L'Atelier LiberaMente è uno spazio aperto, nella misura in cui va consolidando il suo pensiero e la sua pratica. Un blog permetterà di estendere l'area comunicativa, un "drama" allargato delle idee e delle competenze. Director, E. Gioacchini







martedì 26 ottobre 2010

Drammaterapia: Barbablù e la prova d'amore.

Narratore e Directo, Blue Beard,
Atelier Drammaterapia, 2006
Con estremo rispetto di questa Corte e del Pubblico Ministero, debbo dire che assai scarsa di contenuto e soprattutto convinzione appare l 'autodifesa di Rebecca. Veniamo a quanto ella ci dice...sul tempo, quello suo, che non era quello che canta Alda Merini...
 "Non ho bisogno di denaro. Ho bisogno di sentimenti, di parole, di parole scelte sapientemente, di fiori detti pensieri, di rose dette presenze, di sogni che abitino gli alberi, di canzoni che facciano danzare le statue...",
nè quello pieno di passione, forse "intellettuale" ci dice Rebecca  (sic!), che recita Shakespeare:
Non mangia che colombe l'amore, e ciò genera sangue caldo, e il sangue caldo genera caldi pensieri e i caldi pensieri generano calde azioni, e le calde azioni sono l'amore.
Siamo d'accordo! Si conceda che i "tempi" della nostra storia non diano spazio all'idealità dell'amore ed ai colori della passione; che l'esigenza di un "buon partito" sia migliore a sfamare i bisogni di una giovine donna della contrada, piuttosto che l'amore puro del compagno dell'orto. Ma poi, dobbiamo ammettere, quali ragioni etiche suggerirono a Rebecca di innamorarsi "artificialmente" di Barbablu? In quale cuore bugiardo nacque la scellerata intenzione di rompere un patto accettato e contratto: non aprire quella porta?
Non vi è dubbio che la grave condizione che Barbablù poneva alla altrui fiducia, la spietata prova -sia pure essa celasse il suo amore puro e sincero- non appartiene alla convenzione dei rapporti in una coppia, ma altresì è vero che, a quei "tempi", la donna era più proprietà del suo Signore, che partecipe compagna. Eppure egli, Barbablù, in un disperato gesto, spogliava se stesso di ogni potere (le chiavi), chiedendo a lei di decidere se fare di lui un uomo felice o il disperato che sentiva di essere da sempre? Riusciremo a leggere tanto amore in tanta follia?
  

Sappiamo cosa obietterà il Pubblico Ministero. Lì, anche se luogo maledetto, nessun codice di guerra o legge marziale  a punire chi oltrepassa un confine, ne siamo consapevoli. Sappiamo di non trovarci in un tribunale di guerra e nemmeno ordinario, illustri giurati, poichè il solo tribunale che conta è la nostra coscienza. Se di diritti e doveri infranti dovessimo discutere, ancor prima dovremmo concordare sul fatto che il reato, nella fattispecie, non fu mai commesso e che fu una morte prematura a fermare il gesto scellerato di Barbablù. Ma la nostra coscienza  e quella di Rebecca è insieme luogo dei fatti e luogo del giudizio. Insana, profondamente "malata" la condotta di Barbablù (che fosse colpa della sua Barba o quella prendesse colore a causa della malattia della mente è cosa che lasciamo i genetisti); egli che chiede prove supreme e regala punizioni cruente, totali, la morte. Ma l'amore, o meglio la sua mancanza, ha reso folle quest'uomo.
Potrà anche Rebecca appellarsi a qualche stravagante follia per giustificare il fatto che nel sentimento verso il proprio signore vi fossero opzioni nascoste, da scoprire nel sicuro della sua assenza e dopo giuramento? Barbablù, ad onta del proprio aspetto, non aveva dato segni di malvagita nel tempo prima (che gli altri sapessero) e la fiaba lo dice...desiderava rendere felice in tutto la sua sposa: onesto sin dall'inizio. Ma questa, per essere tale, doveva mostrarlo. Quanto Barbablù chiede non giusto, come è invece comprensibile (derivabile) nella psicodinamica di una mente sofferente. Non disse Ovido: "Voglio se posso odiarti e se non posso per sempre amarti"?  E Lamarque non descrisse l'amore nel bisticcio misterioso tra possesso e libertà: "Con un filo d'oro la vorrei legare a me. Poi, come prova d'amore, la vorrei per sempre liberare"?
Non vogliate leggere sarcasmo nelle mie parole, ma dovremmo forse dire, paradossalmente, che proprio quella follia regalasse a Barbablù la profondità di un sentimento che in Rebecca era l'affetto addomesticato di una donna solo "curiosa"?

Drammaterapia, la moglie di Barbablù è una fedigrafa o un'eroina?!

Rebecca in Blue Beard, Riduzione Drammaterapica dalla favola
 di J. Perrault, di E. Gioacchini
@ Blue

Rebecca: "Il matrimonio d'amore è una invenzione del ventesimo secolo, un lusso degli intellettuali e degli artisti scapestrati.
Un tetto solido, tre pasti al giorno, abiti per ripararsi, legna e carbone per l'inverno, una dispensa sempre piena, in barba a carestia e male annate, sono argomenti assai convincenti per spingere una povera ragazza del contado a sposare il fosco signore del castello.
Come si può vagheggiare un sentimento di cui ho soltanto sentito parlare nelle ballate popolari, di fronte alla certezza della sopravvivenza, non solo mia, ma della mia intera famiglia? Nella contrada, molti bambini non superano i primi cinque inverni di vita; il lavoro dei campi e delle botteghe non serve a nulla se le piogge, la guerra, la siccità o la peste arrivano all'improvviso.
Vorrei ricordare ai signori della corte che la scelta di sposare il Barbablu non è stata poi così sofferta da parte mia: certo una iniziale ripugnanza verso il mio futuro sposo potrei averla provata, ma consideriamola come un pudore di adolescente verso la vita coniugale, che si sarebbe manifestato comunque, verso qualunque particolarità fisica di qualunque altro uomo.
Non so se posso dire di essere stata felice di sposare Barbablu, ma di sicuro non sono stata infelice nel farlo.
Vorrei che gli onorevoli signori della corte tenessero presente questo aspetto del mio matrimonio, nel valutare i fatti".

lunedì 25 ottobre 2010

Drammaterapia: la Potenza della Virtualità

"Bottle" by Kirsten Lepore (Official video)
"Animated on location at a beach, in snow, and underwater, this stop-motion short details a transoceanic conversation between two characters via objects in a bottle". Thanks to K. Lepore



Bottle from Kirsten Lepore on Vimeo.

