L'Atelier LiberaMente è uno spazio aperto, nella misura in cui va consolidando il suo pensiero e la sua pratica. Un blog permetterà di estendere l'area comunicativa, un "drama" allargato delle idee e delle competenze. Director, E. Gioacchini







lunedì 13 dicembre 2010

Complemento Oggetto, presentazione del romanzo di Flavia Pitorri

“Me ne vado. Non ti saluto e chiudo la porta. Le chiavi non mi servono,
 le butto  nella cassetta delle lettere e mi resta solo il tonfo
 mentre cadono giù. Però, tu mi rimani sospeso, senza cadere,
con lo sguardo dell’ultimo giorno al mare davanti alle margherite”

L'Atelier di Drammaterapia Liberamente è lieto di ospitare la presentazione del romanzo "Complemento Oggetto" di Flavia Pitorri -venerdì 17 dicembre. L'autrice sarà lieta di autografare il volume ad amici, conoscenti ed ospiti.
Il romanzo naviga le acque inquiete ed dense di una relazione di una coppia che si scopre in crisi e decide allora, momentaneamente, di salpare mari separati. Decisione tutt'altro che serena, condivisa. Il tempo dopo è quello di un inteso riesame dei propri ricordi congiunti alle scoperte del presente. Vecchie edizioni di sentimenti ed idee, verso l'emancipazione dal proprio dolore.
Interverrà il giornalista Mario Ciotti ed il Creative Drama in-Out Theatre, diretto da E. Gioacchini, offrirà una breve piece tematica sul rapporto di coppia: Lei, Lui, Sempre Forse. Attori, Maria Pina Egidi, Gianni De Angelis.  Musiche di George Gershwin.
A seguire un buffet natalizio.
Comunicato Stampa-Net

Info: info.atelier@dramatherapy.it - Cell. 3403448785

Drammaterapia & Blue Beard




















Foto di Scena di "Blue Beard, To Want, To Need, To Be",
riduzione drammaterapica dalla fiaba di J. Perrault,
di E. Gioacchini, Compagnia dell'Atelier di Drammaterapia
 LiberaMente, 11 dicembre 2010, Roma

giovedì 9 dicembre 2010

Blue Beard: il climax della drammaturgia

Il climax dell'opera che vi apprestate a mettere in scena si situa in punti specifici della trama rappresentata:
  • nel secondo atto, nel moto di fuga fantasticato da Rebecca: “…fatemi uscire da questo castello, ha bruciato i miei desideri ed ora congelerà  il mio cuore, per sempre nel buio!";
  • nel tezo atto, durante qualche passaggio dell'intenso monologo di Rebecca: "...ed il loro reciproco bacio più volte in quelle stanze e poi… quel luogo…Brivido lungo ed interminabile, che percorre la schiena ed i fianchi, per fermarsi proprio sul cuore. Una puntura che parla d’attesa e paura, un canestro di costato, muscoli e nervi che costringe il suo piccolo cuore. Una morsa crudele, senza aria. Continuò a piangere, anzi a lamentarsi. Questo la riportò ai pianti dell’infanzia, nenie di abbandono e fuga, consolazione e dolore, dove le cose si muovono lente ed il ritmo è dato da un respiro forzoso e scomposto, rotto e incostante, come nel bacio".
  • e lungo tutto il percorso del terzo atto, in alcuni particolari importanti passaggi di Blue Beard che veste il pensiero di altri ilustri uomini storici; Freud, Gilles de Rais, Fromm ecc. 
E' in queste "zone" della drammaturgia che tutti gli attori prima, in crescendo, lavorando nella preparazione e quelli dopo, nella specifica rappresentazione delle parti, debbono esprimere l'apogeo del pathos. In questi specifici passaggi tutta la compagnia, con l'attore immaginato al centro, con il suo sacerdozio, ha il compito di traghettare il teatro tutto verso un livello superiore che, se usa il "verbo", questo stesso supera nell'immanenza del sentire quanto sta accadendo. Per suggerire un'immagine che ho trovato sino ad ora la più pertinente ed intensa nelle descrizioni della letteratura, vi propongo Cortazar, in alcuni passaggi finali del Fissatrigre, quando descrive tutta la famiglia "rapita", irretita nell'operazione di "fissare la tigre" con l'apparato appena costruito, e, importante, comunque sia andata e qualunque il risultato (fatto che riporta a quella "solitudine" del pensiero che è insieme partecipe nella comunanza che altri vivono la stessa esperienza). Blue Beard è metafora di vita, dove attori, Barbablù e sua Sposa, e spettatori, quelli seduti e loro stessi, osservano il labirinto che essa contiene.

