L'Atelier LiberaMente è uno spazio aperto, nella misura in cui va consolidando il suo pensiero e la sua pratica. Un blog permetterà di estendere l'area comunicativa, un "drama" allargato delle idee e delle competenze. Director, E. Gioacchini







martedì 16 novembre 2010

Drammaterapia e Virtualità

La riflessione sull'uso delle nuove tecnologie di comunicazione e "virtuali", di quanto vi è a monte di scientifico, tecnologico, economico delle stesse, a valle, nella variegata pianura dei loro fruitori e sotto traccia nelle ripercussioni individuali e collettive è argomento molto dibattuto, controverso nella sua definizione, tuttavia poco conosciuto da gran parte della collettività. Gli aspetti empirici di quanto ci propone una certa cultura, che non appartiene certamente al "sapere", ma al fare, hanno un ruolo così accattivante, evolvono in maniera così vorticosa, come si è sottolineato nel post precedente, che con difficoltà fanno soffermare il surfista del web sul concetto di bisogni, sullo sfruttamento sostenibile delle risorse planetarie, sull'utilizzo e  sulla comprensione delle proprie abilità. Una riflessione etica all’interno della agenzie che gestiscono internet, ad esempio, dovrebbe proporre discussioni e forum su questi argomenti non solo spontanei, ma supportati dalla presenza di esperti, al di fuori di ogni sospetto di conflitto di interesse, che possano permettere al collettivo di riappropriarsi del pensiero su quanto usa,  consegue e determina, spesso senza sapere. Iniziative del genere esistono, ma sempre troppo poche a fronte del pressing tecnologico ed economico cui l'utente è sottoposto. Ad esempio, ci si chiede, come mai questo tipo di insegnamento non sia contemplato nel conseguimento di brevetti di patenti informatiche.
Quanto appena accennato sottintende il concetto che se da una parte è banalizzante reagire anacronisticamente al fenomeno dei social network con crociate o caccia alle streghe, d'altra parte è importante interrogarci su cosa l'umanità di questo ultimo mezzo secolo stia cercando e se affettivamente sia consapevole della sua ricerca. Le domande più importanti della collettività, storicamente parlando, sono sempre nate da una riflessione e da bisogni maturati nelle epoche precedenti, ed hanno avuto risposte, provvisorie, buone, cattive, comunque spesso tardivamente, rispetto alla data scritta nelle proprietà del programma: dove desidero andare. Il relativismo che è nato da un livello di autocoscienza dell'essere, superiore rispetto al passato (la sua struttura linguistica e dunque concettuale si è intensamente sviluppata), collide purtroppo pericolosamente sul "qui e subito", "sempre e comunque" e, dunque, con raggiungimento di beni "compensatori". L'uomo è un animale soprattutto comunicativo, che ha imparato a declinarsi attraverso la comunicazione e, dicevamo qualche post fa, a prendere anche distanza dall'esclusivo dominio istintuale proprio degli "altri" animali. Oggi egli comunica in modo diverso e con questa diversità bisogna fare i conti, comunque.
In un mio intervento del mio 2004, su “D CINEMA e DTT. La filiera cinematografica digitale dalla produzione alla visione. La Nuova Televisione”, tenuto presso l’UNSA (Palazzo UIL), sottolineavo insieme ad altri illustri ospiti, registi e sceneggiatori, come l’immaginario tecnologico si sia così velocemente arricchito di dimensioni che non hanno dato la sufficiente capacità di metabolizzazione del fenomeno all'utente e alle stesse istituzioni, tuttavia ponendo problematiche che vanno oltre a quella della manipolazione dell’immagine, e della protezione del copyright. Stiamo, di fatto, ponendo l’accento sul fatto che la rivoluzione culturale in atto in questo campo e, più in generale, nell’ambito della riflessione sulla scienza ed i suoi mezzi, non è separabile da quello che potrebbe stare per accadere nelle nostre menti e nei suoi modelli di realtà. Non si tratta solo dei prodotti che la tecnologia digitale permette, ma dello stesso processo di distribuzione che ne diffonde l’utilizzo.
La realtà “virtuale”, è sempre esistita, giacché l’immaginale della cultura si è nutrito dei sogni dell’individuo, come dei gruppi, delle loro aspirazioni e fantasie, lo ha realizzato attraverso le immagini oniriche, i misteri dionisiaci, i sogni dell’arte, come per mezzo della stimolazione delle droghe. Ma qui deve essere posto un distinguo fondamentale: il fatto che un partecipante ad un hypnodrama, ad esempio, visualizzi nella trance ipnotica qualcosa che effettivamente non c’è di fronte a lui e reagisca in termini d’assoluta fedeltà agli stimoli “virtuali” che riceve, può davvero essere paragonato alle illusioni di un gioco in 3D, dove il partecipante è immerso con cuffia occhiali, casco, e calato in una seconda pelle multisensoriale interattiva? Nel 1996, il sociologo francese Jean Baudrillard (Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, 1996) ha definito il furto della realtà -la tendenza della realtà a sparire davanti ai nostri occhi- “il crimine perfetto”; infatti la mente moderna, tecnologizzata, non si limiterebbe ad accettare la realtà virtuale, ma arriverebbe in qualche modo a preferirla.

Nel passato, non vi era dunque il fascino della "virtualità" a farsi motore di comportamenti come oggi, certamente con una modalità meno esasperata, ma, se riflettiamo, sempre intensa. Come negare che essa vivesse nella produzione artistica che dipingeva la storia e le storie dell'umanità i suoi miti e sogni, aspirazioni e sconfitte. Una Madonna con il bambino di Raffaello ed ancora prima alcuni dipinti di Giotto (solo per fare alcuni esempi) rimandano ad un percetto che indagato riconosce, oltre la superficie materica del quadro, una profondità "al di là" del quadro e "al di qua" del quadro", non molto differente da quanto propone oggi il 3D. Un’iconografia appartenente al mondo dell'"oscuro", diabolico, iniziatico, proponeva e suggeriva con altrettanta forza di quanto oggi avviene (forse anche maggiore) attraverso un videogioco classificabile "violento". Ma ciò che differenzia i due meccanismi consiste nel fatto che, nella “virtualità” di oggi, il processore che lavora le immagini connettendole alla nostra rappresentazione delreale è nel sistema esterno che la produce (il software e l’apparato emittente), mentre nel passato era la stessa mente (analogica) dell’individuo a farle fare il “salto” verso la virtualità (processo onirico, processo creativo, condizione emotiva). La sensibilità dell’osservatore e meccanismi subconsci operavano comunque nella visione, anche se non indagati come oggi dall'attuale scienza dei segni e dei codici. Lo studio della produzione iconografica si è progressivamente articolato sino a individuare il dipinto non solo quale prodotto, ma anche processo, dove, ad esempio, il "movimento" può essere potenzialmente (virtualmente?) riconoscibile (Omar Calabrese). Nel passato vi era comunque la decisione di pochi, l'oligarchia di caste che, per emanazione divina od interesse politico, determinavano sensibilità, bisogni ed acquisti. Non è cambiato molto, anche se le etichette ai soggetti possono essere variate; quello che invece oggi potenzialmente l'umanità potrebbe utilizzare è la coscienza sulle proprie azioni e dunque sui destini possibili. Il genio può essere coltivato nelle generazioni, favorito dai mezzi tecnologici, utilizzato per il bene comune e se i suoi intenti sono "perversi", senza roghi, neutralizzato solo a volerlo veramente. Questo...in potenza; ma nel passato era tuttavia negato.

La psicologia del profondo ha avuto il grande merito di spostare il centro della ricerca dei valori sull'individuo e sulla collettività, ma non ha potuto affrancarci dalla nevrosi scientista e tecnologica che pretende di dare tutte le risposte su tutto all'uomo. In tal senso, l'individuo scienziato sposta i suoi intenti sul traguardo e perde il senso del suo percorso, del processo conoscitivo che parallelamente attiva in sé. E se questo non è meditato, è automaticamente perso. Parallelamente l’utilizzatore del progresso appetisce il prodotto, ma non s’interroga su quali bisogni quell'oggetto, quella comunicazione, quel contatto, stanno appagando. Nessuna scienza o tecnologia è "cattiva" di per sé, ma è sempre fondamentale il quesito da dove nasca e a cosa risponde.