Drammaterapia: Barbablù in dramaterapia

Rebecca in "Blue Beard", Riduzione Drammaterapica dalla fiaba
 di J. Perrault, di E. Gioacchini. dicembre 2006.
Rebecca è Francesca Marinelli
A proposito di quali possibili elementi e come lavorino in Barbablù, uno spunto di riflessione alle “Rebecche” ed agli "assassini seriali" dalla barba più o meno colorata!
Rebecca, non abbiamo dubbi, avrà usato tutta la sua arte di “seduzione” femminile per attrarre il principe ricco e potente e divenirne sua sposa tra tante, oppure no? La fiaba racconta come Barbablù fosse stato rifiutato da molte fanciulle a causa del suo aspetto certamente non “handsome” e che Rebecca, la più piccole delle due figlie della vedova, si convincesse a sposarlo, decidendo che poi il Signore non fosse tanto orribile. Ma in questo caso perché? Ricco e potente ed il vantaggio di un matrimonio così interessante (ovvero interessato) poteva far superare qualsiasi ripugnanza e ribrezzo…persino la barba poteva non apparire più così intensamente blù: “… la sposina si sentì molto orgogliosa quando poté mostrare alle sue amiche il meraviglioso palazzo dove abitava.
Azzardiamo a dire: Barbablù nel gioco di “vendere” tutto quello che possedeva alla propria sposa, purchè lei accettasse tutto quello che era…forse doveva esservi un limite! Prendiamo la difesa del Principe in un tribunale virtuale, accettiamo il suo mandato e troviamo delle cause “diminuenti” il tentato omicidio, tralasciando il fatto che egli, il principe, non può più essere giudicato, perché il reato non ebbe compimento per intervenuto decesso dell’attore stesso. Nella dinamica seduttiva dell’amore che, in un certo qual modo, si prostituisce alla potenza ed alla ricchezza, potremmo concepire che Barbablù volesse una prova di amore autentico dalla propria donna?
Che dietro la proibizione di varcare la soglia di quell’uscio maledetto, vi fosse la ricerca disperata di un cuore che anelava essere corrisposto in amore sincero? Perché in questo caso Rebecca sincera non fu. Anzi, se avesse potuto (Ahi…"se solo avesse potuto tornare indietro", recita la drammaturgia, oppure pulire quella chiave macchiata dell’infrazione!), avrebbe ingannato e forse..continuato ad ingannare per sempre quel sognatore. Barbablù, è vero già omicida seriale -lo sappiamo- che desiderava essere amato per quanto era e non per le proprie ricchezze. E inoltre -notiamo bene- alle ricchezze materiali del Principe, alla sua grande potenza, quale ricchezza personale pone Rebecca?
La sua “curiosità”, eccellentissima corte!  Il Principe, davvero interessato alla felicità della sposa, la invita a disporre di tutto, di quel tutto che, lo tenga a mente questa giuria, costituisce l’unico motivo che fece contrarre quello scellerato matrimonio:

“Tuttavia desiderava che nel frattempo lei si divertisse con le sue amiche, e le invitasse a palazzo. Ti lascio le chiavi di tutte le porte, di tutti i forzieri, di tutti gli armadi - disse togliendo di tasca un tintinnante mazzo di chiavi. … Adopera come vuoi il servizio di vasellami e le posate d'oro e d'argento; fruga nei ripostigli, saccheggia la dispensa. Ma per nessun motivo al mondo dovrai aprire la porticina che si trova in fondo alla galleria e che si apre con questa chiavetta d'oro. Guai a te se entrerai in quello stanzino: dovrai pentirtene amaramente! Così dicendo, consegnò il mazzo di chiavi alla moglie".

Ed invece il tradimento si consuma nel tentativo maldestro di sotterfugio della donna! Se la ragione dell’estrema prova da parte del Principe è stata qui discussa, chiediamoci poi se Rebecca avrebbe potuto fare altrimenti dal tentare l’inganno. Barbablù non ha attirato in un trabocchetto la sua sposa, eccellenti giurati! Non ha spiato le sue mosse, ma fiducioso ha consegnato a Rebecca anche la chiave del suo segreto. E se segreto non fosse stato non avrebbe avuto bisogno di essere celato! Il proprio limite, la propria paura di essere tradito, che vuole dire “accettato” e lì, aperta, chiara, persino sonante nel rumore della chiave tra le altre di quello sfarzoso castello che egli mette a disposizione della donna. E Rebecca, avidamente, come avido è stato il suo matrimonio, cerca un modo di comprendere che non abbia rischi: di nascosto!. Non parla al suo sposo, non si oppone, non rigetta decorosa quella sfida, quel limite tuttavia al loro rapporto e vigliaccamente preferisce la strada dell’inganno.Guardò la chiavicina maledetta e vide che era sporca di sangue.
"Subito cercò di asciugarla e di pulirla, ma non vi riuscì. La chiave era fatata, e le macchie di sangue cancellate da una parte, ricomparivano da un'altra. Atterrita, pensava di fuggire dal palazzo, ma proprio quella notte Barbablù vi fece ritorno. La sposina simulò di accoglierlo lietamente, ma in cuor suo si sentiva morire per la paura".

E certo che quella "chiavicina" sporca del proprio "peccato", quale elemento magico della fiaba, ha un rimando importante al senso di colpa che la donna dovette avvertire, perchè la scena del crimine può essere cambiata, ma il senso di colpa uno, signori giurati, se lo porta dentro! Nella povera folle mente di Barbablù il delitto è già consumato, prima che egli la possa uccidere, come ha fatto con le altre e non gli rimane che annullare l’ignominia del tradimento, sottraendo la sposa alla stessa vita, alla testimonianza dolorosa dei propri occhi. Reset totale che cancella peccatore e delitto insieme. Non stiamo qui difendendo la volontà di uccidere di questo uomo, ma cercando di spiegare cosa lo spinse molte volte a farsi reo di tanta strage. Se Gilles de Rais uccideva le sue giovani vittime, bambini, quale olocausto al proprio peccato, nella ricerca di quella perfezione che l’immolava a sacrificio ed intercessione per i suoi stessi crimini, facendone dei “santi” e “martiri”, ben ha inteso Perrault nel delineare Barbablù prima vittima di se stesso, prima ancora che di una famiglia (quella della sposa) giunta, provvidamente in soccorso della scempiaggine del proprio parente.
Barbablù è morto, ma crediamo che questo non sia la sola uccisione del testo. Egli non era in grado di “condividere” perché, recita il testo, le donne si sottraevano a lui per la sua bruttezza e tuttavia egli cercava disperatamente e follemente -lo abbiamo detto- di essere amato; che il suo modo di sentirsi amato dovesse essere troppo xompensatorio, assoluto, non v'è dubbio. Ma uccisa, ancora prima è stata la coscienza di un “patto”, di un “dono”, la reciproca consapevolezza che qualsiasi unione non significa “totale fusione”, né tantomeno “furto” nella casa-anima di un altro. Spero che l’eccellentissima Corte ed i Giurati tengano conto di quanto esposto. La Difesa.