lunedì 6 dicembre 2010

Drammaterapia: il Creative Drama & In-Out Theatre pronto al debutto

@ Director

In qualche post precedente ho spiegato come un teatro "drammaterapico" sia una sfida, non solo relativamente a questo mio gruppo che lo sperimenta, ma rispetto al suo statuto e da qui desidero ripartire per proporre qualche importante riflessione agli attori, prima della piece in programma.
In cosa cosiste questa che ho definito "sfida", quali sono i limti che intende superare, quali i confini? Il vero problema da superare è essenzialmente l'assenza di un limite da superare! Nel setting proprio della drammaterapia (qualunque il contesto in cui essa lavori), vi sono i costanti moti centripeti e centrifughi dei partecipanti e del gruppo che convogliano il chaos di quanto emerge nell'incontro con il testo in tentativi di cosmos, restituendo forme provvisorie di performance e incessantemente propedeutiche ad altre successive. Il processo drammaterapico lavora in questo modo, ponendo in crisi gli adattamenti "fisiologici" delle proprie modalità di reazione e modelli della realtà, quali sollecitati dagli stimoli interni ed esterni, producendo "drama", non necessariamente accompagnati da insight. Ovviamente, il concetto di "propedeutico" è il risultato di una lettura a ritroso della dinamica, perchè immancabilmente caso e variabili non controllabili determinano punti di arrivo e nuovi turning point.  Qual'è il carattere distintivo dell' In & Out rispetto di quanto occorre comunque in qualsiasi altro setting di drammaterapia. La specificità di quanto io designo con In & Out è l'imput che il drama del soggetto può generare nello stesso e negli altri, così come i drama collettivi. Se il drama costituisce nel soggetto l'espressione di quanto evocato dall'interpretazione (la performance dell'attore), esso, riconfigurandosi come ulteriore stimolo (In), evocherà a cascata ulteriori output significanti (Out), capaci di far modulare sintomaticamente il copione recitato. Il soggetto non compie scelte, ma è agito dal testo che a sua volta si modifica nell'interpretato, nella ricerca di quella "distanza estetica" tra ruolo ed interprete. La verosimile condizione di light trance evocata dalle sottolineature che il director compie su quanto performato, con rimandi impliciti (simbolici) alle ragioni più profonde di quanto mostrato, funge da amplificatore di tutti quei "ganci conscio-inconscio" che canalizzano l'espressione più autentica (non necessariamente spontanea) del soggetto. Tutto questo si traduce proprio nella rielaborazione dei contenuti del testo da parte del director o dalla creazione vera e propria di un testo teatrale, quale risultato delle dinamiche simbolicamente esperite dal gruppo.
Se modificazioni intervengono quindi nella persona (come agurabile), non riguardano certamente le abilità interpretative, che evidentemente si affineranno con il tempo (e non dovranno mai costituire l'obiettivo del setting), ma piuttosto una diffferente modalità di progettarsi, che rimanda alla "creatività" quale espediente per uscire dall'empasse del pregiudizio, del repertorio conosciuto, proprio perchè si è abitato contenuti e modi differenti, attraverso l'azione performativa ed i suoi rimandi più profondi. Questa, succintamente, è la dinamica che interviene in questo peculiare setting dove si utilizza lo strumento del teatro come un bisturi per le realtà interne del soggetto e quelle culturali del gruppo.
Ma cosa accade in un teatro drammaterapico, che appparentemente sembra solo spostare nel rapporto con il pubblico e in un lavoro definito (la piece) quanto già in azione nei consueti laboratori del gruppo? Ho già discusso precedentemente il ruolo che ha il "rituale allargato" rispetto a quello "ristretto" (del setting di drammaterapia) in questa tipologia di teatro; di come la piece non costituisca il fine del processo drammaterapico, ma piuttosto come quest'ultimo utilizzi la piece quale situazione "catartica" che riattualizza tutto quanto già sperimentato. Quanto riassunto fin qui è per sottolineare un punto fondamentale: nel corso della piece si ha un laboratorio "totale" (come totale è questo teatro) per la presenza di un pubblico che costituisce la realtà fattuale di quanto precedentemente solo proiettato all'interno del rituale ristretto. Per l'attore, mentre "recita", il "come se" s'incontra magicamente con lo "è" seduto o in piedi davanti a lui (mentre dall'altra parte, quella dello spettatore, è quanto produce l'attore a costituire il "come se"). Consideriamo però che, nel caso della drammaterapia, la performance dell'attore è elemento di trascinamento delle sue realtà scomposte e ricomposte sulla scena molte volte, della sua fantasmatica che serve il gioco di tematiche universali (anche proprie dell'umanità che lì assiste) e di altre, più personali, che costituiscono "storie" vere, anche se silenziose o sino ad allora taciute e sconosciute anche allo stesso attore. Questo è l'intreccio di realtà e finzione, la prima "finta" e la seconda resa "vera" in quanto "possibile", che genera movimenti di catarsi nel corso dello spettacolo. E l'attore non può sottrasi a tale titanica impresa, piena di responsabilità, che, ancora una volta, non ha epiloghi previsti, ma solo percorsi possibili.

domenica 5 dicembre 2010

BLUE BEARD, TO WANT, TO NEED, TO BE, 11 dicembre 2010

Atelier Drammaterapia Liberamente
per le Risorse, 2010 eCDIOT
      presentano 
     Blue Beard, To Want,
    To Need, To Be
 PIECE DRAMMATERAPICA IN QUATTRO ATTI, DI E. GIOACCHINI

Cosa chiede Barbablù e cosa gli nega Rebecca?
Cosa cerca quest’ultima e da cosa scappa? Un gruppo di teatranti cerca,
attraverso la propria autenticità sul palcoscenico, di mettere a nudo il rapporto
conflittuale
della coppia storica, esplorando le ipocrisie sociali, i miti personali,
il gioco di attrazione e paura che vi è nell’amore.

Roma, 11 dicembre 2010, h 20.45
 presso VideoAmbiente
Regia e Scene di E. Gioacchini
Aiuto-Regia, M. Pina Egidi

LA COMPAGNIA: lucrezialeslygiulianaelisagiorgiavanessaermannomarlenepino
toninamariapinacatiagiannispartaco
COSTUMI, margheritaermanno
UFFICIO STAMPA E PR.
Flavia Pitorri, f.pitorri@dramatherapy.it
FOTOGRAFIA, Claudio Gioacchini
Cell. 340-3448785