La didascalia alla foto più sopra recita: "Barbablù, Bozzetto Abito Narratore". E' descritto in pochi segni l'abito di scena dei Narratori (nella foto, l'unica Narratrice è Beatrice), personaggi del Barbablù che abbiamo in lavorazione per sabato 11 dicembre presso VideoAmbiente a Roma. Tutti gli abiti che sono in lavorazione sono nati da una riflessione su quanto avveniva nel processo drammaterapico dell'attuale gruppo, nell'importante diversificazione (come non può essere) da quello che ha lavorato la stessa mia piece drammaterapica quattro anni fa. Mondrian, con le sue linee e, in questo caso pochi spazi delimitati da queste, dà un tocco postmoderno all’ambientazione, disegnando zone "segregate", in un bianco e nero che poco lasciano, se non indagato, alla comprensione della storia (quella di Gilles de Rais, di Barbablù, di Landru, ecc ecc.). Possiamo davvero credere che la "curiosità" sia stata la causa di tutto?Gli abiti dei Narratori, molti simili a quello delle Mogli Morte, scoprono spazi di pelle livida che rincorre le tonalità del destino cui andarono incontro. Le giacche dei quattro Barbablù saranno tassativamente nere, ravvivate da una cravatta di un forte rosso "sangue" a ostentare il perverso connubio tra lutto, sangue piacere nel sinistro personaggio. Tutti i personaggi scalzi, a terra nudi, almeno per quella minuscola superficie tanto importante sotto i piedi e potenzialmente eguali: persecutore, vittima, narratore, affini e, virtualmente, spettatori.


Quanto sto descrivendo è stato intensamente "virtuale", mentre si lavorava con il processo drammaterapico, la storia di Barbablù; mentre era scritta e forzosamente estesa in questo blog, con il rimando a Gilles de Rais ed i suoi delitti, al suo processo e, soprattutto, attraverso il contributo di tutti gli attori. Questo wall graffiti ora la dipinge e la descrive, sempre virtualmente, ben consapevole da dove nasca e dove intenda arrivare. La "virtualità" si sposa felicemente con l'incontro nel reale, a dispetto delle nozze di Rebecca, in questo caso!
Se un teatro può “spogliarsi” di quanto non essenziale, proprio nell’intento di comunicare più intenso, sicuramente siamo inclini a considerare fenomeno regressivo quello Joseph Squier definisce una vera e propria "infatuazione tecnofila per gli strumenti". Si tratta di un problema alquanto datato ma tuttora attuale e riteniamo, per quanto riguarda l’arte ed i suoi supporti espressivi, valida la risposta di Bertold Brecht, secondo il quale, l'arte non è uno specchio con cui riflettere la realtà, ma un martello con cui darle forma.

Drammaterapia: il nostro uso del Virtuale

E' appena uscito nelle sale romane “The social Network”, movie ispirato alle vicende dei creatori di Facebook. La pellicola fornisce lo spunto per approfondire un passaggio del precedente post.
Se, oltre che seguire la vicenda centrale, si osservano con attenzione le abitudini degli studenti del College ove è ambientata la storia, salta subito all'occhio il massiccio impiego di portatili e di tecnologia informatica che è presente nella vita quotidiana degli studenti americani.
Avere con sé il proprio notebook ed essere collegati in rete, mentre si assiste ad un concerto, averlo acceso, accanto al proprio letto sin dal primo mattino, per poter dare un'occhiata veloce prima di colazione ad eventuali aggiornamenti sul proprio profilo, sembrano essere la regola per gli studenti americani dei primi anni 2000. Anche per un internet addicted più accanito, la situazione descritta è sembrata eccessiva.
Ma, se sgombriamo il campo da facili valutazioni, questa è la realtà: i mezzi di comunicazione cambiano sempre più velocemente, a un ritmo cui è difficile adattarsi in tempi rapidi, e chi non ne usufruisce è tagliato fuori, che piaccia o no. Avere contatti di lavoro, senza disporre di una casella di posta elettronica è impensabile. Gestire un'attività artistica e non disporre di una pagina su Myspace, può limitare notevolmente scritture e contratti.
Probabilmente, quando arrivò il telefono nelle case, molti avranno pensato che la gente non avrebbe più scritto lettere o cartoline. Forse in parte è accaduto proprio questo, ma le persone hanno tuttavia continuato a interagire, a parlarsi, a cercarsi e a trovarsii, ma in modo diverso.
Le mail hanno sostituito le poste, la messaggeria istantanea ha soppiantato le mail, i blog hanno dato la possibilità a tanti di esprimersi e di esporre le proprie idee senza dover dipendere da redazioni e giornali. Non si potrebbe rimanere in contatto costante con i nostri amici lontani senza facebook....e così via
Ancora però si sente il ritornello nostalgico che condanna i rapporti virtuali in favore di quelli reali. Ma quanti hanno il tempo, i soldi, e le energie per parlare, conversare, comunicare con tutti i propri affetti, in maniera costante, continuativa e vera? Quanti lo farebbero comunque?
Non credo che la telefonata annuale per gli auguri di Natale al cugino lontano sia più vera di un messaggio in chat. Né ritengo che certi sodalizi che durano per il tempo di un'esperienza condivisa (come una collaborazione lavorativa, un corso di studi, un allenatmento in palestra) abbiano maggiore spessore di un link su facebook.
Non ci sarebbe neanche bisogno di affermare che una carezza , un sussurro, un abbraccio sono mille volte più importanti e preziosi di una mail. Si sta parlando qui di due situazioni ben differenti, in cui l'una non esclude l'altra: realtà e virtualità rimandano a due livelli di funzionamento del nostro pensiero diversi, che possono essere sinergici e non antagonisti, come si tende spesso a fare.
Questa non vuole essere un'apologia della tecnologia informatica, ma un invito a una riflessione libera e scevra da facili moralismi, leggermente improntata al positivismo.
Il mondo cambia a un ritmo che spiazza ed è difficile seguirlo. Ma ci vengono forniti nuovi strumenti e nuovi spazi da esplorare che possono essere vissuti in maniera creativa per raggiungere obiettivi importanti quali una migliore e compiuta espressione di sé stessi e del proprio mondo interiore. Oppure possono essere utilizzati per una migliore gestione del proprio tempo e delle proprie risorse personali e della vita di relazione: si rifletta sulla rapidità di una mail per un accordo di lavoro per esempio o sulla buona energia che può generare un inatteso pensiero gentile comunicato per sms.
Tra reale e virtuale, la verità, come sempre e diversamente da quanto si pensa, non sta nel mezzo, ma sta in profondità.

domenica 14 novembre 2010

Drammaterapia, Nevrosi e Prezzo: Mad World


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MAD WORLD by Gary Jules

All around me are familiar faces
Worn out places
Worn out faces
Bright and early for their daily races
Going nowhere
Going nowhere
Their tears are filling up their glasses
No expression
No expression
Hide my head I want to drown my sorrow
No tomorrow
No tomorrow
And I find it kind of funny
I find it kind of sad
The dreams in which I’m dying
Are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It’s a very very
Mad world
Mad world
Children waiting for the day they feel good
Happy birthday
Happy birthday
Made to feel the way that every child should
Sit down and listen
Sit down and listen
Went to school and I was very nervous
No one knew me
No one knew me
Hello teacher tell me what’s my lesson
Look right through me
Look right through me
And I find it kind of funny
I find it kind of sad
The dreams in which I’m dying
Are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It’s a very very
Mad world
Mad world
enlarged in your world
Mad world