« Siamo attesi? Credevo fossimo a Napoli... » Totò in "Le sei mogli di Barbablù"

 


Video: dal film, Le Sei Mogli di Barbablù, 1950 (tratto da theASFRfan)
Regia: Carlo Ludovico Bragaglia, Soggetto: L. Brenno, B. Caravagni, Sceneggiatura: F. M. Ricci, B. Caravagni,
Fotografia: Mario Albertelli, Scenografia : Alberto Boccianti, Musica: Pippo Barzizza, Montaggio: Renato Cinquini
Aiuto regia: Roberto Cinquini, Direttore produzione: Romolo Laurenti, Produzione: Golden Film, Durata: 87minuti.
Interpreti e personaggi:
Totò (Totò Esposito / Nick Parker), Isa Barzizza (Lana Ross), Mario Castellani (Amilcare Marchetti), Tino Buazzelli (l'editore Ladislao Zichetti / Barbablù), Carlo Ninchi (il vero Nick Parker), Luigi Pavese(Lucas, capo dell'Interpol), Marcella Rovena (Carmela), Aldo Bufi Landi (Patson), Eduardo Passarelli (l'impresario di pompe funebri), Erminio Spalla (l'autista), Silvia Fazi (Domenica), Franco Jamonte (Pecorino), Enzo Garinei (un paesano), Anna Di Lorenzo (la cameriera), Sofia Lazzaro (Sophia Loren, una moglie di Barbablù), Giovanna Ralli (una moglie di Barbablù), Nino Marchesini (l'ispettore di polizia).

domenica 24 ottobre 2010

Drammaterapia e le molte anime del Teatro


Due imput utili nell’attuale preparazione della piece dramma terapica di Barbablù, ma che riepilogano anche qualche concetto funzionale al Creative Drama & In-Out Theatre.

Partiamo da quanto avete avuto modo di ridiscutere su teatro di Grotowsky nell’ultimo esame svolto. Attore denudato dalle sovrastrutture tipiche delle finzione teatrale; che si offre nel sacrificio della “rappresentazione”, nello speciale sacerdozio ”laico”, dove apparirà vestito unicamente della propria autenticità, nel rapporto sacro con lo spettatore; atto responsabilizzante, perché non è mai facile spogliarsi e qui, se lo si fa, si deve essere consapevoli di quali abiti prestati dal copione si hanno indosso.
Arriviamo alla drammaterapia, dove la “nudità” assume una valenza ancora differente: l’interprete può arrivare a quella attraverso il passaggio in panni differenti, nella ricerca sempre rischiosa di un equilibrio che non esiste, ma è funzionale alla scoperta di cosa non si è e può essere ancora: la risorsa. Attore e personaggio nel dialogo silenzioso od espresso, intellegibile od incoscio, tra le diverse polarità di sentimenti, reazioni e pensieri; catarsi nel superamento del “chiasso” nevrotico del conflitto, per la riassunzione di posizioni responsabili, consapevoli di quanto sta avvenendo, è avvenuto e, probabilmente, avverrà…
E poi il teatro drammaterapico; passaggio ulteriore in avanti, che sposta il processo drammaterapico a lavorare anche sulla performance finale, in quella situazione che recupera “vero” l’altro, nel pubblico e che denuda ulteriormente rispetto a se stessi. Ecco, in questa condizione privilegiata, dove contenitore interno ed esterno –come mi penso, come appaio- assumono la caratteristica di essere una “osmosi” rappresentata, la responsabilità è ancora più grande. Se non si sarà fatto lavorare bene il processo della drammaterapia lungo tutti i laboratori, le scorie pesanti dei nostri pensieri e fantasie investiranno, vischiosi o peggio “neutrali”, lo spettatore; il rumore del conflitto rischierà di investire chi ti ascolta, portando fuori nel testo la privatezza dei propri arresti, della paura, del dubbio che si cela dietro il desiderio di vivere. Non puoi contare, qui, che lo spettatore si "salvi" dandoti del "cattivo" attore.

sabato 23 ottobre 2010

Dramatherapy, Examination unmasks Theatre



Foto:  da Teatro Emozionale,  Fenice82' Performance,17.10.10

mercoledì 20 ottobre 2010

Dramatherapy through Dramatherapy

How drama works through a special examination!



L'esame truccato, gli studenti che tremano come pulcini veri ed i professori a giocare con le proprie umorali lune in cerca della vittima predesignata. Abbiamo omesso di editare le scene più cruente, quelle di sangue e lasciato solo quelle ...esangui, per il piacere dello spettacolo. Anche quello esige il suo prezzo! Ma intanto, più profondamente, tutti, allievi e professori, a fare il proprio esame più distante da quelle sedie e da quelle domande. La macchina da presa si è inceppata e così qualche studente è stato tagliato dalle riprese, risparmiato al ludibrio del mondo. Ma abbiamo in riserbo una serie fotografica che immortala il vostro saggio di danza...e lì, credetemi, c'è poco da truccare! Esito? Tutti promossi

Drammaterapia: l'In & Out dentro all'esame


@ Sole

Avevo dimenticato la preoccupazione che ti prende nell’affrontare un esame dinanzi ad un pubblico, di sentirsi giudicati per le proprie conoscenze, di non essere all’altezza e sentire il peso di un giudizio che mina la tue poche certezze. E la sudditanza di un allievo di fronte al suo Maestro, che dall’alto della sua saggezza decreta l’esito di un esame, per poi scoprire che quella prova non era stata poi così difficile. Ma chi può dire se il nostro insegnante, si è trovato a suo agio nel giudicare il nostro impegno senza avere dei dubbi? Ognuno ha il suo ruolo, ma ogni esame è un doppio esame che ci mette tutti alla prova, gli uni di fronte agli altri in un gioco di specchi,  per vedere  riflesse le nostre stesse  difficoltà. E’ importante trovare il coraggio di aprire una porta segreta, per non negare la nostra natura e i nostri sogni, assopiti dall’agiatezza di un incontro che ci preserva dai rischi  e dalle delusioni, per scoprirci più veri e più audaci.

martedì 19 ottobre 2010

Drammaterapia ed il prezzo della Libertà



@ Libertà

Come spesso mi succede nella vita, la realtà è meno brutta di quello che immagino: quello che doveva essere un'esame, è stata invece una giornata positiva e piacevole nel complesso. Chiedo scusa al gruppo, per la veemenza del mia èrestazione, non era mia intenzione. Sicuramente, il mio modo è errato, ma proprio perchè nasce da dentro, subisce, lo stato d'animo di questo momento personale, che non è dei migliori. Proprio nei momenti difficili, bisogn aessere in grado di gestire le situazioni e non ricadere, nei giochi della mente che distorcono la realtà. Anche se doloroso, l'appunto del Director nei miei confronti, mi ha dato la possibilità di fare tra me e me tutte queste considerazioni, che in fondo fanno parte di questo cammino. Che dire della piece che andiamo a mettere in scena? Barbablù , non poteva non essere quello che è stato. Gli eventi della sua vita, segnata da violenza, morte e piacere attraverso tutto questo, l'ha portato a cercare il piacere attraverso eventi cruenti. Rebecca, che si piega al volere della famiglia, accettando un matrimonio non d'amore, ma di interesse, ha un risveglio di coscienza, simboleggiata da una chiave, che è insieme punizione, di una porta che non si dovrebbe aprire a stare "agli ordini". Accetta il compromesso esterno della famiglia, ma non accetta il compromesso con l'amore. Penso, che questo, sia l'unico modo, che possa salvare Rebecca, che simboleggia noi umani.