sabato 4 dicembre 2010

Drammaterapia: i personaggi invisibili

@ Director

Signore, signori, amici, colleghi…le star di questa piece non sono le Rebecche, né i Barbablù; non va ricercata nella partecipazione straordinaria delle “giovani donne crescono” del prologo che narra la fiaba. Perfino il “destino”, personaggio di tutto rispetto del nostro “Blue Beard, To want, To Need, To Be”, che tanto conduce il gioco del play, visibile in un atto, ma comunque presente ed incombente su tutti gli altri, non risponde a questa privilegiata etichetta. Tutti questi sono bravissimi, ma la star è un'altra. Difficile presentarla, perché non è nella locandina, ma gira in ogni strada, rubando applausi, e dietro quelli pianti, sorrisi, segreti, monologhi, chiasso, silenzio e spesso creando anche diversi inconsapevoli danni.
Si chiama “Vento”. Proprio così, impalpabile, ma capace di spostare persino il destino di un uomo, o di una donna, qui di dialogare con i miei attori.
Quando una settimana fa, con il gruppo degli attori, l’ho introdotto nella piece, nelle tracce musicali, ho dovuto presentarlo e spiegare come il suo importante uso in quanto si andava rappresentare era intensamente simbolico, come molte cose ospiti del palco, ma “lui” di più. Ha avuto la funzione di spingere alcune urla tra le stanze del castello, di diffondere lo strazio del pianto di Rebecca, di far volare in alto il sogno dell’amore di Barbablù e delle sue spose, eguali, diversi? Non importa, sempre verso l’alto dei cieli e poi nel basso della perdita, a terra. Ha fatto scivolare il pettegolezzo sopra i muri di stanze troppo grandi eppure piccole per bastare a Rebecca, poco proprie per avere porte che appartengono "di più" ad un signore padrone. Ed i sospiri? Anche quelli sollevati, come le vesti modello Mondrian che ho disegnato, che mi hanno tagliato altri (la sarta di scena), che gli attori si sono cuciti, costruendoli.
Il Vento non sposta solo le case, il mare, appena appena tagliato in lunghe ferite di breve durata dalle vette aguzze delle montagne, esso spinge le vele della conoscenza, trasporta il profumo dell'amore, della guerra, della preda, del tamburo, alzando alto il fumo dei nostri segnali. Scompiglia i capelli degli uomini troppo importanti, rende “folle” il cielo di una notte stellata sulla tela di Van Gogh, rende concerti unici soffiando l'organo di un canneto. Riesce a rompere i piani della tua gita fuori porta, o a farti uscire da quella nella bella giornata che dopo viene. E poi, se sei stata troppo ferma ed al riparo da lui, nelle tue stanze dorate, lascia che tu capitoli nella storia di qualcun altro. Allora io gli ho chiesto di soffiare forte per portare Rebecca nel suo passato, nella casa paterna, materna, fraterna, domestica, povera, ricca, sognante e disperata insieme. Chi meglio del Vento può spostare il tempo e non solo quello atmosferico, se può rimettere in moto una pendola o suggerirci che molto tempo è trascorso da quella volta...
Ecco ora ha avuto la sua presentazione, per il resto lavorerà con noi e voi cucendo e scucendo sogni e realtà. Vi ringrazio. Che l'atto inizi.

Drammaterapia: mentre Barbablù muore...

Stasera, o meglio...ieri sera, ancora una prova zeppa di "prove" che avrebbe steso qualsiasi "attore" e che, invece, ha alimentato l'energia del processo drammaterapico. Esso procede dietro aggiustamenti e correzioni (in realtà imput fondamentali di quell' "IN" del processo stesso) che rendono scomoda la parte, impossibile la pigrizia, perseguibile il sia pur momentaneo equilibrio tra ruolo ed interprete. Un terreno "scomodo", dicevo, eppure ricco di sorprese. Avete visto una bambina di sei anni tra le braccia "improvvise" dell'attrice che performava sul dolore e la disperazione; che a comando decideva di "fingere" un pianto" ed il modo migliore era riderlo sotto le braccia incrociate, mentre l'attrice pericolava la sua vita ed il suo destino. E poi...le carezze che salvavano come ciambelle nei marosi da quel tunnel di morte.
Ed ancora...l'"orgasmo" che si tramuta in disperata ricerca di una fine, purchè quello finisca nel suo aspetto di annientante atto di sacrilegio della tua persona, se essa è divina, come si dice, se appartiene solo a te. E l'irruente atto di accusa Libertà all'ipocrisia dell'umanità giudicante, appollaiata sugli spalti di un circo dove si rappresenta la "vergogna" e la "speranza" a confronto! L'ipervia strada di Beatrice che "drammatizza" un mondo più grande di lei, con occhi grandi, voce grande, giudizi grandi del director, dissacranti le fortificate mura della prudenza e dell'oblio tenuti stretti al posto di una "memoria" dolorante! I fantasmi, ancora giovani, di Stella e Gea, che fanno parodia dell'interpretazione dei "grandi", invece così piccoli e felici al loro guitto balzo di vita, ortica e margherite dei vent'anni! L'affanno di Astra, così azzeccato, punteggiante una parte davvero difficile. Ed ancora il dire di Bleu, così salvato dalla carezza di quella bimba. Spettacolo esorcizzante la paura del morire, piuttosto che la morte, quella del soffrire, piuttosto del dolore...perchè simbolico e trasversale ad esperienze diverse, giocate insieme in quel luogo e tempo di prove.
Mentre Barbablù muore in tanto festinoso slancio di promesse e speranze, entusiasmi ed amicizia, Rebecca diviene più prudente, non servendo più la storia degli altri. Entrambi più "sani" direi, alla vigilia di quell'11 dicembre in cui l'epilogo di una storia vera, ridiventa ancora una volta una potente fiaba. Così lavora la drammaterapia.

mercoledì 1 dicembre 2010

Drammaterapia, la responsabilità dell'attore

L'aura magica che accompagna l'attore in prossimità di una prima (ma, nel nostro caso, di un piece drammaterapica davanti al pubblico) è fatta di emozioni ed eccitazione. Egli si sente in qualche modo "sotto esame"...la memoria, i movimenti di scena, ecc..e, allo stesso tempo, capovolge "magicamente" la logica dell'esame che accompagna l'individuo per tutta la vita: è lì per mostrare, dare, offrire. Proporre .E si spera nella statistica che assicura sempre il plauso di almeno uno spettatore!
Cosa propone l'attore di drammaterapia, in questo istituendo teatro? Nell'ultimo scritto mi riferivo a quel personale filtro che è la sua persona, attraverso il quale ha lavorato il processo drammaterapico. Gli si conceda l'emozione, fatta di piacere e scrupolo, libertà e responsabilità, con l'occhio saggio alla eccessiva schiuma del narcisismo! Anzi che gli si permei nella matrice proteica delle sue ossa! A sostenerlo e renderlo appunto "attore" della sua parte, in bilico nella sconfinata libertà della performance e la compresa responsabilità di una relazione con i suoi compagni ed il pubblico. Il palco, la ribalta, il proscenio, lo spazio tra il pubblico che probabilmente calpesterà sono insieme la terra che conosce, liscia, ruvida, accidentata e confortevole che egli ha sperimentato sotto i piedi da sempre e il luogo specialissimo dove la "vita si celebra", fingendola. Per questo Grotowsky arriva a definire una "messa", laica, il teatro e sacerdote l'attore; per sottolineare questo "mandato" di "potere" che egli ha, che gli permette di spaziare, ma anche ricordare il limite angusto dei sentimenti che la vita spesso ospita. Nulla è facile; può essere semplice nella sua complessità, ma non facile. Di qui l'allenamento e la cura al gesto ed al verbo che non tradisca mai l'autenticità della sua persona.

