho rivolto pensieri affettuosi e spero che tra queste righe troviate il sole dell’Andalusia (feroce, sì, ma così vivificante!!).
Carissimi, l’estate che viene per me potrebbe chiamarsi “pausa di riflessione”. No, non intendo parlare di quella patetica frase che viene usata per troncare i rapporti di coppia, voglio intendere invece un fecondo periodo in cui spero di poter far germogliare i “semi” di conoscenza e di approfondimento che sono stati piantati in me , durante questi mesi di Atelier.Emozioni, difficoltà, entusiasmi, lavoro, teoria: tantissime cose che mi hanno condotto a ripensare e a rinnovare la mia “costruzione” di persona e di attrice.
Il ciclo dei lavori agricoli vuole che l’inverno sia la stagione in cui i semi maturano e crescono, fino a dare nuovi frutti. Per me, sarà l’estate il momento in cui cullerò e curerò questi metaforici elementi di rinnovamento. Non sarà un passivo periodo in cui stare a guardare: come un bravo giardiniere, occorrerà dare acqua, nutrimento e attenzioni perché si compia il processo di crescita.
Per cominciare, ho iniziato con una breve vacanza a Siviglia, fatta di arte, cultura e – perché no?- fiesta. Vi ho seguito, sia pure di corsa dall’internet point dell’albergo , vi ho rivolto pensieri affettuosi e spero che tra queste righe troviate il sole dell’Andalusia (feroce, sì, ma così vivificante!!).
lunedì 12 luglio 2010
Dramaterapia: "las mentiras tiene patas cortas"
@ Mareliz
Caro Director.
Primero de todo discupame por no escribirte, pero como sabes mis pequeños perritos no estan bien.
El comento que queria decir de todas las cosas que hablamos el jueves, no es falcil revivir las cosas que he vivido en primera persona, pero me doy cuenta que poco a poco estos logrando superar las cosas mucho màs facilmente. Y por eso de agradezco porque he logrado volver a vivir y hacer feliz con mi vida que tengo.
Lo que te queria decir con respecto a il teatro; il ritorno del Padre: mi comentario es que en la vida no solo debemos esperar que nos busquen, sino tambien buscar, que talvèz es la màs dificiles porque no se sabe que encontrarà, yo en la vida mia personal busque a mi Papà a los 12 años porque me hacia falta la imagen de papà sentir que me queria, pero encontre una persona que nunca le interese como hija fue dificil aceptarlo pero ya fui preparada porque en los años anteriores nunca nos busco, pero ahora que vivo la misma situacion con mi hija me doy cuenta que la historia se repite, y estoy segura que mi hija lo buscara a su padre, y yo me estoy preparando porque no se que encontrarà.
De otra parte te comento que en la vida no se puede ocultar las cosas por largo tiempo porque "las mentiras tiene patas cortas", es màs facil no querer darse cuenta de las cosas; y eso creo que sucediò con TERESA y sus hijas, no quisieron ver lo que verdaderamente estaba sucediendo. A casa mia se dice el "sol no se cubre con un solo dedo", eso te queire decir que tarde o temprano se saben las cosas.
Asi que yo, te puedo decir que, MARIANA quien representè no creo que se equivoco; por que LUCA era su hermano y no podia darle la espalda por lo que hizo, como dijimos en dos se tiene la responsabilidad de los errore en la pareja, asi que nosotros no sabemos como fue la situaciòn real de la fin de esa relacion. Tampoco podemos saber que hizo TERESA, si no hizo nada para que la relaciòn de su hijas con su padre pueda funcionar, segun el mio pensiero ella trato de evitar que todo contato para castigar a Luca, a veces la personas somos muy egoistas y no nos damos cuenta que podemos hacer daño a nuestros seres queridos.
Yo pienso que LUCA provò intentar la comunicaciòn con sus hijas pero TERESA se lo impidiò, por està razòn tuvo que pedir a ayuda a su hermana y ella no se lo negò, porque era la unica soluciòn...