Drammaterapia nella drammaterapia come teatro nel teatro



@ Nero
Vera o immaginata: storia di un incontro
sottotesto: quando l'esame è dislocato in altri posti da quello della sedia dove siamo seduti

Ad una situazione di vita quotidiana, vissuta più volte o del tutto nuova, ognuno attribuisce importanza più o meno grande. Ad una situazione di pericolo ognuno reagisce facendo leva sulle proprie forze, risorse, conoscenze ed esperienze. Ad una prova di esame, importante o meno che sia, tutti hanno la preoccupazione di superarlo in maniera eccellente, quantomeno accettabile.
In tutti i casi, guardando dall’esterno situazioni diverse che fanno parte della vita di ognuno, balzano agli occhi fatti innegabili; gran parte del risultato, come vivremo, come ce la caveremo, dipende solo dalla nostra capacità di modularci in maniera equilibrata e responsabile alla situazione.
Quello che abbiamo vissuto ieri, era un esame vero o solo immaginato? E se da quell’esame fosse dipeso il nostro futuro, saremmo stati in grado di sopportare l’impegno e l’ansia data dall’importanza di tale evento? Sinceramente non so rispondere. Posso dire che ce l’avrei messa tutta… Ma sarebbe stato sufficiente?
Quante prove la vita ci pone di fronte, e quanta vita lasciamo passare eludendo le difficoltà, barcamenandoci tra un problema ed un altro, tra situazioni pratiche o emotive che non abbiamo il coraggio di prendere in mano? Quanti incontri sono stati importanti, o fondamentali per il nostro futuro, e non abbiamo avuto la capacità di sfruttare l’occasione? Quanti treni abbiamo lasciato passare?
Un giorno ho incontrato il teatro, -non un luogo, non una persona, ma un modo di esprimersi-, un teatro molto particolare, che, a volerlo ascoltare, parla al tuo inconscio, va ad aprire catenacci arrugginiti e dimenticati che non si aprirebbero con l’uso della forza, anzi…
E un po’ per curiosità, un po’ perché avevo detto ad uno che mi conosce bene che avrei fatto il mio dovere, ho continuato ad infilarmi in questa situazione, lasciando che la sofferenza si facesse grande, lottando con il raziocinio che mi dava mille motivi per mollare (forse perché è una parola che odio non l’ho fatto), ascoltando il dolore che affiorava, alleggerendo i pesi del passato.
Tra alti e bassi, smarrimento e gioia, gruppo e solitudine, autonomia e condivisione, in un guazzabuglio di emozioni, gioie, amarezze… Il mio cammino continua…
E forse nemmeno ricordo bene perché avevo così paura di continuare, di esserci, di partecipare, ma ricordo perfettamente che era vera e tangibile, come era vero l’esame di ieri.
Poi uno mi ha detto: “Guarda che è tutto un gioco, è tutto messo in scena per farti crescere, per farti capire che le paure sono solo immaginarie e le difficoltà sono quelle che noi vogliamo vedere a tutti i costi…”
Ma vuoi vedere che ‘sto tizio c’ha ragione!!!

lunedì 18 ottobre 2010

Drammaterapia & Storytelling, 2010

Atelier Drammaterapia per le Risorse 2010-2011
Director, E. Gioacchini

sabato 16 ottobre 2010

Drammaterapia, Lui Lei Forse Sempre

Piece Drammaterapica scritta e diretta da E. Gioacchini - Giugno 2010
Prima lettura e prova senza studio
Attori, M. Pina Egidi, Gianni De Angelis

giovedì 14 ottobre 2010

Drammaterapia & la Storia al Femminile

@ Bleu

“Anch'io ho un punto di forza: Zeus! Devo spiegarlo? Io sola tra i celesti conosco il segreto del forziere che cela sotto chiave la saetta. Ma la saetta non serve…… Poni accanto alla mia la tua dimora. Godrai il fiore di questa grande terra: offerte votive per sposalizi e nascite. Allora, sempre tu loderai il mio consiglio” (La Dea Athena, Eumenidi, Eschilo)
Come i cantori greci, anche io invoco il favore di una divinità nella trattazione di temi grande come l’universo. Il bene e il male, il femminile e il maschile, l’ombra e la luce e noi, povere scimmie nude, intrappolati tra essi.
Associo il mio richiamo ad Athena, quando è ricordata come dea della conoscenza, della giustizia, delle arti e dell’artigianato. La dea guerriera della strategia, ma che conosce il perdono poiché dona il suo voto all’accusato quando i giurati sono in parità nel verdetto. (chissà cosa avrebbe fatto nel processo a Gilles de Rais). L’altra faccia del femminile che racchiude elementi maschili, e ne compie la sintesi (forse).
La Storia, caro Nero, l’hanno scritta gli uomini, non le donne. Perdona la generalizzazione, ma è così. Per non cadere nella valutazione di genere, troppo semplicistica, posso dire che le vicende storiche sono state studiate e illustrate con qualità legate alla componente virile: la potenza, la forza, la conquista, l’esplorazione di nuovi territori, la sottomissione sono state esaltate e poche volte osservate con spirito critico.
Ulisse, l’astuto che fa cadere Troia, Enea, il fondatore della stirpe dei Cesari, Napoleone e Alessandro, gli inquisitori che mandarono al rogo le più belle menti a loro contemporanee e salirono comunque all’onore degli altari… un elenco così lungo da far paura.
La letteratura esalta i cantori di imprese eroiche ed è più semplice ricordarsi di Omero che della poetessa Saffo e della sua delicatezza (Ho una bella figlia, l’amata Cleide, che ha l’aspetto simile a fiori d’or).
Eppure, a dispetto di storici e di storiografi, esiste un’altra storia, quelle delle donne.
Che non furono solo madri piangenti, streghe sul rogo, pulzelle d’Orleans e monache di Monza, sante vergini e martiri, condannate dal loro destino biologico al ripudio, al disprezzo, alla castità più umiliante , se sterili o incapaci di generare figli maschi.
Vi furono donne fiere, colte, intelligenti, capaci di affetto e di amore, votate alla pace, ma non deboli nè vittime, che tracciarono e percorsero le strade del progresso che oggi ci sforziamo di individuare.
Proviamo a ricordare i libri di storia: quante righe dedicate all’opera di mecenati donne e quanti paragrafi dedicati alle conquiste di Cortès e Pizarro?
“La pace delle due dame”, Madame Curie, scienziata due volte Nobel, Maria Montessori, ovvero il coraggio di una grande idea, Maria Gaetana Agnesi e la versiera, Madame de Staël e il suo salotto culturale, quanto sono bistrattate nei percorsi formativi e scolastici di base o negli approfondimenti culturali individuali!
(Volutamente, non fornisco links o referenze, perché questo è un invito a stimolare curiosità e voglia di sapere che meritano un momento di energia in più)
Eppure queste donne ci parlano di un altro tipo di lotta, senza armi, condotta con la forza, ma non con la violenza.
Gilles de Rais
Ci raccontano che se, come vuole Konrad Lorenz, esiste il male ed è necessario perché legato alla nostra condizione di Homo sapiens, allora esiste anche la contropartita: lo spirito critico, il desiderio di pace e benessere, la capacità di amare e di soffrire, e soprattutto di RIDERE, dietro altri stimoli che non siano la sopravvivenza della specie.
Gli animali, come ho avuto spesso occasione di scrivere, non covano vendetta, usano l’aggressività in maniera funzionale alla sopravvivenza propria e della prole.
Non così gli uomini e lo sappiamo, nessuno si senta escluso. La Bestia, quella biblica, è in noi, dorme nelle pieghe della coscienza, alza la testa quando ve ne sono le condizioni. Basta una zanzara molesta, gonfia del sangue succhiatoci, ma stupida e là…. con una prosaica ciabatta (che è l’equivalente di un bazooka) la inchiodiamo al muro, sul pavimento, e poi la contempliamo con compiacimento!! Quanta soddisfazione nello schiacciare quel piccolo simulacro di nemico che si è preso una infinitesimale parte del nostro sangue, lasciandoci un ponfo più piccolo di una moneta da cinque centesimi! Lo fa persino il Dalai Lama.
Ma esiste anche altro in noi e lo raccontano la storia della pace, della cultura, della terra, dell’amore. Una storia diversa se raccontata al femminile, o secondo una visione improntata alle qualità che si associano ad esse. Ho rivalutato assai l’odiato Manzoni del Liceo rileggendo il “Cinque Maggio”, perdendomi nelle sue riflessioni sulla sofferenza finale di Napoleone, confinato su uno scoglio nell’Oceano, e nella morte vicino alla redenzione.
Nella nostra cultura, anche quella legata alla tradizione cattolica, sappiamo di avere il libero arbitrio, cioè la capacità di scegliere tra Bene e Male, ispirati ora dalla religione, ora dalla la filosofia, dall’ideologia o finanche dalla scienza.
A questo punto, viene da chiedersi: vale la pena scegliere il bene? E perché farlo, se il Male è necessario, visto che persino la Bibbia vuole che “Nessuno tocchi Caino”?
E cosa siamo noi, che portiamo nella coscienza il germe di Landru e il desiderio dei cori angelici? Cosa
Lo descrive bene Albert Camus ne “La Peste” :
"So soltanto che bisogna fare quello che occorre per non essere più un appestato, e che questo soltanto ci può far sperare nella pace, o, al suo posto, in una buona morte. Questo può dar sollievo agli uomini e, se non salvarli, almeno fargli il minor male possibile e persino, talvolta, un po' di bene. Dopo un silenzio il dottore domandò se Tarrou avesse un'idea della strada da prendere per arrivare alla pace. "Sì, la simpatia". […] "Se si può essere un santo senza Dio, è il solo problema concreto che io oggi conosca".