Ieri sera, serata di prove e parlavo ai partecipanti del luogo privilegiato che ti mette davanti, dietro, sotto, sopra, intorno delle persone ad ascoltare e vivere quello che tu hai da dirgli e dirti, con il cuore e la mente; con la tua mente conscia e, dietro quella, il tuo inconscio. Tra i tantissimi privilegi, che debbono far esprimere all'attore un diffuso senso di gratitudine verso il pubblico (il "dono" di cui Grotowsky parla) vì è quello di farsi arbitri consapevoli del "Destino" per chi si ha davanti. Mi spiego. Gli spettatori non conoscono il racconto che lì viene narrato, non lo conosceranno finchè non sarà svolto, svelato, gli attori sì (ovviamente). Eppure questi ultimi si fanni disponibili per il pubblico alle proiezioni del suo presente, nel momento in cui la piece le suggerisce, complici di questo hic et nuc significante per loro ed insieme hanno però la consapevolezza di conoscere l'alfa e l'omega di quella trama, di essere essi stessi la storia, il nastro che si sta srotolando nel presente della sala,  e nel tempo più infinito della preparazione, delle prove, delle elaborazioni e della conoscenza di tutta quella. Tant'è che essi potrebbero saltare da un punto all'altro di quel tempo a cui si assiste, come un "dio" fuori del tempo a "rappresentare" il presente. E se poi essa fosse stata già conosciuta, se chi "assiste" è lì per "viverla" ancora "dentro" attraverso i recettori del "fuori", egli sta chiedendo che quel nastro si riavvolga e si svolga ancora per lui, perchè è il suo "senso" a rapirlo, certamente non l'allestimento scenico.. L'attore, allora, mentre svolge quel "destino", che è la storia, ma che è anche il tempo dello spettatore in quella, deve farsi capace di sentire la responsabilità di essere potenziale arbitro (mai esaustivo per carità!) di quel che avviene nelle emozioni e nel pensiero del pubblico. Con quello fare questa condivisione che, magicamentem rompe linee di divisioni ed annulla le diversità. L'umano dà spettacolo e l'umano l'osserva. Forza miei "attori".

domenica 28 novembre 2010

Drammaterapia ,Creative Drama e Piece

@ Director

Quasi alla vigilia di un teatro che diventa performativo, quello della drammaterapia, tradendo rischiosamente e con fascinazione il proprio statuto (quello che lo vorrebbe interessato al processo e non ad una piece finale), qualche piccolo tip che permetta di lavorare meglio le parti, comprensibile alla luce di quanto più volte discusso insieme a voi.
  • Se la vostra performance sarà sulla falsa riga di una buona recitazione, questo costituirà una buona premessa, ma non il risultato.
  • La piece finale è un grande laboratorio finale, dove al gruppo dei partecipanti i laboratori, quali spettatori del processo drammaterapico (rituale ristretto), si sostituisce il pubblico (rituale allargato), come nel teatro in senso stretto.
  • Il gruppo degli attori così diviene un grande corpo, ed un'anima insieme, che modulano il processo all'unisono, compresi delle differenze e dei diversi punti di arrivo (equilibri, catarsi ed insight).
  • Le parti sono oggetti materici che ora l'attore muove e disloca, senza la preoccupazioni di costruirle (un oggetto se è, esiste di per sè). La modalità con cui le muove e le fa interagire con il gruppo costituisce la performance drammaterapica: la piece.
  • Tutti gli attori "recitano" un hypnodrama, con legami visibili e meno, che può allargarsi al pubblico.
  • Questo permette la fluidità del "racconto" esterno, suggerito dalle dinamiche dei vari racconti dei singoli attori che trovano il laboratorio quale posto ideale per essere elicitati e "giocare" l'incontro creativo.
  • Non vi è un attore con la sua parte, ma una parte dell'attore a giocare con quelle degli altri e viceversa.
  • Ciò che viene rappresentato non è mai esistito prima ed è nel costante bilico della nascita e della morte.
  • La coscienza di quest'ultimo fatto con l'insostituibilità delle azioni drammaterapiche di tutti è il fondamentale motore della piece.
  • Essa riassume quanto processato prima, nella appartente cristalizzazione del rappresentato teatrale, senza identificarsi con esso.
  • nella sua dimensione di teatro "antropologico", alla stregua del teatro sciamanico, la piece finale performa nella "terra di mezzo" quanto ha lavorato nella dimensione intrapsichica e relazionale.
  • Questo è lo "spettacolo" del teatro drammaterapico.
Un grande uomo come Manzoni affermava che un carattere distintivo e prezioso dell'amicizia è la possibilità che offre di confidare un segreto. Confidare. Segreto. Cosa si confidano gli attori nella performance drammaterapica? In una dimensione apparentemente impudica e pubblica di una amicizia speciale, dove le reciproche proiezioni hanno esaltato ed abbattuto più volte le singole relazioni, si confidano costantemente il senso del personale progetto, o meglio, della ricerca di esso, attraverso il passaggio nell'altro. Una infinità di specchi che si prestano a restituzioni significative, mai letterali o solo speculari, di quanto pensato e provato. Essi sono "amici" in tal senso: l'importante energia dei loro segreti diviene disponibile al lavoro gruppale. Segreti fatti di sguardi e confessioni nella parte, personaggi che si affacciano dietro i testi e che superano e dialogano con essi. Questo è la drammaterapia e con questo lavora l'In-Out del Creative Drama specifico del nostro statuto. Catarsi fuori redazione e spesso differite rispetto al laboratorio imputato.
E se questa energia e questo prodotto mai statico venisse rappresentato davanti ad un pubblico e riprocessato nello "spettacolo" del teatro, come Grotwsky lo intendeva, povero di apparato scenico e pregnate di certosino lavoro dentro la propria "privata" parte, mi sono chiesto due anni fa? Ed è nato il Creative Drama & In-Out Theatre. Riconosciute le proprie origini, l'attore crea il luogo del teatro dove sta recitando. Non è mai il luogo a creare lui.