Talvèz se quivoco pero no estoy segura porque no se sabe los motivos para hacerlo por eso no la juzgo.porque seria dificil no ayudar a tu hermano y a mis sobrinas lamentablemente estubo en medio de una situaciòn duficil.
Caro Director espero que logres comprender lo que te escrito.
Drammaterapia: l'indicibile paura della busta del latte
@ Nero
L’indicibile paura della busta del latte.
Quante volte evitiamo di cimentarci in esperienze sconosciute per evitare una possibile sconfitta…E perché dovremmo farlo? Andare incontro a una sconfitta intendo.
A meno che non ci sia qualcosa di distorto nella nostra mente, il desiderio di vincere è un’aspirazione sana, una spinta positiva nell’essere umano. O no?
Nei tantissimi anni del mio lavoro sono stato a contatto con tantissime persone, ragazzi alle prime armi e persone adulte, più o meno esperte del lavoro che stavano svolgendo, collaboratori a cui ho insegnato -o ho cercato di farlo- il modo in cui avrei desiderato lavorassero al mio fianco.
A parte gli innumerevoli dettagli e sfumature che fanno parte del nostro lavoro, alcune difficoltà altrui -assolutamente meccaniche e di tipo pratico- hanno sempre suscitato in me un forte fastidio e una serie di domande irrisolte. (Apro un frigo e non vedo cosa c’è dentro, vendo l’ultima bibita “x” e non penso a ricaricare, ecc..),
Ma la più intrigante è: l’apertura della busta del latte. Non la bottiglia con il tappo, la busta quadrata di carta impermeabile. E’ un gesto che si ripete più e più volte nell’arco della giornata, ma soprattutto nei meno esperti suscita una discreta difficoltà. Su un lato c’è scritto APRIRE QUI. Quindi bisogna, usando le due mani, allargare con decisione le due alette e piegarle all’indietro; prendere le punte che si sono formate e tirarle in avanti fino alla formazione di un’apertura della giusta grandezza e un naturale beccuccio che non fa cadere nemmeno una goccia.
Dopo averlo spiegato, mostrato, e decine di aperture, ho visto fare di tutto dai poveri apprendisti che collaboravano al mio lavoro. Buste aperte al contrario -che quindi si strappavano-, aperture delle alette con una sola mano che strappava il beccuccio che non si sarebbe più formato, formazione di un foro in cui era necessario infilare un dito per essere allargato, ecc…
Ma come si fa, mi chiedevo, a non imparare a fare una serie così semplice di gesti? E il malcapitato a cui fai questa domanda cosa può risponderti? Certo poi, a furia di provare, tutti aprono alla perfezione la busta (a volte dopo settimane, per poi sbagliare di nuovo).
Ma nel frattempo io ho risolto l’enigma. Non è il grado di difficoltà di un’azione che la rende realmente difficile, ma la quantità di paura che noi abbiamo di sperimentarla -e vincere portandola a termine in modo esatto.
E se ancora una volta strappo in malo modo la busta? E se apro un frigo e non vedo un’anguria? Non un acino d’uva, un’anguria...
La mente razionale fugge un’altra possibile frustrazione, e scappando va ad infilarsi nell’unica via rimasta libera. L’ERRORE. Non quello costruttivo, ma quello della frustrante sconfitta, perché -assurdamente- è una posizione familiare e quindi, una zona di confort.
Come il bambino solo che è in me, che non può fidarsi di chi ha vicino, perché soffrirebbe un’altro abbandono e preferisce rimanere solo -a soffrire.
Averlo scoperto, analizzato, ecc.., purtroppo non aiuta affatto a risolverlo e, a parte l’ironia, l’unico modo che abbiamo per uscire dai nostri meccanismi perversi, è usare le stesse armi che li hanno costruiti; le nostre paure e i fantasmi del passato.