MONDO FOLLE

Tutto intorno a me ci sono volti familiari/ Luoghi logori/ Volti logori/ Sveglio e brillante per le corse quotidiane/
Senza meta/ Senza meta/ Le loro lacrime hanno riempito i loro bicchieri/ Nessuna espressione/ Nessuna espressione/Nascondo la testa voglio affogare il mio dolore/ Nessun domani/ Nessun domani/ E trovo un pò buffo/
e trovo un pò triste/che i sogni in cui muoio/ sono i più belli che abbia mai fatto/ E trovo difficile da dirti/ E trovo difficile da sopportare/ quando la gente corre in circolo/ E' davvero/ Un mondo folle/ Un mondo folle/ Bambini che aspettano il giorno in cui si sentiranno bene/Buon compleanno/Buon compleanno/Ti fanno sentire come ogni bambino dovrebbe/ Seduto ad ascoltare/ Seduto ad ascoltare/ Sono andato a scuola ed ero molto nervoso/ Nessuno mi conosceva/ Nessuno mi conosceva/ Salve, prof, dimmi qual è la mia lezione/ Mi guardi attraverso/
Mi guardi attraverso/ E trovo un pò buffo/ e trovo un pò triste/ che i sogni in cui muoio/ sono i più belli che abbia mai fatto/ E trovo difficile da dirti/ E trovo difficile da sopportare/ quando la gente corre in circolo/ E' davvero/ Un mondo folle/ Un mondo folle/ Allargato nel tuo mondo/ Un mondo folle

@ Director

Le nevrosi degli individuo partecipano la nevrosi della cultura nei termini in cui essa è frutto di meccanismi dei difesa (ed i loro prodotti) dell'individuo da sempre, dalla nascita della sua individualità autocosciente in mezzo al gruppo. Voglio dirla grossa e rozza, ma sono convinto...estremamente vera e non vi è giudizio di bene o male: dopo la nascita della stampa, della fotografia, con l'avvento della radio, quello della televisione, dei mezzi di  comunicazione multimediale ed internet qualcosa di specifico è profondamente cambiato. Prima di questa grande rivoluzione della comunicazione, prima che un segnale morse impiegasse un manciata di pochi secondi a fare il giro del mondo e tornare al punto di partenza, l'individuo aveva riti privati e collettivi ad arginare solitudine e senso di morte dietro ad esso. Dopo i riti ed i rituali (cose ben diverse sappiamo) sono cambiati ed ancora, in questa fase di passaggio, stentano rumorosamente a funzionare. " I miti ci guardano costantemente e noi dobbiamo riuscire a sostenerne lo sguardo" afferma Hilmann; bisogna riconoscerli dietro le maschere dei nostri moderni oggetti di desiderio.
Urlare il proprio dolore allo specchio di una camera che ti riprende dentro alla stanza del Grande Fratello, costituisce, da un punto di vista sociologico, solo un urlo di risposta a quello più grande che, inevaso, si è determinato nella cultura del nostro tempo. Non aiuta quello privato, non dà sollievo a quello dell'uomo che piange nascosto. Del bambino incompreso nei suoi bisogni. No One Knew Me. La nevrosi della nostra cultura crea bisogni e risposte a questi e come pensa un grande uomo quale Hilmann, non armonizza le domande e le risposte del singolo con il collettivo. Questo è un discorso ampio, difficile, a cui in questa sede si può alludere, ma certo non trattare compiutamente, ma è utile alla comprensione del successivo concetto. La drammaterapia ed altre discipline, in prezioso inesauribile bilico tra la scienza psicologica e quella umanistica, obbliga al recupero di quella riflessione che esplora il viaggio costante tra l'individuo ed il gruppo, attraverso le creazioni della cultura. Lo accompagna, mentre affina i suoi strumenti d'indagine, dà finalmente "dignità" al suo "drama", tentando di spogliarlo delle apparenze e dei travestimenti comodi e spesso mistificanti e, come si discuteva ieri con Maria Pina, rende l'individuo "creatore" e non solo "fruitore" del suo tempo. E' questo riappropriamento dei sentimenti e delle loro ombre (buone quanto le nostre ali) a lavorare nei nostri laboratori ed oltre.

sabato 13 novembre 2010

DRAMMATERAPIA & FINZIONE


CDIOT, Director alla Introduzione
 di "The Things Go Wrong", riduzione
 drammaterapica  di E. Gioacchini
 de "Il Rinoceronte" di E. Ionesco, 2009
Nel lavoro con la drammaterapia ed ancora di più nel Creative Drama In-Out Theatre, l'attore, nell'incontro con la "finzione", sperimenta costantemente una difficoltà e parallelamente deve esercitare uno specifico impegno: è richiesto che la recitazione lo attraversi, modulandosi attraverso i suoi personaggi interni, nella maggior parte dei casi (certamente all'inizio del lavoro) sconosciuti. Qualsiasi sia la tecnica attoriale di insegnamento/addestramento, dunque il tipo di teatro, la finzione è certamente funzionale ad una buona recitazione; si lavora con essa e costituisce per l'attore il target principale nell'incontro con l'espressione della propria personalità artistica. Un percorso lungo, durissimo, appassionante, che quasi sempre, se riuscito, ad un certo punto della carriera, giunge quasi a fondersi con la persona e la sua identità, come accade per tutte le professioni che comportano un certo "lavoro interno".
Nel caso della drammaterapia, invece, vi è il costante rischio che la "recitazione" costituisca la peggiore "stampella" teatrale, un appoggio facile (quanto si è più dotati in essa) che si allea alle resistenze dell'interprete; che impedisce che il soggetto teatrale (la drammaturgia) affondi, come un bisturi, nell'espressioni più intime di lui, dunque che si "imbeva" sua anima, elicitando ombre e luci. Memoria della drammaturgia, uso della voce e del movimento, dovrebbero costituire, ad un determinato punto del percorso in drammaterapia, abilità a disposizione dell'interprete che non lo distraggano dal lavoro con il proprio Io più profondo, con quello del processo drammaterapico e della catarsi. Se questo è il punto di arrivo (e necessita di una attenta disciplina e pratica), nella realtà iniziale dello stesso percorso è invece proprio nell'empasse, spesso "drammatica", con le proprie difficoltà che si presta l'utile lettura di quanto non visibile ed evocabile e, come dicevo, maggiore è il rischio che l'allievo s'inganni con l'idea che fare una buona performance significhi aver fatto lavorare bene il processo drammaterapico. L'apparente paradosso è costituito dal compito di essere "veri" attraverso l'essere "finti": un labirinto di temute percezioni di sè, nuovi aspetti della propria personalità, disillusioni e dinamiche sconosciute tendono ad affacciarsi ed allora è confortante l'appoggio al testo, il suo studio letterale, il divieto interno a "sdoganare" risorse ed energie.

Foto di scena da The Things go Wrong,
riduzione drammaterapica dal "Il Rinoceronte"
di E. Jonesco, CDIOT 2009

Se quanto appena illustrato fa parte di quanto accade nel setting drammaterapico (sia clinico che orientato nel campo formativo/educativo), abbiamo proprio nel Creative Drama & In-Out Theatre la possibilità che questi pericolosi shortcuts verso la performance drammaterapica si attuino. Infatti, nella drammaterapia il fuoco è costantemente tenuto sul lavoro drammaterapico all'interno del processo specifico e questo permette una costante tenuta del registro del proprio coinvolgimento o tradimento, tra autodisciplina ed interventi del director. Nel teatro drammaterapico, invece, è proprio questo contestuale spostamento del lavoro dei laboratori anche nella direzione della piece finale che può costituire l'abbaglio dall'obiettivo principale: il lavoro con se stessi attraverso il rituale ristretto (il gruppo) e quello allargato (gli spettatori). La preparazione della performance davanti al pubblico fa ripiegare il narcisismo sulle dinamiche dell'"apparire", piuttosto che del funzionare attraverso il processo drammaterapico e le posizioni a cui è giunto. L'intenzione "etica" della drammaterapia rischia, in poche parole, di slittare in quella "estetica". Vale ricordare, a tal proposito, che anche la "piece drammaterapica" costituisce un grande laboratorio di drammaterapia, dove, al gruppo ristretto dei partecipanti, si aggiunge quello tipico del pubblico come nel teatro, la dimensione più volte ricordata dello "spettacolo" così come, per nostra adozione, l'intendeva Grotowsky. Ciò che differenzia poi il prodotto finale è che nel nostro contesto il lavoro di "preparazione e studio" è avvenuto attraverso la metodologia propria della drammaterapia e nel particolare coinvolgimento che si attua con il pubblico vi è l'importante riattualizzazione di quanto già lavorato nel gruppo ristretto ("rituale ampio"). 