sabato 27 novembre 2010

Drammaterapia: Bene e Male, Dio e Uomo, Bianco e Nero

@ Bleu

No, niente nostalgia per favore. La nostalgia è sinonimo di assenza , è cosa che svela l’età , può paralizzare e rendere inerti.Se si cita qui un esempio della storia della RAI è solo per riflettere e per approfondire la relazione tra bene e male, tra silenzio e grida, tra etica e religione, tra nero e bianco, tra Barbablu e Rebecca ………..
Abbiamo scelto, attraverso l’Atelier, di essere nel mondo, di recepire nel nostro lavoro artistico gli input che arrivano dalla vita quotidiana e di portarli nella nostra rappresentazione.In uno dei precedenti post, il Director ci ha evidenziato come non possiamo, anche nella nostra attività teatrale, “chiamarci fuori” dagli eventi dalla realtà e della cronaca, anche se ci cimentiamo in ruoli che non attingono al nostro vissuto e pur facendo largo uso del mezzo virtuale. Violenza e male ci appartengono, ci contaminano, ci affascinano. Il lato oscuro, incarnato in Barbablù, risuona e trova echi nella nostra coscienza e ognuno di noi sa quanto il rimbombo possa essere sonoro, nella solitudine di un doloroso vis a vis con sé stesso. La curiosità di Rebecca può essere talvolta non l’istinto alla ricerca e alla scoperta, ma una mera narcisistica tendenza al superamento di un limite, di un tabù, di un ordine morale che può essere sfidato e vinto. Luce in Barbablù nel desiderio di amore, ombra in Rebecca nella volontà di calpestare questo desiderio.
Relativismo alla estrema potenza pericoloso in tutte le sue accezioni. Rifiutarlo può condurre all’aberrazione di non saper più riconoscere le sfumature di grigio che vi sono tra i metaforici bianco e nero, alla chiusura verso la estrema varietà del mondo e delle vicende umane. Accettarlo in pieno può significare la deriva etica o un’assenza di riferimenti cui difficilmente l’individuo è preparato. Personalmente, accetto il relativismo solo come contrario di “assolutismo”, con tutte le implicazioni che ciò comporta. Se vi siano indicazioni convincenti sul quesito degli opposti valori è materia su cui si può dibattere a lungo.
Ma, come a dimostrare che nulla si muove per caso e che il cambiamento indotto dalla drammaterapia è lento, sì, ma inesorabile come la crescita della montagne, dall’osservazione della vita quotidiano intorno a me arriva una risposta che non potevo ignorare.
Sul tavolo della mia collega, sta in bella vista un libro voluminoso che solo a guardarlo viene voglia di abbassare la voce, e di non fare gesti bruschi perchè sarebbe mancanza di rispetto, come ridere in Chiesa o citofonare a casa di qualcuno a ora di cena. Quel libro è “I fratelli Karamazov” .
C’era, negli anni sessanta, un’Italia ancora non pienamente scolarizzata, in cui pochi parlavano l’inglese o comunque una seconda lingua, dove ancora l’analfabetismo non era stato sconfitto. Gli echi del sessantotto tardarono ad arrivare. La TV aveva solo due canali, era in bianco e nero e non era presente in tutte le case.

Era una televisione con molti limiti culturali. Poco dissenso , molto perbenismo, e si rivolgeva alle famiglie, immaginate secondo una visione tradizionalista.Quindi niente escort in TV, niente male parole, niente vallette in vesti succinte (ancora non c’erano veline o schedine). In una parola niente eccessi, né in bene, né in male.
Eppure questa Televisione fu capace di proporre in prima serata un caposaldo della letteratura mondiale come “I Fratelli Karamazov”, non certo una lettura scorrevole a volerlo definire con ironia. Attori teatrali di prima grandezza, rispetto della trama e dei dialoghi, quasi nessuna concessione ad adattamenti e a semplificazioni più ruffiane, grande uso di primissimi piani: l’opera ebbe un ascolto medio di 5.400.000 telespettatori. (fonte dal web) . Un numero sorprendente se si considera il contesto sociale poco sopra accennato..
Il mio scritto si ferma qui. Altre parole sarebbero una mancanza di rispetto, una gaffe, un eco ridicolo e inutile al dialogo della scena che trovate di seguito:  I fratelli Karamazov (Il Grande Inquisitore, parte I di II).

giovedì 25 novembre 2010

BLUE BEARD, TO WANT, TO NEED, TO BE


BLUE BEARD, TO WANT, TO NEED, TO BE
piece drammaterapica di E. Gioacchini
diretta da E. Gioacchini e M.P. Egidi
Atelier Drammaterapia per le Risorse
Roma, 11 dicembre 2010, h. 21.00
Via Ostiense, 193

Drammaterapia: la Violenza fuori e dentro al Teatro

Quando la cronaca descrive la violenza ed il dolore della collettività ha l'implicito rischio di proporsi in veste voyeuristica, anche dove non persegua questo intento. Sono le riflessioni etiche, se contestuali, a contemperare tale effetto collaterale del diritto di informazione. Anche l'Arte del Teatro non sfugge a tale regola.
hieronymus bosch (1450-1516), particolare del giudizio universale (1504): l'inferno