L'Amore cura: drammaterapia, navigando sugli affetti della Storia


@ Nero

Nel passato di ognuno di noi ci sono ricordi più o meno vivi dei periodi scolastici trascorsi a studiare la storia, una storia che fotografando più o meno verosimilmente il percorso del genere umano sul pianeta, rende chiaro il comportamento degli esseri umani, la loro provenienza e la loro evoluzione, ma cerca soprattutto di prevedere l’evoluzione futura della società, anzi dovremmo dire delle varie società. (Sono evidenti le differenze tra le società industrializzate e moderne tipo la nostra, e quelle meno evolute tecnologicamente e culturalmente di alcuni Paesi).
La storia ci fornisce spunti di riflessione su gesti eroici, grandi condottieri, esploratori, artisti, ecc… Ma soprattutto ci parla di guerre…
Guerre per conquistare, dominare, sottomettere, depredare altri popoli, guerre di religione, stermini di massa, e… Re, Imperatori, Papi e Nobili di ogni risma. Che il colore dei loro abiti fosse il purpureo ecclesiale o il bianco nobiliare, il nero del conquistatore o lo scintillio delle cavalleresche spade, la sostanza è sempre stata la stessa. Pochi privilegiati hanno avuto in mano le sorti di una moltitudine infinita di esseri umani.
E siccome la storia la scrivono i vincitori, difficilmente parlerà dell’odio profondo che spinge gli uni contro gli altri, difficilmente parlerà degli innocenti uccisi, di interi popoli sterminati, di crimini e torture indicibili, di interessi economici e paranoica sete di potere… Tutto verrà raccontato evitando gli episodi più cruenti, favoleggiando sull’uno o sull’altro eroe, mettendone in luce i gesti eroici, decantando la necessità ed i vantaggi… e così via.
E poi l’evoluzione, il riscatto delle società moderne, il benessere, una condizione di vita migliore, delle aspettative migliori, ideali e lotte, diritti annunciati, traguardi raggiunti. E per molto tempo abbiamo creduto di vivere in una Società civile, in cui il rispetto per l’essere umano è di primaria importanza, in cui dovesse essere garantito il rispetto dei più elementari diritti di quieto vivere, in sintonia con gli altri; insieme agli altri…Ho creduto…ho sperato…ci siamo illusi?
Sempre più spesso, direi costantemente, impattiamo con notizie che ci scuotono dalle nostre illusioni, (inutile fare degli esempi; ognuno può scegliere quello che sente più vicino, o che gli provoca più dolore) e il sogno si trasforma in un incubo, la realtà si mostra in tutta la sua durezza. La vita nelle nostre metropoli è massacrante, i rapporti con il prossimo… Beh, lasciamo stare… Pian piano ci abituiamo al malessere, allo stress, alle frustrazioni, alle disattese aspettative, in un fallimento costante, che frustra la psiche e prostra il fisico, ma soprattutto mina ancor più le poche certezze dei ragazzi che rappresentano il futuro. Genitori assenti, o “malati”, crescono ragazzi ancor più bisognosi di attenzione, bisognosi di credere in un futuro possibile, carenti di rapporti veri e sommersi da relazioni fittizie e superficiali –basti pensare a facebook o simili.
Il tutto alimentato da un malessere economico serpeggiante, un clima di incertezza che taglia trasversalmente tutti i ceti sociali, tranne le classi più agiate, e il quadro si tinge di colori tutt’altro che rosei.
Tutta la violenza che si scatena anche in situazioni futili, in occasione di eventi sportivi, in modo imprevedibile e da persone insospettabili, dove alloggia? E’ così represso l’essere umano, da diventare una bomba ad orologeria?
Ho già parlato di tutto questo, in modo razionale e cinico, forse pessimista, nell’analizzare il Mondo e i suoi inquilini, nel voler vedere questa negatività, ma mi chiedo: cosa può fermare tutto questo?
Soprattutto da diversi giorni nella mia testa frulla una domanda a cui non trovo risposta: Dove stiamo andando?

@ Director

"...nam tu sola potes tranquilla pace iuvare mortalis, quoniam belli fera moenera Mavors armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se reiicit aeterno devictus vulnere amoris, atque ita suspiciens tereti cervice reposta pascit amore avidos inhians in te, dea, visus eque tuo pendet resupini spiritus ore. hunc tu, diva, tuo recubantem corpore sancto circum fusa super, suavis ex ore loquellas funde petens placidam Romanis, incluta, pacem; nam neque nos agere hoc patriai tempore iniquo possumus aequo animo nec Memmi clara propago talibus in rebus communi desse saluti" (Lucrezio - De Rerum Natura - Libro 1, 1-43)

Allietare tu sola puoi d'una placida pace i mortali. Governa l'aspre fatiche di guerra Marte possente nell'armi: e, vinto dall'insanabile piaga d'amore, egli spesso ti si abbandona nel grembo, e in su, così, riguardando, riverso il collo tornito, in tè d'amore, anelante, pasce gli occhi avidi e pende tutta di lui e supino l'anima dalle tue labbra. Stringiti a lui, mentre giace, dea, con l'intatto tuo corpo, versagli dalla tua bocca dolci parole, implorando, inclita, per i romani una pacifica tregua: che, con la patria turbata, ne noi con cuore tranquillo potremmo attendere all'opera, é, per seguir tali cose, l'illustre germe di Memmio negar potrebbe se stesso alla salvezza di tutti.