Foto di scena da "Il Kamikaze, Edizione 2009, CDIOT
 

giovedì 11 novembre 2010

Drammaterapia: Bluebeard,



trailers, 18 marzo 2010
BLUEBEARD
Release Date: 18 February 2010

Genre: Fantasy Cast: Dominique Thomas, Lola Créton, Daphné Baiwir, Marilou Lopes-Benites Director: Catherine Breillat Writer: Catherine Breillat Studio: Strand Releasing Plot: Based on Charles Perraults grisly fairytale, Bluebeard tells the story of young Marie-Catherine, child bride to an aristocratic ogre with a reputation for murdering his wives. Controversial director Catherine Breillat (The Last Mistress, Fat Girl, Romance) brings her personal touch to this classic tale, a favorite of good little French girls since the 1950s. Princess Marie-Catherine must employ all her cunning to outwit her husband and escape the most unpleasant of fates. An Official Selection at the New York Film Festival 2009.

mercoledì 10 novembre 2010

Drammaterapia, Barbablù dietro una chiave

DRAMMATERAPIA & EMPATIA, Dentro, Fuori, Dentro le Vicende



Una femmina di animale può prendersi cura di un cucciolo di un'altra specie. Affermare che questo comportamento sia dettato dall'empatia e dall'amore è errato; ma quanto di quelle due specie vive anche in noi, perchè dovuto agli istinti, ci porta a parlare di sentimenti ed entro certi limiti, tuttavia, ce lo concediamo. Sappiamo, però, che l'amore, nella specie umana, attraversa la coscienza dell'Io e si fa arbitra anche di modulare l'istinto, persino di contravvenirlo. Che la fonte essenziale del moto d'animo che ti porta a soccorrere l'altro, ad ascoltarlo, a leggere le sue domande, anche silenziose ,sia un istinto e che forse il suo antenato più lontano possa anche essere la "simpatia" di una roccia di cristallo che catalizza una reazione organica e fa virare la luce che colpisce quell'amminoacido a sinistra (levogiro), non ci deve troppo scandalizzare! Come non deve scandalizzare che un individuo, potenzialmente "giusto", diventi a causa di vicende familiari, sociali, politiche un nazista. Ci può preoccupare, questo sì. Poi, superarata la vicenda, che poneva due esseri sulle due diverse sponde di uno stesso fiume, tutto appare incredibilmente diverso.
Empatia, quella che nasce da sentimenti che maturano od anche improvvisa, che pesca in risorse e pensieri mai confessati neanche a noi stessi. Quando accade, accade un dono; come un miracolo, non è dovuto e non ha un donatore ed un ricevente, ma due persone insieme a condividerlo. Ed è altamente contagioso!

Fonte: il video mi è inviato da Eny Meltzer, nostra corrispondente per l'America Latina, amministratore del Taller di Dramaterapia Mente Abierta del nostro network di blogs

martedì 9 novembre 2010

DRAMMATERAPIA & EMPATIA

E' giunto il momento per la terza parte del discorso sull'Empatia. Seminate e sparse nel blog, vi sono le altre due parti. Ora ci solleviamo da terra, dalla filogenesi, superiamo perfino l'ontogenesi ed approdiamo all'aspetto della comunicazione nel sentimento di empatia. Come si comunica, come si esprime, quando nasce, tra chi?
Ed allora basta dare uno sguardo a questo semplice e fluido video per rispondere che: l'empatia non ha bisogno di domande, ma sa leggerle. Buona lettura! director

P.S.
Lo sapevo che gli uomini in black, prima o poi, sarebbero comunque tornati!!

Drammaterapia: I Mostri che Abbiamo Dentro


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Fa un certo effetto non capire bene
da dove nasce ogni tua reazione.
E tu stai vivendo senza sapere mai
nel tuo profondo quello che sei
quello che sei.

I mostri che abbiamo dentro
che vivono in ogni uomo
nascosti nell'inconscio
sono un atavico richiamo.

I mostri che abbiamo dentro
che vagano in ogni mente
sono i nostri oscuri istinti
e inevitabilmente
dobbiamo farci i conti.

I mostri che abbiamo dentro
silenziosi e insinuanti
sono il gene egoista
che senza complimenti
domina e conquista.

I mostri che abbiamo dentro
ci spingono alla violenza
che quasi per simbiosi
si è incollata
alla nostra esistenza.

La nostra vita civile
la nostra idea di giustizia e uguaglianza
la convivenza sociale
è minacciata
dai mostri che sono la nostra sostanza.

I mostri che abbiamo dentro
i mostri che abbiamo dentro.

I mostri che abbiamo dentro
ci fanno illanguidire
di fronte a quella cosa
che spudoratamente
noi chiamiamo amore.

I mostri che abbiamo dentro
sono insaziabili e funesti
sono il potere a tutti i costi
ma anche chi lo odia
soltanto per invidia.

I mostri che abbiamo dentro
ci ispirano il grande sogno
di un Dio severo e giusto
col mitico bisogno
di Allah e di Gesù Cristo.

I mostri che abbiamo dentro
ci inculcano idee contorte
e il gusto sadico e morboso
di fronte a immagini di morte.

La nostra vita cosciente
la nostra fede nel giusto e nel bello
è un equilibrio apparente
che è minacciato
dai mostri che abbiamo nel nostro
cervello.

I mostri che abbiamo dentro
crescono in tutto il mondo
i mostri che abbiamo dentro
ci stanno devastando.

I mostri che abbiamo dentro
che vivono in ogni mente
che nascono in ogni terra
inevitabilmente
ci portano alla guerra.

"Crescono in tutto il mondo...ci stanno devastando". Coordinate di tempo e di spazio all'identikit della minaccia in noi, trasversale alle coscienza di ogni epoca ed alla mancata consapevolezza di quasi tutti gli uomini...Sembra dire questo Gaber, mentre oggi il "...il gusto sadico e morboso di fronte a immagini di morte" si amplifica quale eco economico di poteri che dirigono l'opinione, trascinano nel buio, invece di esplorarlo, facendo luce. La follia della cultura va emarginata e resa sterile, come usando quei fasci di luce che dissolvono vampiri e zombies della notte in certi movies, perchè la nevrosi rende morbose le speculazioni dell'uomo, le sue finctions, come i suoi talk shows. Ma un'anima stanca e fragile si siede allora sopra la tua stessa sedia e tu impari ad abitare con quella i tuoi luoghi e ti racconti stressato, angosciato, solo. Il tuo cibo diventa allora la mensa dei fantasmi, pescati indietro e proiettati in avanti, pregiudicando i tuoi passi. Per contenere le tue paure, inizialmente, non c'è di meglio che fare la caccia alle streghe, così mistifichi dentro e ti inganni di fuori.
Per Gilles de Rais, probabilmente, non vi sarebbe stato molto da fare e persino Barbablù, alla mantenuta promessa di Rebecca sua sposa, forse avrebbe dato corso all'ennesimo delitto. Ma dentro la storia di un vero omicida seriale, favolesco, come nella fiaba di Perrault o storico nel personaggio di Gille de Rais, noi abbiamo preso in prestito la loro vera "follia", per leggervi i simboli e la trama di un incontro tra i due sessi o se volete tra  partners ed il timore di non essere amati, la discussione sul corredo di quanto un amante porta all'altro nell'unione d'amore. Se il primo brano musicale è la secca denuncia all'ipocrisia che traveste di signori e signore i mostri che sono in noi, il secondo si adagia su quella poltrona citata, ad addormetare il risveglio della coscienza, perchè, in fondo, anche questo è amore: la dolce perdita della critica difronte al rapimento dentro l'anima. Ed allora, immagino Barbablù, con il peso di fattezze orripilanti, e leggende tristi intorno a sè, chiedere amore e salvezza insieme ad una donna, mentre la notte di solitudine incede, come tante altre volte: "...No I won't be afraid, no I won't be afraid/ Just as long as you stand, stand by me". Similmente a Rossana per Don Chisciotte, ella sarà in grado di addormentare fantasmi e mostri, asciugando il dolore "I won't shed a tear/ Just as long as you stand, stand by me".