"Un mese fa, ho riflettuto a lungo se fosse il caso di mettere in scena la pièce di "Blue Beard: To Want, To Need, To Be" e solo numerose riflessioni all’interno del laboratori dell’Atelier LiberaMente l’hanno salvata dalla malignità della coincidenza, dell'attualità, dallo sgomento dello "avvenuto per davvero". La scomparsa e poi la triste fine di Sarah Scazzi non poteva essere separata da quanto un laboratorio di dramma terapia va elaborando, soprattutto se quanto si lavora è così tematico." Pochi giorni fa scrivevo così sulle pagine del blog dell'Atelier di Drammaterapia, riferendomi alla cronaca del delitto di Sarah Scazzi, alla "maligna" coincidenza di un allestimento drammaterapico (il Barbablù) e vicende reali che stanno "appassionando" l'Italia della sera, ma anche del pomeriggio e della mattina... Che delitti del genere possano avvenire è dimostrato dai fatti; che siano sentore di una gioventù che ha perso i valori solo ora (sic), è tutto da vedere; che dentro di essi dorma il "mostro" che, ad esempio, l'Atelier va a a rappresentare, ha bisogno di qualche precisazione in più.
Nel l'aprile del 2001, con il mio gruppo scientifico,organnizzai presso la scuola dei miei figli (classi elementari allora) un convegno universitario sulla "Violenza Intra ed Extra Familiare". Una assise scientifica molto importante, non solo per la presenza di diversi accademici, magistrati ed agenzie impegnate nel sociale (l'Associazione Moige) e criminologhi come me, ma perchè intendeva raccogliere esperti e famiglie a discutere insieme fenomeni che hanno le loro radici nella vita di ogni giorno ed è ovvio che a questa debba essere rimandato un messaggio interpretativo ed educativo, possibilmente di prevenzione.
Pochi mesi prima vi era stato l'inquietante delitto di Erika ed Omar a Novi Ligure ed anche in quel caso tutti si erano chiesti come potesse essere accaduto qualcosa di così terrificante in una famiglia tanto "normale". Basta rileggere la cronaca accertata del duplice omicidio, quella angosciante dell'uccisione del fratellino dodicenne, per comprendere che nulla di simile può realmente accadere se non vi sono delle premesse, vuoi di ordine psicopatologico che di ordine sociale, di conflitto familiare. Ma quello che gli esperti si trovarono a discutere in quella sede scolastica (location volutamente decentrata rispetto l'accademia) fu il "pabulum" culturale di difficoltà, incomprensioni, disadattamento che spesso, senza assurgere a dignità di disturbo mentale, conduce i giovani e meno giovani a gravi disturbi del comportamento, alla asocialità e dissocialità, al crimine, alla deviazione delle condotte sessuali, dunque alla rottura di quel silenzioso patto familiare, gruppale, sociale, non redatto su carta, che garantisce i comuni intenti di vita della comunità umana. Riguardo poi alle considerazioni che desiderano vedere sempre nell'ultima generazione i disastri educazionali della precedente, con lo sdegno tipico del gap generazionale, veniva ricordato quanti e quali giovani militassero nelle "bande" ideologiche degli anni di piombo e come non vi fosse alcun disturbo di personalità a poter giustificare le stragi, in quei casi. Più volte, abbiamo dibattute su queste pagine che situano il "nostro" teatro nel sociale (da noi definito teatro "totale") che l'abitudine è sovrana in ogni aspetto della vita umana: quella che lavora per il milgioramento di tanti aspetti dell'esistenza, ma anche l'abitudine a non parlare con i figli, quella di perdere lo scandalo dell'offesa, della violenza, dell'indifferenza a non interrogarci sul pensiero di chi ci è vicino e dei suoi bisogni.

Veniano alla pièce, Bue Beard, To Want, To Need, To Be dell'Atelier. Barbablù della fiaba e Gilles de Rais storico appartengono alla categoria degli assassini seriali e, per l'ultimo dei due, non è difficile ricorrere alla nosografia di un omicida seriale organizzato, di tipo edonistico e compulsivo. Differente la storia che stà dietro lo sviluppo di un'idea omicida in un adolescente, del movente di presunta invidia ed energia rabbiosa che sembrano costituire il quadro in cui si giustifica l'assasinio di Sarah. Certo è che sia lì che nella storia di una "follia" perpetrata dal killer plurimo Gilles de Rais, vi è un contesto che in qualche modo "partecipa" il delitto con omertà, dissimulazioni, ambiguità, indifferenza, tornaconto personale e, per il killer storico, ipocrisia. Se l'opinione pubblica può approfittare di segnali così tragici per leggere le proprie paure ed appassionarsi al poker della carte giudiziarie degli incidenti probatori, delle deposizioni, crediamo che si dovrebbe utilizzare ogni "emergenza" del dolore, dell'inganno e del tradimento "a quanto si crede" per riflettere, discutere e migliorare questa umanità; perchè non diffidi di se stessa, perchè non si esalti senza conoscenza.

http://www.comunicati-stampa.net/

mercoledì 24 novembre 2010

Drammaterapia & Catarsi: verso il cambiamento

@ Director

Modificare la propria condotta in vista di un obiettivo non sempre costituisce un compito facile, anche se la posta in gioco rispetto a quel traguardo é alta e magari, sulla carta, meriterebbe ogni nostro sforzo. Questa è una realtà con cui ci incontriamo ogni giorno o quasi, nelle più differenti corcostanze. Quando la modificazione è di tipo funzionale alla situazione, prestazionale, ma senza un cambiamento strutturale nella personalità del soggetto, il risultato non possiede i requisiti di autenticità e potenza ed il valore del nostro sforzo è spesso vanificato dalla variazione anche minuscola di uno dei dati del problema che stavamo affrontando.  Un lavoro più profondo che coinvolga i nostri veri ricordi, bisogni, aspettative, timori costituisce invece un reset capace di riprogrammare progetti ed orientare le energie. Questo accade in psicoterapia, ma perfino in alcune circostanze della vita, fuori del setting, quando situazioni "limite" obbligano il soggetto ad una rielaborazione cosciente ed inconscia del proprio progetto di vita e modello della realtà.
In drammaterapia, il teatro ha questa potenza di lavorare con il "come se", svegliandolo dal letargo dello spettacolo in poltrona, come da quello immanente del sintomo, del conflitto, del lapsus e obbligare il soggetto a confrontarsi con quanto inevaso, dissimulato, nascosto e persino negato. A farci personaggi ed interpreti. Allora le prove d'autore della personalità alle prese con le più svariate situazioni divengono innumerevoli e senza finale scritto, si modulano sul momento storico ed individuale della persona, approdano ad adattamenti nuovi e fino ad allora inespressi. In questo senso il teatro usato in drammaterapia possiede un ruolo di elemento transizionale, che accompagna, quale testimone (il setting, il gruppo, il director, il pubblico), il soggetto verso la verifica di possibili cambiamenti. L'aspetto catartico di questo lavoro risiede proprio nella ridefinizione di pensnieri ed emozioni difronte allo spettacolo della propria rappresentazione: come non la si immaginava, come si ha il coraggio di usare, come praticabile da quel momento in poi e, soprattutto, come s'impone ora nuova alla nostra coscienza.