Sono emozionato con Astra, quando la sento gioire per aver scoperto un’altra Giuliana, anche se un po’ la spaventa, e gioisco con Sole che tocca temi profondi del passato e si rammarica per non aver dato voce ai suoi desideri e ai suoi pensieri.
L’indicibile paura della busta del latte.
Quante volte evitiamo di cimentarci in esperienze sconosciute per evitare una possibile sconfitta…E perché dovremmo farlo? Andare incontro a una sconfitta intendo.
A meno che non ci sia qualcosa di distorto nella nostra mente, il desiderio di vincere è un’aspirazione sana, una spinta positiva nell’essere umano. O no?
Nei tantissimi anni del mio lavoro sono stato a contatto con tantissime persone, ragazzi alle prime armi e persone adulte, più o meno esperte del lavoro che stavano svolgendo, collaboratori a cui ho insegnato -o ho cercato di farlo- il modo in cui avrei desiderato lavorassero al mio fianco.
A parte gli innumerevoli dettagli e sfumature che fanno parte del nostro lavoro, alcune difficoltà altrui -assolutamente meccaniche e di tipo pratico- hanno sempre suscitato in me un forte fastidio e una serie di domande irrisolte. (Apro un frigo e non vedo cosa c’è dentro, vendo l’ultima bibita “x” e non penso a ricaricare, ecc..),
Ma la più intrigante è: l’apertura della busta del latte. Non la bottiglia con il tappo, la busta quadrata di carta impermeabile. E’ un gesto che si ripete più e più volte nell’arco della giornata, ma soprattutto nei meno esperti suscita una discreta difficoltà. Su un lato c’è scritto APRIRE QUI. Quindi bisogna, usando le due mani, allargare con decisione le due alette e piegarle all’indietro; prendere le punte che si sono formate e tirarle in avanti fino alla formazione di un’apertura della giusta grandezza e un naturale beccuccio che non fa cadere nemmeno una goccia.
Dopo averlo spiegato, mostrato, e decine di aperture, ho visto fare di tutto dai poveri apprendisti che collaboravano al mio lavoro. Buste aperte al contrario -che quindi si strappavano-, aperture delle alette con una sola mano che strappava il beccuccio che non si sarebbe più formato, formazione di un foro in cui era necessario infilare un dito per essere allargato, ecc…
Ma come si fa, mi chiedevo, a non imparare a fare una serie così semplice di gesti? E il malcapitato a cui fai questa domanda cosa può risponderti? Certo poi, a furia di provare, tutti aprono alla perfezione la busta (a volte dopo settimane, per poi sbagliare di nuovo).
Ma nel frattempo io ho risolto l’enigma. Non è il grado di difficoltà di un’azione che la rende realmente difficile, ma la quantità di paura che noi abbiamo di sperimentarla -e vincere portandola a termine in modo esatto.
E se ancora una volta strappo in malo modo la busta? E se apro un frigo e non vedo un’anguria? Non un acino d’uva, un’anguria...
La mente razionale fugge un’altra possibile frustrazione, e scappando va ad infilarsi nell’unica via rimasta libera. L’ERRORE. Non quello costruttivo, ma quello della frustrante sconfitta, perché -assurdamente- è una posizione familiare e quindi, una zona di confort.
Come il bambino solo che è in me, che non può fidarsi di chi ha vicino, perché soffrirebbe un’altro abbandono e preferisce rimanere solo -a soffrire.
Averlo scoperto, analizzato, ecc.., purtroppo non aiuta affatto a risolverlo e, a parte l’ironia, l’unico modo che abbiamo per uscire dai nostri meccanismi perversi, è usare le stesse armi che li hanno costruiti; le nostre paure e i fantasmi del passato.
Sono emozionato con Astra, quando la sento gioire per aver scoperto un’altra Giuliana, anche se un po’ la spaventa, e gioisco con Sole che tocca temi profondi del passato e si rammarica per non aver dato voce ai suoi desideri e ai suoi pensieri.