domenica 7 novembre 2010

Drammaterapia, Atelier nell'Atelier

Atelier nell'Atelier. La suggestiva atmosfera del rumore delle forbici sulla stoffa che ritmano la voce delle attrici. Tre, diverse di tempi e modi, eguali nella storia di Barbablù, quella da fugare, da esplorare e da comprendere. Si sono date il cambio a sostenere la vicenda, mentre l'abito di Rebecca, la sciagurata interprete della nostra fiaba, prendeva forma sul tavolo della sartoria e il regista filmava passi e punti. 

La Narrazione della Fiaba ha fatto eco tra la stoffa ed il soffitto, ha rimbalzato come la voce, più tardi, di Rebecca che vuole fermare indietro la propria storia.

Si chiude in gola la paura che ferma i gesti; regala il terribile languore della fame del lupo fuori di te, dell'orso gigante, dell'Orco, di Barbablù che ti sorprenderà ad aver infranto i termini del patto. Sullo sfondo la tua veste è ancora in costruzione, ma tu hai già aperto la porticina...questo significa che quanto avviene dopo è orrendamente scritto prima e tu non potrai sottrarti Rebecca.

Hai dimenticato chi eri, chi saresti stata ed il chi sei ti inchioda contro il colore sparso su una piccola chiave. L'indelebilità del ricordo, della coscienza che a quello si lega, piccola barca che può anche fare acqua. ma traghetta le tue vicende lungo le spirali di costellazioni che hanno deciso già tutto. Ti osservi senza più poter uscire dalla tua storia. Mentre la camera voyeur del presente continua a registrare le tue domande.



Fogli di spazio bianco fasciano ora il sogno della tua vita, per farlo danzare insieme all'ombra da dove provengono.


Quale grande sospetto intorno al tuo collo, la vita che respira nell'osare e quando ti ritiri perchè le torri ora sono diventate minaccose, le porte fessure strette dalle quali la tua anima potrebbe non scivolare più fuori.




E mentre tutto sta avvenendo nel processo drammaterapico che "costruisce" -l'abbiamo detto- la piece di Barbablu, un girotondo grottesco di responsabili e davvero funebre ruota inorno alla scomparsa di Sara Scazzi. Anche questa vicenda viene a sedersi nella nostra fiaba e noi la lasciamo sedere, responsabili di quanto "non possiamo", così simile al "non avremmo potuto". E' questa la domanda che deve inchiodare la coscienza di ognuno, se è vero che qualche giorno fa una donna picchiata per strada ed a terra costituiva solo la stimolazione di bastoncelli di retine "distratte" e vigliaccamente capaci di accellerare il passo ed andare avanti.
Vi sono donne ed uomini così vicini alla possibilità del tuffo nel nulla, alcuni di loro lo staranno già compiendo, incoscienti o consapevoli, in questo momento. E' questa consapevolezza che Barbablù deve raccogliere. La testimonianza è un preghiera silenziosa, ad un dio o al proprio inconscio, capace di spostare intenzioni ed azioni, e di contamniare positivamente le persone vicino; non è il talkshow del momento. Un mese fa ho riflettuto a lungo se fosse il caso di mettere in scena il Barbabablù ed anche questa mia riflessione ora lo salva con voi dalla malignità della coincidenza, dell'attualità, dallo sgomento dello "avvenuto per davvero".

sabato 6 novembre 2010

Drammaterapia, quando il Bambù Comanda.


Dove le connessioni? Tra un Barbablù presto in scena, parzialmente rivisitato nella drammaturgia per questa prossima piece drammaterapica di dicembre e quel bambù sospeso a volteggiare e far danzare intorno mani e persone attaccate a quelle? La fusione momentanea tra un atelier per risorse, uno più piccolo, clinico, che le proprie risorse mette a disposizione; neogruppo che solidale s'incanta alle acrobazie morbide ed affatto rischiose di quel pezzo di canna tenuta da uno soltanto. Relazione tra gruppi e dentro, parcellizzata se così la guardi, relazione tra coppie di individui che la prima sostengono. Relazione come patto, momentaneo, perfino funzionale ad un singolo obiettivo, temporalizzato in fondo in solo qualche futuro incontro e poi un palco dove performare la storia di Barbablù, ma intanto, lungo il percorso a mettere in gioco molto ed altro.

Ed invece lì, in Barbablù, relazione confusa, patto infranto, intenzioni e volontà reificate e abbattute dall'incedere di un Destino che non permette distrazioni dal proprio corso! Sangue che scorre, quello di Barbablù ucciso dalla famiglia di Rebecca, provvidamente giunta in soccorso e sangue agitato, quello nelle vene della sventurata, che procede verso l'infrazione alla promessa. Rito di morte che la morte scansa per pura fortuna e, ancor meglio, per la penna pietosa di J. Perrault, a scrivere una morale su una buona fine. Povero Barbablù, permettetemi di ironizzare!

Da criminologo, dico che c'è poco da salvare nella psicologia di un omicida seriale, se non viene fermato in tempo, e, in questo senso, questa fiaba rispetta il copione della realtà, quando va bene...Ma sul piano più importante dei simboli, la morte troppo facilmente si sposa con la vita, lasciando inevasa la comunicazione tra gli sposi. La promessa è una certa cultura del rapporto uomo-donna e non lascia spazio alle soluzioni creative della vita, che spesso sorprendono, nel bene e nel male, tutte le finction ed i libri scritti!
E così ieri, il gruppo allargato ha celebrato una fusione d'intento. Un'alleanza di ricerca dentro a quanto ognuno ed ogni coppia vive il rapporto con l'altro, inserito tra privato e mondano. Il gioco del Bambù e del "comando" ha resettato il luogo comune della dominanza a tutti i costi, l'ha ritradotto in "servizio a", "turno per", "luogo di". Ed i sostantivi... tutti affidati al non-verbale, alla danza, alle note di tre brani che hanno cristallizzato un'incontro davvero speciale. Grazie agli attori. Director

martedì 2 novembre 2010

Drammaterapia: perchè il gesto viene dopo?


Movimenti danzati in "Sonia, Il Resto della Mia Vita",
Piece drammaterapica, Atelier Drammaterapia
Liberamente, giugno 2007
Perchè il gesto viene dopo? L’item si riferisce all’azione drammaterapica ed i tempi e come viene costruita nel Creative Drama & In-Out Theatre. Anche il termine "costruzione" –ed a maggior ragione di costruzione vera e propria si tratta nel caso del “teatro drammaterapico”- deve essere inteso in modo particolare, così come anche gli strumenti per “costruire” ed il “progetto”, difficilmente prevedibile su carta! Qui sottolineo alcuni concetti già discussi nei laboratori, perché vi siano di supporto in questo delicato momento di messa in scena del “Barbablù”.