Vigilia e prassi drammaterapica per una piece

@ Director

Alla stessa stregua di una convention politica, dove giocano sino all'ultimo speranze, ideali e strategie, anche questo Atelier si prepara  a performare "impudicamente" quanto lavorato. Ago e filo sui costumi di scena , prove estenuanti a mediare tra dentro e fuori, ed infine attori, a volte strapazzati, gettati su un palco a rappresentarsi. Tutto questo mentre una veste troppo corta di  Barbablù o della sua sposa lasciano intravedere la nudità di un lavoro giocato oltre l'interpretazione ed affidato al processo drammaterapico. Il resto è aneddoto, quel mix che la parola greca (anékdotos), all'origine, contiene come inedito e segreto. "Inedito" perchè ogni gruppo ed ogni partecipante porta la ricchezza specifica della sua individualità e come gioca nel lavoro gruppale e "segreto" per quanto attiene al lavoro dell'inconscio al servizio dell'Io.

lunedì 22 novembre 2010

Cosa c’entra il processo drammaterapico con il concetto di specie bandiera e con l’istrice nostrana?

@ Maria Pina

La curiosità di Rebecca costa cara alla protagonista della nostra favola, mentre trasforma noi, frequentatori dell’Atelier di Drammaterapia per le risorse 2010, in esploratori e in commentatori di concetti che obiettivamente non si affrontano tutti i giorni.
Nobile attività del pensiero superiore quella di non sottrarsi mai agli stimoli estemporanei che provengono dal tavolo attorno al quale Director, assistente e attori riflettono sul tema centrale della piece e sulle sue implicazioni che, a un certo punto della giornata di domenica, ci hanno portati a parlare dell’istrice nostrana, ma anche di radici, di identità e di cultura tradizionale.

Vorrei sottolineare come questa prontezza nella reazione e questa partecipazione immediata ad affrontare un tema insolito che , a prima vista, non sembrava collegato alla illustrazione tecnica del lavoro teatrale, sia una potenzialità da sviluppare, da coltivare, un prezioso dono/risultato dell’attività dell’Atelier.
Permettetemi di aggiungere la mia personale soddisfazione nel sentire che l’argomento del mio dottorato di ricerca (la relazione tra natura e cultura locale) sia un argomento stimolante che si presta a essere affrontato e approfondito anche in una situazione tanto lontana (ma forse non così tanto) dal mio consueto campo di azione.
Hystrix cristata , questo il nome scientifico dell’istrice, è un elemento consueto della nostra fauna. A rigore non si può definire una specie protetta, bensi “una specie naturalisticamente rilevante”. Potete trovare qui  un buon complesso di notizie su questo animale e togliervi alcune curiosità. Per esempio, perché si dice erroneamente che l’istrice lanci i propri aculei verso una potenziale minaccia.
Come vi sentireste se un giorno il Colosseo crollasse? O se San Pietro fosse danneggiata ? Chi tra voi ricorda la propria reazione personale quando un folle, negli anni 70 , sfregiò la Pietà di Michelangelo? Sicuramente, vi sentireste addolorati, derubati, monchi…eppure un evento del genere, probabilmente, non cambierà la vostra salute, non vi toglierà il pane di bocca, non cambierà la vostra famiglia. Ma sicuramente procurerà uno scossone alla vostra identità, al vostro essere romani, al vostro senso di appartenenza a una città, a una cultura, a uno stile di vita. Cambierà il sapore dei vostri ricordi, orienterà i vostri gusti e avrà ripercussioni sul gruppo e sull’individuo. Così dovremmo sentirci quando una specie consueta nei nostri ambienti è in pericolo, diminuisce o non viene più avvistata.
A volte, una specie particolarmente legata a un luogo viene utilizzata come elemento simbolico per comunicare in maniera immediata ed efficace la necessità di tutela di un intero ecosistema: diventa così una “specie bandiera” , capace di catalizzare attenzione a tutti i livelli su un problema più generale. Le nostre radici individuali, quelle più vere, affondano in questa commistione di elementi naturali e simbolici. Esse non sono impedimenti all’esplorazione e alla ricerca, ma ancore che ci tutelano contro la deriva e ci permettono di allargare i nostri rami verso il mondo esterno e di allungarli verso il cielo. Vi osservo dalla mia posizione di assistente e interagisco con voi come attrice, ma il biologo che è in me esce sempre fuori. Siamo un nucleo ad alto tasso di biodiversità: tante storie personali, tanti caratteri, tanti modi di essere presenti o , a volte, “diversamente presenti”.

Barbablù in Drammaterapia, 11 dicembre, pièce in quattro atti di E. Gioacchini

Blue Beard, dicembre 2006, Atelier Drammaterapia Liberamente


Questo 11 dicembre, in scena a Roma, il “Barbablù” dell’Atelier di Drammaterapia LiberaMente, riduzione drammaterapica della favola di Barbablù di J. Perraul, ispirata alle gesta eroiche e sciagurate di Gilles de Rais. L’opera è scritta e diretta dal criminologo, psichiatra e drammaterapeuta Ermanno Gioacchini, con la co-regia di Maria Pina Egidi ed è stata allestita nel contesto del corso di drammaterapia per le risorse per gli allievi del primo anno dell’Atelier. L’evento avrà luogo presso la Scuola di Musica e Multimedia VideoAmbiente (quartiere Ostiense).