Continuiamo un percorso costruttivo e unico, che non può farci che bene. E do ragione al director quando ci dice di cercare in noi, di aprirci a lui e agli altri, perché non possiamo bastare a noi stessi, non ce la faremmo a migliorarci usando le conoscenze acquisite.
Se nell’Universo regna un ordine che viene sconvolto dal caos per poi tornare in ordine, perché dovremmo passare la vita a cercare di mettere a posto le cose come diciamo noi?
Perché non accettare la diversità come momento di crescita? Perché non cercarla? (La diversità, intendo)
sabato 10 luglio 2010
Drammaterapia: la spirale degli eventi
@ Director
A Libertà, ad Astra, a Sole e, attraverso loro, a tutto il gruppo, come sempre. Questo spazio è privilegiato perchè permette l'elaborazione autentica di quanto si desidera mettere in discussione, offerta allo spazio cosciente delle nostre riflessioni, laddove i laboratori sperimentano elementi non sempre visibili del nostro psichismo. E di qui, ancora un lavoro "invisibile" dentro, come una spirale tra rimandi costanti tra serie cosciente ed inconscia di determinazioni, un lato chiaro ed un lato oscuro. Una spirale che vorremmo armonica, come quella di Archimede (r = a*t), con passi e giri regolari e matematicamente derivabili, oppure quella studiata da Cartesio, che introduce l'elemento della velocità di fuga lungo il vettore radiale e determina spire sempre più ampie all'aumentare della velocità (spirale logaritmica), ma comunque prevedibili. Ma il fenomeno della coscienza riconduce l'ordine dell'universo a costanti moti caotici, che scombinano il cosmo che è in noi e così quella spirale e lo studio delle frequenze dei fenomeni che avvengono sfugge all'analisi sinusoidale dei segnali e giunge ad assomigliare ad una analisi che si rivolge più al dominio delle frequenze, che a quello del tempo, come nel caso delle wavelet. Ma una volta spostati in esso, il tempo viene perso, non si conosce più in quale sua porzione un fenomeno sia accaduto, a meno che non si apra una "finestra" più grande a contenere più informazioni. Questa metafora sarà certamente più agevole per un fisico o matematico che sia anche appassionato dello studio della mente, ma può comunque suggerire che la "atemporalità" dei fenomeni psichici, che tanto determinano nella dimensione temporale la serie "visibile" degli eventi mondani, può ad ogni istante permetterci di "riprogrammare" la nostra vita, ma questo, d'altra parte, esige un sforzo così grande che spesso viene preferito il "vantaggio secondario" del nostro modello del mondo, una scomoda/comoda topomastica dove sappiamo quando e come prevedere l'incontro con noi stessi e con gli altri. Il campo nuovo di "esperienza" a cui Libertà allude è proprio quello del non-pregiudizio, della scoperta del "sorprendente" in noi.
Quanto poi alla nozione che "tutte le cose", ad un certo livello, hanno la stessa importanza, che non esista precostituita la "banalità" nel mondo...beh questo è un elemento spesso dibattuto in filosofia e che appartiene fondamentalmente all'impostazione sciamanica di molte culture tradizionali. Vi trovo, inserita, la nozione che il "nostro" approccio alla realtà del mondo è sempre lo stesso, sia che ci dedichiamo alla più ardita formula matematica, che al gioco di perimetrare le nuvole con lo sguardo: è la nostra attenzione, il nostro atteggiamento a dire dell'importanza, piccola o grande, di quanto ci circonda e ci contiene. Questa inquietante meraviglia che è la nostra interpretazione dei fatti.