L’individuo con la sua motivazione giocata all’interno del setting drammaterapico costituisce di per sé il principale strumento. Infatti il lavoro della drammaterapia canalizza la motivazione del soggetto verso operazioni interne, ma non sempre visibili e la consapevolezza di questo favorisce la creazione di quel gancio conscio-inconscio ben illustrato nell’ipnositerapia ericksoniana. In tal senso, io definisco strumento l’individuo e la sua motivazione quale praticata. Gli strumenti che vengono utilizzati, a parte l'individuazione delle tecniche specifiche che vengono usate, come la danza, la musica, l’espressione vocale, il lavoro con la maschera neutra, ecc, sono intimamente legati al concetto di esplorazione tra comparto esterno ed interno del soggetto, posti a lavorare sinergicamente, ed a quello di sperimentazione. A partire da questi elementi il processo dramaterapico potrà iniziare a fare le sue “prove d’autore” e molto spesso deborderà dal palco, dal laboratorio, per pescare nelle vicende personali del soggetto e renderlo partecipe di idee ed affetti. Come nel contesto della psicanalisi, dove il paziente realizza alcune cose extramoenia (fuori dal setting) e le pone in riferimento a ciò che si è già elaborato nel setting, anche qui possiamo parlare di un particolare “contesto adattivo”: l’incontro della dinamica intrapsichica avviata con la sua vita quotidiana, sia che si tratti di drammaterapia clinica che per le risorse.

Dicevamo sulla “costruzione” dell’azione drammaterapica e quanto questo concetto debba essere rivisitato in modo particolare in questa situazione. Diversamente da quanto avviene nel teatro e nella regia teatrale, nulla qui tende ad una realizzazione “perfetta”: perfetta impersonificazione, perfetta recitazione, dizione, gestualità, aderenza al testo ed alla regia del director. Possiamo sintetizzare che sia l’incontro tra quanto è nelle dinamiche (consapevoli o meno) degli “attori”, sotto il tutoraggio strategico del director a permettere di elicitare idee ed affetti, facendone rappresentazione e “teatro”. In tale operazione, il gesto rimane ultimo ad essere preso in considerazione, per delle motivazioni facilmente intuibili. Infatti, mentre l’espressione gestuale viene conosciuta ed esercitata liberamente e guidata negli esercizi propedeutici alla costruzione dell’azione dramaterapica e discussa nei briefing successivi del gruppo, quando si tratta di costruire una azione drammaterapica nel cobtesto di una piece (teatro drammaterapico), è data la priorità al “verbo”, alla sua nudità di corpo o comunque quella che meglio si fa ambasciatrice dell’affetto dell’attore. In tal modo, si evitano le interferenze ed i pregiudizi di una cura gestuale che diverrebbe “stampella” alla recitazione. Il logos è privilegiato in questa fase, proprio perché si faccia scandaglio di potenza ed impotenza, senza appoggi o imitazioni, fatto che limiterebbe l'autenticità. Convinti del fatto che l'individuo prende coscienza del mondo mimandolo (J. Lecoq) e che la drammaterapia elegge a motore del drama la ricerca interiore,  spogliare l'azione del gesto/movimento significa fondamentalmente "drammatizzare" l'esperienza intima del senso, per evocarne la presenza sulla scena.  L’incontro dell’attore con la propria voce, nella memoria del testo, può diventare comunque sensorialità e percezione interna del proprio corpo (è il corpo a respirare ed a parlare) e dei gesti che “spontaneamente” accompagnano il dialogo fuori e dentro con se stesso. Gli aspetti contraddittori della comunicazione sono quindi così invitati a farsi visibili, tra linguaggio verbale e somatico. In questa fase il director sollecita “prove” interpretative con la voce, perché essa non si accomodi su tonalità, volumi ed espressioni prosodiche “rituali”, ma, concludendo, solo successivamente prenderà in considerazione i rami (i gesti) di questo albero ancora spoglio che parla (la voce), in uno spazio interpretativo vuoto. Solo successivamente si passa all'analisi del gesto/movimento e quindi alla costruzione di quello che Lecoq definisce il "corpo poetico".  Infatti, alludendo in metafora al teatro sciamanico, proprio l’elemento vocale costituirà lo “spirito guida” nella terra di mezzo dell’attore, tra cielo e terra, diventando a tratti “voce interna” (la trance sciamanica) o comunicazione sensibile verso il gruppo.

Cito una affermazione di Lecoq che bene sintetizza il senso che il nostro teatro drammaterapico pone nella didattica teatrale: "Insegnare, è aiutare il gioco a svilupparsi, dal ripetersi del gioco della vita al più vicino della sua espressione, fino ad altri giochi tendendo alla creazione, verso una trasposizione, una trascendenza, che fa vivere l’invisibile delle cose e degli esseri, e fa entrare il teatro in poesia...(omissis) Insegnare, è aiutare l’altro a svilupparsi essendo sufficientemente disponibile fisicamente e mentalmente, per lasciargli aprire il suo spazio".

venerdì 29 ottobre 2010

Punti di Vista - il miglior modo di incontrarsi è perdersi.

@ Maria Pina Egidi

“Cosa hai visto a teatro?”
“Niente, non ho visto niente… o quasi”.
Non è una conversazione paradossale, questa. Prendiamola alla lettera per descrivere un diverso modo di vivere, agire, rappresentare ed elaborare il teatro.
Dal 21 ottobre al 31 ottobre, sarà in scena a Roma, presso il Teatro Eduardo De Filippo, lo spettacolo “Punti di Vista- il miglior modo di incontrarsi è perdersi”. Esso nasce dalla collaborazione tra Enrique Vargas, il maestro del Teatro dei Sensi (www.teatrodelossentidos.com) e gli studenti - attori non vedenti della Università degli Studi di Roma, La Sapienza.
Non c’è uno spettacolo da vedere , qui, o “solo” da vedere in questa occasione: qui c’è uno spettacolo da vivere, da sentire, da gustare, da portare dentro di sé, dopo. Dimentichiamo l’allestimento tradizionale, palcoscenico e platea. E cancelliamo anche l’idea dello spazio condiviso e di un pubblico che assiste collettivamente a una rappresentazione. Qui si entra nello spazio della rappresentazione e ci si muove entro di esso insieme agli attori. Ogni singolo spettatore, diviene per mezz’ora, il primo attore dell’allestimento e riempie la trama con le proprie sensazioni e le proprie emozioni.A intervalli perfetti di quattro minuti l’uno, si viene condotti singolarmente davanti a una porta a battenti rossa, dove, in perfetto silenzio, si attende che qualcosa accada. Quando una mano bianca, calda e gentile di un attore introduce il “viandante del teatro” nella storia che si dipana lungo un percorso da esplorare con altre risorse che non siano la vista. La memoria emotiva, la consapevolezza delle proprie risorse percettive, l’abbandono alle immagini che vengono suggerite ora dai sussurri degli attori, ora da profumi, suoni e sapori, divengono così un elemento della messa in scena che, di volta in volta, si rinnova.
Sarebbe scorretto raccontare qui cosa s’incontra dietro la porta rossa, perche si toglierebbe il piacere dell’esplorazione a chi decidesse di andare a “vedere” lo spettacolo (info nel manifesto allegato).
E lo sarebbe ancor di più se si pensa che il racconto di chi scrive non è una descrizione obiettiva dello stesso, bensì una elaborazione personale delle emozioni vissute. Si possono solo condividere riflessioni generali e sensazioni tanto profonde quanto evanescenti e difficilmente descrivibili con il solo ausilio della parola scritta.
Si può vivere il buio come un nemico, l’evocatore delle paure più profonde, il complice dell’orrore.
Si può rimanere paralizzati dalla frustrazione della mancanza di luce quando non si è più in grado di vedere ciò che la vostra penna traccia sul foglio. Ma si può anche scoprire il sapore consolatore in un sorso di vino liquoroso; si possono sentire l’amore, l’attrazione, la fiducia nel prossimo attraverso un contatto, un profumo, un sussurro . Si può scoprire che la nostra memoria contiene tesori bellissimi, forse perché nascosti da una pletora di inutili nozioni o perché offuscati da visioni più forti e impattanti. E’ come scoprire la bellezza di una precoce primula selvatica in un giardino che vi confonde con lussureggianti piante di serra.
Il ricordo dell’odore dei quaderni ai tempi della scuola, mescolati con quello della merenda e la freschezza della seta possono suggerire visioni di una tenerezza sconvolgente.
Niente di ciò che si vive, nello spettacolo, rimane inerte. Continua a stimolarvi, vi accompagna fuori nel traffico romano del ritorno a casa, con abbraccio che sostiene e un profumo di arancia che vi rasserena e fa sentire più vivi.