Il Poeta invoca la dea Venere, dea dell'amore, ad elargire le sue virtù "pacificatrici, che solleveranno dall'affanno della guerra e dalle sue fatiche il corpo e la mente di Marte, dio della guerra. Che sia sempre questo bisogno di amore, questa sconsolata coscienza della nostra finitezza a farci difendere dal nemico invisibile, finendo per vederlo nell'altro vicino a noi? Questa perversa costruzione della macchina da guerra che si è evoluta da Marte in poi e con Marte, vestendosi di cultura ed amore e parlando poi soltanto di questo tra i suoi tuoni. Il Mito ha indagato e descritto l'anima degli uomini molto prima della psicologia e del suo costrutto. L'abbraccio amoroso di Barthes riepiloga quello della madre e della madre-terra, in cerca di pace. Personalmente, tutto questo mi induce a pensare che quante più donne siederanno nella stanze dei bottoni, quanto più freneremo il bisogno di falsi eroismi. E' la stessa evoluzione della Coscienza dell'uomo a chiedere che egli evolva dentro i propri istinti.

Foto: Allegoria della Pace, scultura opera di un nostro soldato al fronte; Valdagno; 1916, 06; Biblioteca Villa Valle, Centro di Documentazione, Archivio Fotografico della Grande Guerra; Positivo, b/n, gelatina ai sali d’argento, carta
Marte e Venere, di Frans Wouters, allievo di Rubens, Galleria Nazionale di Cosenza 

mercoledì 13 ottobre 2010

Dramatherapy, The Abandon

Improvvisation Techiniques (2010)
Creative Drama & In-out Theatre
Director, E. Gioacchini



Video: Tecniche d'Improvvisazione, Atelier Drammaterapia Liberamente,
Giugno 2010. Regista ed Allievo (Spartaco Pelle)

martedì 12 ottobre 2010

Il Teatro di Georges Ivanovič Gurdjieff.

"Monsieur Gurdjieff e i suoi allievi"
Scuola di Teatro La Teca - Roma

Video: Piece dell'Associazione La Teca, sul teatro di Gurdjieff, Regista Alessandro Albanese, Roma, 9 ottobre 2010. Documento registrato dal CDIOT

sabato 9 ottobre 2010

Drammaterapia, Blue Beard: a caccia dell'anima

Bozzetto priella primitivo della prima scena di Blue Beard,
piece drammaterapica, dic 2006. Atelier Liberamente
Blue Beard...in un tempo dove drammaticamente alla ribalta della cronaca vi è un evento così tragico come quanto occorso a Sarah, noi ci troviamo a lavorare "Barbablu'", nella riedizione di una piece dtrammaterapica che ho scritto quattro anni fa e già rappresentata con un primitivo gruppo dell'Atelier Liberamente, in quel dicembre. Feroce coincidenza che, tuttavia, deve passare per i nostri affetti e pensieri ed uscire arricchita dal "lievito" che la vita fuori non dà certamente, se non è cercato. Ed intanto l'assegnazìone del premìo Nobel per la pace al dìssìdente Lìu Xìaobo mette sempre più in evidenza quanto sia difficile nascondere i crimini, ma tuttavia non sempre possibile  evitare che si consumino: mentre la Cina può protestare, altre proteste silenziose, nel suo grembo, vengono imprigionate.
L'atelier, nel suo statuto teorico, si rifa al Creative Drama
& In-Out Theatre, così come meditato negli ultimi tre anni, e lavora nel contesto di quello che io definisco un teatro totale. Non è un  teatro sociale, nè politico, ma "totale" è appunto l'esperienza dell'attore che qui fa lavorare il processo drammaterapico con quanto suggerito dal director, dal testo, ma anche con tutto ciò che è il bagno quotidiano della mondanità, quella realtà così difficile da rappresentare, perchè a tratti supera ogni finction, abbandono, tema dell'orrore e morte.

Quattro alpini, hanno fatto veleggiare le loro anime verso posti che non conosciamo, ieri, nell'afa di una terra afgana che nulla regala agli ideali, se non si soffre, ma vive con le contraddizioni del tempo dell'uomo, tante e troppe da elencare. Nessun orco lì, nessun cattivo, ma un tessuto sociale dilaniato tra passato e presente, tra interessi e paure. Un pensiero intenso anche dal nostro teatro alle lacrime vere di coloro che i nostri soldati hanno lasciato ed un abbraccio alle loro vite già trascorse. Director  

giovedì 7 ottobre 2010

"Ho ucciso io Sarah"

Faccio un accostamento che a molti potrebbe apparire improprio o quantomeno incauto. Eccolo...
La terra si tinge di rosso per l'incuria di qualcuno o si bagna di dolore, anch'esso rosso, per la perdita di una principessa. Mi riferisco al dramma del Bel Danubio che da Blu diventa Rosso, rosso-tossico, rosso-alluminio ed a quello di una principessa che non aveva scelto alcuno stagno dove confondersi o al quale chiedere il futuro ed ha trovato la morte nell'abbraccio terrifico della famiglia, lo zio. Questa dannata corsa in avanti, tranne a fermarsi per registrare farne notizia, kermesse dell'audience di un delitto in diretta. Eh sì, perchè anche se consumato il 26 agosto scorso, il crimine contro la vita è riaccaduto nell'ascolto della madre di Sarah ieri sera. La definisco corsa, perchè ha l'incoscienza di una gita in bicicletta a tutta velocità, mentre intorno tutto potrebbe ricevere il nostro soccorso, aiuto, prevenzione...ma tutto spinge a pedalare ed a consumare anche i drammi quotidiani. Importanti derive della Coscienza.
Oggi non ho più voglia di parlare di principesse od usarne la metafora. Oggi è una giornata molto triste, per tutti.