Avere paura aiuta a ricercarti "nuova" dentro, cara Astra...Davvero è una bella scommessa, ed è assolutamente persa con quelle persone che, purtroppo, nella gabbia della paura ci sono finite o ci sono andate, come meglio si preferisce interpretare. Non è semplice, sempre, utile tenerlo in mente assolutamente. Dovremmo davvero poter "ri-scoprire" ed amalgamare alla nostra autocoscienza quel meraviglioso gioco di meccanismi umorali e nervosi che appartengono al nostro "animale biologico", che fatica ad integrarsi con l'illuministico retaggio delle nostre culture, dove tutto è cos'ì stabilito e diviso tra res cogitans e res extensa! Sì, la paura può essere una preziosa alleata che aiuta a sciogliere essa stessa, senza scappare da se stessi. Nel mio setting psicoterapico insegno questo ai miei pazienti con attacchi di panico e sono sicuro che domani "Mister Y" andrà a farsi la sua bella immersione a largo, senza riparare, da pauroso topolino in trappola, dove l'acqua è appena alta un metro e mezzo e tanti scogli a cui aggrapparsi e tanti amici da richiamare in soccorso e tuttavia tante stelle a rimanere immobili da sempre -e non perchè cattive-, nonostante il nostro bisogno! E' importante vedere queste parole scritte, hanno il senso di una significativa ratifica dentro di te, Astra, anche se domani preferirai la montagna, magari, al posto del mare, ma resterai sempre "l'Attore" principale della tua vita.
Sole, anch'io credo che qualcosa di più potesse essere tentato in quell 'hypnodrama cosi drammatico, intenso e, tuttavia, molto partecipato da tutti voi. Ma proprio questo è il senso profondo di quanto stiamo svolgendo: un nastro che non deve lasciare "rimpianti", come deja vu nelle nostre esperienze, quanto piuttosto il significato che un vuoto, ci parla di molte cose; un'imperfezione ne aggiunge ancora di più, una distrazione è il più potente motore verso la ricerca, se lo si elabora. In qualche modo, se vi rifletti, è come per la storia che questo teatro è differente da quello ben conosciuto e che tanto tutti amiamo. Lì, la piece ricerca l'esecuzione più appropriata, un percorso attoriale in funzione della rappresentazione dell'opera; mentre qui, l'opera siamo noi ed esigerla "appropriata", perfetta, ben eseguita significherebbe mascherarci attraverso il teatro, non utilizzarne la potenza per "vedere". Lasciarvi fare come viene meglio, ha il rischio della staticità, assegnare le parti sintoniche a quello che pensate, appiattire la possibilità del cambiamento sopra il pregiudizio, ecc. ecc. Si, dello sciamano accogliamo il concetto di "visione", questo senso così evoluto ed integrato a tutti gli altri più primitivi. Commuoviamoci all'abbaglio, all'equivoco, all'illusione (in questo Nero è "maestro"); contiamo nella motivazione (Libertà la impersonifica); nella complessità, nella speranza che possediamo.
venerdì 9 luglio 2010
Drammaterapia: Orgoglio & Pregiudizio
@ Sole
Nel rivedermi in video, soprattutto nella prima parte, mi sono divertita e sorpresa scoprendo una parte di me che non conoscevo, eppure mi ci sentivo in quella parte quasi come indossassi un abito su misura. Mentre nella seconda parte della piece, ho preso le distanze da un padre latitante che cercava di difendersi come poteva, ma il suo dolore era vero e lo percepivo. E la mancanza dell'affetto di un padre non sono bastati a suscitarmi rabbia e rancore per lui; in qualche modo l'ho perdonavo, restava solo l'amarezza per gli anni perduti. Sono stata spettatrice di eventi per decisioni prese da altri, ma a cui non ho dato voce lasciando che il destino facesse il suo corso, ma che poteva essere cambiato, se ognuno di noi avesse ascoltato il proprio cuore, piuttosto che l'orgoglio. Tutto questo mi ha destabilizzato e lasciato un vuoto, con il rammarico per qualcosa che poteva essere e non è stato, quante incomprensioni potevano essere risolte!
Ma non sempre le cose vanno come noi vorremmo che andassero, come nelle favole.
E vissero tutti felici e contenti...
Un abbraccio a tutti.
Iscriviti a:
Post (Atom)