giovedì 28 ottobre 2010

Drammaterapia e Drammi: lo spettacolo senza spettacolo

Modello di Pompa per creare il Vuoto
@ Director

Improvvisamente la Difesa, ma subito appresso anche il Pubblico Ministero, si accorsero che mezza aula era scomparsa. Proprio così…non soltanto metà della popolazione nomade di quanti avevano assistito al dibattimento sino ad allora, ma anche metà aula fisica! I due interlocutori e dobbiamo dire anche l’associazione di “Anna e le Sue Sorelle”, nonostante l’ovvia divergenza di vedute sui fatti discussi, non avevano dubbi: se spariscono i pensieri, con loro, “virtuali” ma potenti, rischia di scomparire anche la possibilità dell’agire. Oppure essa si irrigidisce, sclerotica, nel luogo comune, nella meraviglia, cosa che tutti sappiamo differente dal sentimento di stupore, e si esprime nell’iterazione di condotte solite, abitudinarie, quelle, per intenderci, che davvero Julio Cortazar avrebbe mandato diritte alla forca. Azione…non azione, diremo, ma piuttosto ripetizione.
Quali parti, quale recitazione! Tutto appariva mostruosamente vero e neanche il doppio salto cabriato di un olimpionico invitato a testimonial, avrebbe fatto pronunciare UNA parola a quell'uditorio. Gilles de Rais ora troneggiava di nuovo, prepotente nella virtù, come lo era stato nel peccato e non aveva bisogno di puntare il dito su qualcuno in particolare per affermare che l'ipocrisia, l'inganno, la malignità (omettiamo il Maligno) albergano nei nidi delle colombe e rendono muti e instupiditi i piccoli volatili che nasceranno...Non vi erano "prime pietre" da esortare al lancio, per sentire l'acre odore di muffa che si nutre del bagnato di cortili dove il sole non entra mai o non lo si fa entrare  per far luce sul senso delle cose che ci sono attorno. Il senso nuovo, quello aggiunto, quello diverso, quello che "concede" scale normali alle persone normali, obbligando tutti, almeno per una volta sentirsi cattivi, brutti, ignorati, soli e con qualche handicap. "Solo l'amare, solo il conoscere conta, non l'aver amato, non l'aver conosciuto. Dà angoscia il vivere di un consumato amore" (Il Pianto della Scavatrice, Pier Paolo Pasolini, 1956). No, l'aula sparita, quella parte mancante, mozzata alla partecipazione ai lavori per un appuntamento dal parrucchiere, o cerusico -vista l'epoca-, od il vuoto pneumatico delle idee troppo impigrite da sempre;  quella che esalta il pudore misurato in centimetri e non in anima, era tarata su una frequenza di decibel che non sopporta i suoni di sotto, nè quelli di sopra...ma convive con quello eterno ed immutabile dello specchio dove guardare il mondo.
Ahi che dolore pensare che le paralisi non siano solo quelle più o meno “flaccide” che la neurologia prevede! Che vi sia una sorta di sorda paura, incapace di ascoltare anche se stessa e dunque chi ti parla davanti, racconta e vuol condividere. Certamente i crimini commessi da quell’uomo, tutt’altro che probo e caritatevole, che era Gilles de Rais, e lo spettacolo offerto dalla descrizione delle sette mogli trucidate di Barbablù dovevano di sicuro aver amplificato quel grande peccato che Dante canta e punisce in un girone assai severo: l’ignavia.
"A buon intenditor poche parole"- cantò qualcun altro. Un altro ancora: "non ho parole"!
Ed un terzo"... per questa sera, tiro giù il sipario".

mercoledì 27 ottobre 2010

Drammaterapia & Barbablù: riscrivere le storia

@ director

Ci permetta questa Corte e la pazienza degli onorevoli Giurati, di fornire degli argomenti che finalmente spazzino via dall’attuale contraddittorio, camuffamenti della accusatrice e di questa storia. Ci riferiamo alla storia di Barbablù, quella che ha condannato Rebecca ad un matrimonio infelice o dove –punti di vista diversi- l’attrice si è condannata da sola. L’una, viene detto, vittima del contesto e della cultura; Barbablù, opporremmo allora noi, vittima della propria follia.
Vogliamo però premettere a questo nostro ultimo intervento nel tribunale della coscienza di questa umanità, che qui si raccoglie per valutare e giudicare, che, lavorando all’interno del sistema Coscienza dell’Uomo, sia molto difficile, anzi impossibile, giungere a criteri di oggettività, figuriamoci poi di Verità! La coscienza è un processo in evoluzione, anche per quanto riguarda il rapporto uomo-donna, ma vorremmo dire maschio-femmina, e desideriamo ricorrere ad un principio solo apparentemente distante da quanto è oggetto di discussione oggi: il principio di Heisenberg.
Esso così recita: «Nell’ambito della realtà le cui connessioni sono formulate dalla teoria quantistica, le leggi naturali non conducono quindi ad un completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo; l’accadere (all’interno delle frequenze determinate per mezzo delle connessioni) è piuttosto rimesso al gioco del caso » ( W.Heisenberg, Indeterminazione e realtà, Napoli, Guida 1991, p.128). Andiamo a spiegare meglio: il principio postula che qualunque coppia di grandezze osservabili generiche, che non siano nella relazione di essere compatibili, non si potranno misurare simultaneamente, se non a prezzo di indeterminazioni l'una tanto più grande quant'è più piccola l'altra”. E dunque qualunque elemento della coppia che si ponga in qualità di “osservatore” non potrà che determinare con parzialità la posizione dell’altro, il suo momento angolare, il suo punto di vista diremo noi! Rebecca e Barbablù, dentro questa metafora, sono all’interno della stessa storia/Storia e, se guardiamo bene, entrambi vittime di quell’accadimento in progress che è l’evoluzione e la selezione naturale. Ma desideriamo illustrare meglio e senza mezze misure .
Guardiamo alle ultimo intervento di Rebecca. Ella ora ricorre alla voce esperta di un sedicente associazione di donne, Anna e le sue sorelle, che dovrebbero ricordarsi fondamentalmente di essere state, almeno nel passato:
a) “femmine”, capaci di selezionare “maschi”;
b) che avessero abbastanza testosterone da proporsi come vincenti;
4) nello “amplesso” che doveva assicurare solo la sopravvivenza e conseguentemente a ricasco l’evoluzione della specie (secondo fenomeni sintropici);
5) e che in questa discussione, se non riportiamo a garante l’evoluzione della coscienza nella storia biologica e culturale dell’essere umano, non andiamo più distanti dalla dinamica dell’Homo Abilis e della sua donna (certamente abile anch’essa)!