Dammaterapia: la Principessa contesa tra i regni

@ Blue

“Principessa, cosa hai combinato? Vestiti stracciati, il viso imbrattato e tutti quei lividi, quei graffi...Come hai potuto? Come hai potuto fare una cosa del genere?!
Tu, la più bella, la più onorata delle principesse, la perla del regno, l’orgoglio della stirpe: colei davanti alla quale le porte si spalancano, le schiene si piegano ossequiose, le mani si tendono a sorreggere, aiutare, proteggere, tu, come hai potuto? Tu che in vita tua non hai mai udito neanche una parola che non fosse un complimento, un omaggio, un moto di affetto? Persino i rimproveri del precettore e dell'istitutrice non erano altro che un modo diverso di onorarti.
Finire nello stagno, buttarsi nel fango, mischiarsi con i rospi, ascoltare il loro offensivo gracidare e non solo...
Hai familiarizzato con viscidi tritoni, crudeli zanzare, ambigue libellule : è inutile dirti che tu, non solo non dovresti mai incontrare certe creature, ma dovresti addirittura ignorarne l’esistenza.
Cosa hai voluto dimostrare a te stessa, a noi, al tuo mondo?
Che sei adulta, che sei forte, che sei in grado di badare a te stessa? Ma guardati: hai sulla faccia l’aspetto inconfondibile della sconfitta, trasudi amarezza da tutti i pori…roba che in vita tua non hai mai conosciuto neanche una goccia di sudore, né tuo, né altrui. Posso persino vedere quanto è affilata quella punta di coltello che d’ora innanzi porterai tra le costole.
Valeva la pena fare questo? Per che cosa, per chi? Valeva la pena conoscere, sapere, sperimentare?
No, attenta, so cosa stai per obiettare. Lo intuisco da quel guizzo improvviso che sta animando il tuo sguardo. La conoscenza, la consapevolezza, la crescita interiore… Tutto va bene...ma occorre essere preparati, forti, avere capacità e spalle larghe per sostenere e sopportare.
Ricordi Rebecca (fiaba di Barbablù)? Sai chi è, vero? Lei volle andare oltre, volle aprire una porta proibita e quando vide ciò che vide, cosa successe?
Non si può andare oltre ciò che siamo, non c’è sempre la fata madrina a salvarti o una sorella Anna ad accorrere in tuo aiuto. Se non sei in grado tu di salvarti, non può farlo alcun altro. E adesso, stammi a sentire: essere principesse non significa solo privilegi, ma anche avere dei doveri, persino se non voluti, né scelti.
Il popolo ti guarda e sogna un mondo di bellezza e di purezza. Ricorda che c'è un ordine necessario delle cose e dei ruoli che si sente confortato dall'immagine di te che sorridi e porti il ricordo di un’innocenza mai perduta o anche posseduta solo per qualche istante.
Il medico cura, il soldato difende, il sacerdote conforta, le madri accolgono, i maestri insegnano, le principesse sognano e fanno sognare. L'uomo dentro la divisa può essere debole e aver paura, ma il soldato non lo dimostra. Dentro il camice, l'uomo soffre per i dolori di altri, dietro la cattedra, l'uomo dubita, ma il medico e il maestro no, sono lì per fare il loro dovere.
Se tu scendi dal tuo castello per andare tra i rospi, cosa diventi?
Una principessa ferma a metà che penzola nel vuoto, inutile al mondo: non più regale, ma neanche umana, senza un posto dove stare. Non più sul trono del regno, ma neanche nello stagno e questo tu lo hai visto bene.
I tuoi amici nello stagno ti hanno forse sfamato? E tu ti saresti nutrita, come loro , di insetti? Erano felici di giocare con i nastri del tuo vestito, divertiti dalla tua presenza insolita tra loro, ma erano nel loro mondo, al loro posto”.
La principessa avrebbe voluto piangere, ma si accorse di non saperlo più fare. Il dolore era diverso, non poteva più uscirle dagli occhi e poi essere dimenticato; era il dolore dell'esperienza, della conoscenza, un fardello duro che tanti aveva portato alla follia, al degrado, al male, alla rovina, persino sul patibolo.
Affamata, lacera e sporca dopo il lungo viaggio tra le paludi, sapeva che la fata madrina aveva ragione, ormai lei era solo il simulacro impolverato di quella che era prima di andare nello stagno.
Parole di scusa? Giustificarsi? Tentare di spiegare? E poi, quali parole usare? Quelle che conosceva erano ormai inutili.
Senza accorgersene, sentì la propria voce cominciare a parlare: “Sono tornata dallo stagno, perchè sono e sarò sempre principessa. Ma non porto con me solo sporcizia, delusione e inutile sapienza. Ho con me un'emozione, una sola, ma grandiosa. Ne farò un gioiello prezioso, che brillerà sul fondo dei miei occhi, adornerà i miei vestiti, arricchirà le mie mani, accompagnerà i miei movimenti. Il mio popolo vedrà scintillare quella luce e saprà che dietro le vesti regali c'è una donna, una madre, una figlia e ogni suddito sognerà un'innocenza persa e ritrovata. E dirà: è proprio bella, la nostra principessa, è speciale, diversa da tutte le altre, è come una stella, lontana sì, ma sempre al suo posto e noi possiamo alzare lo sguardo e sapere che è sempre lì.
Porterò gli schizzi di fango come una frangia del mio scialle e il fardello prima o poi sarà un compagno di viaggio, perché peserà sempre nello stesso modo, ma nel frattempo le mie spalle saranno diventate più forti”.
Detto questo, decise che era il momento di andare a dormire e si accorse che la fata madrina era solo la fata madrina e lei era “la Principessa”. Sognò lo stagno, i rospi e li vide trasformarsi in teneri, divertenti, girini; le altre principesse avrebbero sognato il Principe Azzurro.

Foto: da  The Princess Diaries, 2001

mercoledì 6 ottobre 2010

Drammaterapia & Storytelling

Mestizia

"No,non voglio rimanere un ranocchio! Voglio che un salto più in alto mi faccia incontrare un posto da cui non si ridiscenda più! Sto quaggiù,  con un ricordo impallidito di chi potrei essere ed imbroglio la gravità di pensieri che non possiedo, grazie a due stupide zampe posteriori da rimettere in moto, sempre, per nuovi balzi nello stesso stagno! A poco più di un metro, sopra il pelo di quest'acqua, la paura si può trasformare in voglia di scoprire e si ha persino più scelta nel selezionare i baci che ci sveglieranno e misurare l'energia da metterci per le trasformazioni dell'amore. Anfibiamente acquoso e terreno vorrei fare questa scelta, vorrei avere questo dono, potrei cercare questa opportunità, ma una corazza verde e viscida mi rende scivoloso il contatto con il mondo. E' utile quaggiù, ma non si addice a desideri maggiori. Qualcuno si accorga di me! Poi balzerò più in alto al punto da non essere più riconosciuto anche da mio cugino più grande, Saltellix. Non riconosciuto sotto, sospeso su chi essere nell'aria, forse toccato dal contatto giusto per essere".
Fece il salto più grande che si fosse mai visto, roteò diverse volte, mentre il vento di quel contrasto con l'aria scapigliava una testa che sognava già di avere, cabriò rivoltandosi in una parabola accellerata e piombò rovinosamente nell'altro stagno poco distante.

lunedì 4 ottobre 2010

Dramatherapy & Hypnodrama: Kamikaze, part I

A Hypnodrama directed by E. Gioacchini, powered by Creative Drama & In-Out Theatre

Dramatherapy & Hypnodrama: Kamikaze, part II

Hypnodrama directed by E. Gioacchini, powered by Creative Drama & In-Out Theatre (Rome)

sabato 2 ottobre 2010

Drammaterapia e la capacità di interrogarsi

@ Beatrice
su "Drammaterapia & Empatia, parte II"

Ci sono dei momenti nella vita, in questa sfrenata corsa, mentre il vento ti accarezza il viso ,il sole illumina il tuo essere e i suoi raggi ti attraversano, dando benessere alla tua anima, tali da farti sentire la leggerezza  e poter dire "io vivo, sono viva". Principessa e ranocchia: la differenza la fa come ci sentiamo, cosa vogliamo. Oggi mi sento principessa perché, oggi voglio essere ranocchia perché. Mille domande, tante ingiustizie che offuscano il nostro universo. Ogni giorno ci trova ad interrogarci. La principessa che vive in un bellissimo castello con affetto, ricchezza, potere, sicurezza, quando esce, si ritrova fuori da tutto ciò e si rende conto che non è cosi; lotta con l’insicurezza, l’amarezza di trovarsi di fronte l’altro e di non riuscire a carpire il suo desiderio. Forse non è riuscita a trovare dentro sé emozioni, responsabilità. Perché il suo dolore e tristezza non viene recepito dal rospo che si lascia morire? Perché quel calore tiepido non riesce a far capire che la vita è anche lottare senza arrendersi mai? Perché i genitori, il Re e la Regina, convinti di essere dei bravi genitori, non lasciano la principessa libera di fare delle scelte? Perché la principessa è felice di poter vivere una realtà che non le appartiene, ma che la rende felice, libera? Tutto questo non possiede una sola risposta, ma tante.; spesso non siamo pronti e disponibili ad accettarle oppure a farle esperire dentro. Si può consolare o essere, amare ed essere amati, incontrare la responsabilità e farla tua, regalare un sorriso o riceverlo, ascoltare l’altro, ed essere compreso.




Inguaribilmente attori questi attori!

Assolutamente diretti da un director...psichiatra!
@ Director
Ieri sera abbiamo festeggiato l’aggiunta di una anno di “saggezza” per tre delle nostre attrici. Sì, insomma…hanno fatto da poco gli anni! La loro (come anche nostra) importante “discesa” verso il compimento del mito platonico di Er, accompagnate dal Daimon che, come dice Hillmann, non si deve temere ci abbandoni. La nostra capacità vocazionale, quella che in fondo lasciamo esprimere in scintille del Daimon (le chiamiamo risorse), può essere rimandata, ma non elusa. E così, in un’atmosfera tutta peruviana, che ancora oggi l’aroma dei cipolla ci ricorda (!), abbiamo chiesto alle tre donne, quale stella le accompagnasse, quale colore associassero all’anno che viene, che cosa è migliorato della loro “immagine” con il trascorrere degli anni (a dispetto del cosiddetto invecchiamento), con chi vorrebbero partire al momento per un viaggio improvviso e verso dove…ecc, ecc…Abbiamo celebrato, brindando, il mito dietro la scarna, polverosa fattualità delle cose, tuffandoci nel mondano, con lo sguardo alle “stelle” che un poetico Guccini ci regalava. Doverosamente ad occhi chiusi, perché la nostra vista non fosse ingannata, sisono riconciliati a passi di danza il ranocchio e la principessa che sognano la nostra vita.
E poi, in finale, il saluto al suono di uno scrosciare di pioggia, da dentro al tubo etnico che lasciava scivolare mille grani lentamente (grazie Mareliz).
Siamo pronti per Barba Blù. Empaticamente pronti, Beatrice! Andrà in scena a dicembre e questa settimana comincia lo studio delle parti. Sembra che sia eterna la contesa dell’amore…dallo stagno…alla stanza segreta…lungo un sogno di libertà. Director

venerdì 1 ottobre 2010

DRAMMATERAPIA & EMPATIA

Parte II
Secondo la veduta di molti esperti (ed anche la mia), il "bisticcio" tra cognitivo ed affettivo, riguardo cosa costituisca l'empatia, è solo il risultato di ottiche che accentano maggiormente ora il versante razionale, ora quello più psicodinamico dell'item. Infatti, qualsiasi comportamento animale/umano, anche appreso, è indisgiungibile dalla sua matrice biologica, tesa al riconoscimento tra quanto familiare o meno, amico o nemico, conosciuto ed estraneo, esiste "là fuori", nella finalità di istinti che ci governano di sotto e che sono vestiti a festa nella Kermesse della cultura. Le quattro forze elementari, se vogliamo, anch'esse hanno costruito l'universo attraverso il processo dinamico tra l'indistictum ed il distinctum. Che nuove forme di selezione delle specie umana possano un giorno intervenire a modificare il nostro statuto instintuale, non è escluso, ma non sembra al momento in atto. Ogni percezione, anche nuova, ci riporta a categorizzazioni mentali archiviate attraverso l'esperienza; ma la stessa esperienza si modula attraverso pensieri che hanno una componente ideativa ed una affettiva. La mente è sempre parziale; anzi "auto-parziale", "gruppo-parziale", "specie-parziale", direi, parafrasando l'istinto di conservazione (il più importante)! Voglio dire che essa gioca in adattamenti esperenziali e virtuali (le prove d'autore silenziose, immaginifiche, del nostro pensiero, sotto forma di simulazioni, anche al di fuori dell'azione) che lavorano costantemente in bilico tra autoplastico ed alloplastico.
La stessa teoria dei "neuroni-specchio" supporta questa ipotesi; una popolazione di neuroni visuo-spaziali che si "accendono", cioè funzionano, in relazione alle stimolazioni visive, fotografando comportamenti e gettando le basi per l'apprendimento da parte del soggetto mediante il processo di "imitazione". Questo fine circuito neuronale, presente nei primati, in alcuni uccelli e nell'uomo  (Mirror Neuron System, MNR) svolge una funzione fondamentale nel processo di comprensione del comportamento degli altri e, quasi certamente, è implicato in quei processi funzionali a quello che noi definiamo come il sentimento di "empatia". Questo tipo di ricerche ed evidenze scientifiche sono infatti quelle che a ricercatori come David Dobbs fanno affermare che "Mirror Neurons seem to effect everything from how we learn to speak to how we build culture".

http://www.dreamgrow.com/tag/mirror-neurons/
Ho fatto delle precisazioni che ci hanno allontanato formalmente dal teatro e dalla drammaterapia, ma che danno modo di comprendere bene come anche nel lavoro teatrale, nella sua dimensione visuo-spaziale, neuroni-specchio, istinti e cultura giochino tutte le carte di un punto di arrivo che nell'evoluzione è anche sempre un punto di partenza e che cerca di affinare la nostra esperienza anche laddove non si tratta più di muscoli e nervi, ma di evoluzione della coscienza e dunque dell'inconscio.
Le prime forme di teatro sono state riconosciute in certe forme di teatro sciamanico, rintracciabili trasversalmente in differenti culture sul nostro pianeta. Lo sciamano che media tra il mondo degli spiriti e gli umani, tra le differenti forze positive e negative che ci determinano e che costituiscono la proiezione di sentimenti nuovi, nati da 1) un salto evolutivo importante avvenuto nella morfologia e funzione del nostro cervello; 2) dalla nascita della "mente". Se la mente rappresenta "dentro" quanto è "fuori", una nuova "economia" affettiva, direbbe Freud, obbliga l'uomo a proiettare di nuovo fuori, agli altri, il suo teatro, cioè quanto introiettato ed elaborato nella sua esperienza. Anche la cultura, nel suo totale, è la rappresentazione di questa progressiva e sempre più raffinata proiezione mentale della nostra interazione con l'ambiente . Gli istinti di morte e quelli del piacere hanno ora, con la coscienza, un campo esteso in cui dialogare, creando pensieri mostruosi, opere mostruose e lirismo ed evoluzione. Io sono di coloro che credono fermamente che la poesia e l'arte possano costantemente "salvare" il modo. (continua parte III)