Giudicare questa difesa “Machilista”, come il coro dell’accusa vorrebbe sottintendere, significa mistificare il fatto che se è assolutamente criticabile il rogo alle Streghe, altrettanto ingiusti e di giustizia sommaria possono essere i linciaggi agli Orchi! Si dimentica forse che a difendere Barbablù è qui sia la storia che la sua insanità?
Conosciamo la “solidarietà” delle nostre donne; il loro chiacchiericcio, come le loro intuizioni scientifiche, i loro inganni ed i loro silenziosi sacrifici, ma sappiamo anche che Rebecca, indotta dalla cultura, dalla famiglia (qualunque causa esimente si invochi), contrasse un matrimonio di interesse e riuscì a rimanere vedova ricca di una unione scellerata! In questo caso al “rogo” fù il “mostro” e se la motivazione fosse da ricercare nella sua sete di “conoscenza”, non ci sentiamo molto distanti da osservare certa sapienza arrogante che destinava alle fiamme le fiammelle della coscienza nelle donne “rivoluzionarie” della nostra Storia! Si consideri ora quale sincretismo di paradossi offre la vicenda di Gilles de Rais, a cui Perrault si è ispirato: egli, condottiero valoroso che conta quasi più morti nella stanza segreta della sua torre che sul campo di battaglia ed eppure…eppure luogotenente ammirato (e chissà cosa altro…) dalla Pulzella d’Orleans, progenitrice certamente insieme ad molte altre silenziose, di un risveglio della coscienza umana, addormentata nel “sogno” della biologia e della cultura!
Barbablù, conceda questo eccellente consesso, non colse la potenziale “sensibilità” della propria sposa ad accogliere la propria mente malata? Può darsi, ma in questo caso era la sua stessa follia ad impedirglielo. Probabilmente un poco del coraggio di Giovanna D’Arco a soffiare dentro l’animo di Rebecca, avrebbe consigliato più saggio percorso alla donna.

Drammaterapia: Rebecca contro le amputazioni della Storia e di Barbablù

Piccola Narratrice, Blue Beard, Atelier Drammaterapia, 2006

Onorevoli Signori della Corte,
da questo momento la difesa di Rebecca sarà assunta dall'Associazione “Anna e le sue sorelle” perchè troppo impari è apparso il dibattimento sul comportamento dell'imputata.
Si sappia subito che la voce tonante con cui il la Difesa di Barbablù espone e argomenta i capi di accusa e le citazioni con cui egli rinforza le proprie tesi non intimidiscono punto Rebecca; ma è parso giusto a noi, per par condicio, fornire all'imputata le armi dialettiche di cui ella, per giovane età, per grado di istruzione e condizione sociale di provenienza, non dispone.
Permettete di presentarci: siamo una Associazione femminile che fornisce voce e muscoli a tutte le donne che, nel tempo e nello spazio, soffrirono e soffrono per l'arroganza di un sistema che non permette loro di esercitare persino i più elementari diritti dell'essere umano. Non abbiamo paura di essere chiamate “femministe” o “streghe” con disprezzo o derisione. Abbiamo vestito gonnellone a fiori e zoccoli olandesi quando ce ne fu bisogno per scardinare un mondo che poneva la sottomissione femminile al sommo di tutte le virtù.Tante di noi finirono con ignominia su roghi, reali e virtuali, accesi dal potere per contrastare il diritto di ogni donna a essere ciò che desiderava: guerriera, mistica, scienziata.
Oggi, con la forza della sorellanza, assumiamo la difesa di Rebecca e non sottovalutino, gli Onorevoli Giurati e il Pubblico Ministero, questa indomabile energia che lega tutte noi. Con questa arma, gentile e implacabile come il fioretto, un invisibile (ai vostri occhi) esercito di donne sopravvive ogni giorno, nelle parti più remote e dimenticate del Pianeta. Ci parliamo senza parole perchè il nostro ventre ci suggerisce la sofferenza e la gioia di una sorella, perchè le nostre mani sono abituate a stringersi tra loro e a comunicare con un fremito quasi impercettibile la più sottile delle sensazioni, il più inesplicabile dei disagi. E dunque ci portiamo mutuo aiuto nelle prove più dure. Vi piaccia continuare a pensarci intente a parlare per ore sul niente, a farci una guerra sotterranea, ma sono molte di più le parole che non ci diciamo perchè superflue e le guerre che abbiamo scongiurato.
Tralasciamo di commentare l'incongruenza di fondo delle accuse formulate a Rebecca. Se il matrimonio tra i due era stato pensato come un accordo commerciale, se la gioventù dell'accusata era la moneta di scambio per il benessere e la sicurezza concessa, perchè chiedere anche il sentimento? Il Barbablù dovrebbe rispondere delle sue azioni anche di fronte a un tribunale civile, per mancato rispetto dei termini contrattuali.
Affrontiamo allora, senza più preamboli, il nocciolo della questione.
Ricordino, soprattutto i signori giurati uomini, che in ogni bambina vi è una donna e non il contrario.
Anche la più giovane, la più inesperta , la più povera e affamata delle Rebecche è una Donna, intesa come essere umano , di sesso femminile, adulta, consapevole dei propri desideri, con la dignità e il diritto al rispetto altrui e all'autodeterminazione.E invece a Barbablu e ai suoi accoliti piace vederci eterne bambine, da guidare, censurare, mettere alla prova!
“Brava Rebecca, perchè hai obbedito agli ordini” “Cattiva Rebecca, hai disobbedito e meriti una punizione esemplare per farti ricordarti sempre chi è il padrone, per evitare che tu prenda una cattiva strada, perchè solo io, tuo signore e padrone, conosco ciò che è giusto per te”.
Dove sta, signori giurati, l'atto di fiducia di cui parla il Pubblico Ministero? Ti consegno le chiavi del castello e tu puoi entrare ovunque eccetto che in una delle stanze (e stiamo a vedere se ubbidisci?)
E' una fiducia sub condicione questa!
La vera fiducia sarebbe stata quella di consegnare a Rebecca le chiavi del castello senza alcuna proibizione, con il coraggio di affrontare gli occhi della propria donna dopo che avessero visto l'orrore e la tenebra di quello stanzino. Come un vero innamorato, le avrebbe consegnato metaforicamente tutto il proprio essere, fatto di luci e di ombre. Ombre non peggiori di quelle dell'animo di qualunque altro umano. Forse Rebecca sarebbe fuggita da lui, dopo la scoperta, come verrebbe immediato pensare.
O forse forse.. sarebbe rimasta al suo fianco, per capire, accettare, correggere o chissà cosa altro. Quante donne rimasero fino all'ora estrema insieme al proprio uomo, per quanto scellerata fosse stata la vita del loro compagno? Rivendichiamo per Rebecca anche il diritto di essere complice, colpevole, co-imputata nel processo a Gilles de Rais, se questa fosse stata la sua scelta.
Invece, eccola lì , accusata del peggior reato che una donna possa commettere agli occhi di un uomo: la sete di conoscenza!
A onor del vero, si trova in buona compagnia: lo stesso peccato fu commesso da Eva nella notte dei tempi e sappiamo bene quali furono le conseguenze. Anche per lei le cose furono poste negli stessi termini, in fondo.
E Pandora che aprì il vaso contenente tutti i mali? Cattiva bambina anche lei... scusate l'ironia.
L'ingiustizia somma, l'ingiuria, la beffa peggiore sta nei termini dell'accusa. Addirittura non si riconosce nelle azioni di Rebecca neppure la grandezza , la nobiltà della pulsione a sapere, a conoscere. In lei e in tutte le altre donne, si parla di “curiosità” . Curiosità , capite? Una cosa da comari, una ficcare il naso dove non si deve, un ricondurre il tutto a una banale, ridicola, patetica azione da bimbetta, per l'appunto.
Chi porterebbe Ulisse davanti a questo tribunale con questa accusa? Nessuno, signori, poiché a lui si imputa e al tempo stesso si perdona, la “sete di conoscenza”, la nobile pulsione dell'animo che porta al progresso del genere umano. E allora ricordate che è un peccato, un affronto allo spirito, rispettare il divieto di una porta da non aprire, un frutto da non mangiare, un vaso da non aprire.
Chiediamo quindi l'assoluzione con formula piena dell'imputata poiché le accuse sono viziate da un grave pregiudizio di base.
E ci sia permesso ancora dire che, mentre auspichiamo un mondo dove tutte le Rebecche possano essere amate senza bisogno di esami da superare e possano sentirsi in diritto di aprire tutte le porte, rivolgiamo un pensiero di commiserazione a Barbablù che, mosso dal desiderio di sentirsi amato, comunque ha commesso un così grave errore di valutazione della reale sensibilità della sua sposa.