Blue Beard: To Want, To Need, To Be:Tutta la pièce è costruita su tre tematiche fondamentali: il rapporto dell'individuo con il Destino, l'influenza parentale su quest'ultimo e la relazione con l'oscuro. Esse si affacciano costantemente nei dialoghi tra i personaggi, in modo diretto, ma pervadono comunque sempre l'opera attraverso l'uso simbolico, materico o interpretativo, delle scene. Attraverso gli intesi dialoghi degli attori nasce un nuovo racconto, capace di condensare storia, leggenda e motivi psicologici dell'umano. Già nel prologo, avviene un sovvertimento inquietante: questa volta a narrare la fiaba sono una bambina ed una giovinetta agli adulti in sala: il rovesciamento nella committenza sta a simboleggiare il ritorno del mito alla sua origine, lì da dove è scaturito, dalla vicenda umana che ha tradotto in racconto epico, in favola, una realtà ancor prima condivisa. Ed ancora questa ora collude nello scambio delle parti tra le due piccole narratrici ed il pubblico. Le bambine sono vestite dello stesso abito (un tubino bianco strisciato con un motivo alla Mondrian) che nel prosieguo della piece indosseranno anche le tre interpreti dell'ultima moglie di Barbablù: intuibile simbolo di destini che debbono diventare consapevoli per davvero sottrarsi all'epilogo della storia. Lo spazio tra interprete e spettatore è sin da questo inizio annullato, capovolto rispetto alla logica razionale: il vero spazio, semmai, sarà quello superato o reso grande dalle resistenze identificative sollecitate in sala.
"I miti ci guardano costantemente e noi dobbiamo riuscire a sostenerne lo sguardo" afferma Hilmann; bisogna riconoscerli dietro le maschere dei nostri modelli di funzionamento sociale e privati, oltre i nostri desideri, più avanti del concetto di “curiosità” che il testo letterale di Perrault celebra quale movente all’infrazione, oltre l’uscio di quella porta. L’autore della drammaturgia, scandaglia dentro la conosciutissima ed inquietante fiaba, le tematiche del perturbante che dormono silenziose in una parte di umanità tra noi, che comunque tutti partecipano da attori o spettatori, come la cronaca costantemente ci mostra. Il criminologo E. Gioacchini sembra poter dire che per il Gilles de Rais storico, probabilmente, non vi sarebbe stato molto da fare e persino Barbablù, alla mantenuta promessa della sua sposa, forse avrebbe dato corso all'ennesimo delitto. Ma dentro la storia di un vero omicida seriale, favolesco, come nella fiaba di Perrault o storico nel personaggio di Gilles de Rais, la pièce ha preso in prestito la loro vera "follia", per leggervi i simboli e la trama di un incontro tra partner ed il timore di non essere amati; la discussione sul corredo di quanto un amante porta all'altro nell'unione d'amore e nella potenziale distruzione del sogno; l’ipocrisia. che traveste di signori e signore i mostri che sono nell’umanità, ma anche la coscienza comunque pronta al risveglio, e, nell’amore, al rapimento senza delitto dell’anima.

L'evento performativo è gratuito ed offerto dall'Atelier di Drammaterapia Liberamente. Obbligatoria la prenotazione a dramatherapy@alice.it o al numero 3403448785.

domenica 21 novembre 2010

Drammaterapia: officina attraverso storie diverse

Una rassegna di foto dei lavori e dei laboratori degli ultimi cinque anni. Molte delle foto (iniziali) appartengono al Blue Beard di qualche dicembre fa...storia diversa, per stesso soggetto, approdi differenti. Dietro ogni fotogramma l'istantanea del processo che era in atto. Ora tocca a questa compagnia scriverne un altro sul palco. Director

venerdì 19 novembre 2010

Drammaterapia: Barbablù, Prologo, la fiaba


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PROLOGO

UNA PRIMA BAMBINA ENTRA IN SCENA, DAL FONDO DELLA PLATEA A SINISTRA, PER LA LETTURA DELLA FIABA, FACENDO DEI LUNGHI E TORTUOSI PERCORSI TRA GLI SPETTATORI E LASCIANDO CADERE UNA TRACCIA DI CARAMELLE PRESE DA UN SACCHETTO CHE HA CON SE. DOPO SETTE SECONDI, UNA SECONDA BAMBINA LA SEGUE –È PIÙ PICCOLA DI ETÀ. LA PRIMA BAMBINA RAGGIUNGE IL PROSCENIO, IN POSIZIONE CENTRALE. ANCHE QUEST’ULTIMA, APPENA RAGGIUNGIUNTA LA PRIMA, LA OLTREPASSA E LASCIA CADERE DELLE CARAMELLE, DISPONENDOSI QUALCHE METRO LONTANO DALLA PRIMA BAMBINA, PIÙ IN INDIETRO, SULLA SINISTRA. LA PRIMA BAMBINA, DOPO AVER RECITATO LA PRIMA PARTE DELLA FIABA, PARTENDO DA UN LENTO CAMMINARE, INIZIA UNA DANZA (M2 VIVALDI - THE FOUR SEASONS "WINTER" / LE QUATTRO STAGIONI "L'INVERNO", GIULIANO CARMIGNOLA). LA SECONDA BAMBINA, TERMINATA LA FIABA, SI UNISCE ALLA PRIMA. ENTRAMBE ESCONO DI SCENA TENENDOSI PER MANO, MIMANDO DI DIALOGARE TRA LORO E TORNANDO SUI LORO PASSI D’INGRESSO.
1° Bambina - C'era un a volta un uomo tanto ricco quando brutto. Egli possedeva palazzi in città, ville in campagna, scuderie piene di cavalli, forzieri colmi di monete d'oro, ma aveva la barba blu, una barba che gli dava un aspetto così terribile che tutte le ragazze scappavano non appena lo vedevano. Aveva già chiesto la mano di parecchie fanciulle, poiché desiderava sposarsi; ma tutte lo avevano rifiutato. Tuttavia egli non si stancava e continuava a cercare moglie. (...)
1° Bambina - Hai adoperato la chiave che ti avevo proibito di usare? Vuoi restituirmela, ora? La ragazza porse la chiave con mani tremanti, e Barbablù vide subito che era macchiata. - Perché c'è del sangue su questa chiave?
2° Bambina - Proprio non lo so…
1° Bambina - Ebbene, lo so io! (gridò ferocemente l'uomo) Tu mi hai disobbedito e sei entrata nello stanzino. Perciò vi ritornerai, e questa volta per sempre, perché io ti taglierò la testa e ti metterò a fianco delle altre donne che furono curiose come te.
2° Bambina - La povera ragazza a quelle parole divenne pallida come una morta e si buttò in ginocchio: - Perdonatemi! (singhiozzo) Io non lo dirò a nessuno ciò che ho veduto.
1° Bambina - Tutte le donne sono pettegole così come sono curiose; solo quando ti avrò tagliato la testa, sarò veramente sicuro che non parlerai.
2° Bambina - Vi prometto che vi obbedirò sempre! Vi prometto che non dirò una sola parola.
1° Bambina - (Barbablù ridendo sgangheratamente, disse) Ti ho veduto alla prova! E adesso sono stanco di ciarle: vieni con me perché la tua ultima ora è suonata.

 segue esegesi critica del testo (...)

Tutta la piece è costruita su tre tematiche fondamentali: il rapporto dell'individuo con il Destino, l'influenza parentale su quest'ultimo e la relazione con l'oscuro. Esse si affacciano costantemente nei dialoghi tra i personaggi, in modo diretto, ma pervadono sempre l'opera attraverso l'uso simbolico materico o interpretativo delle scene. Il prologo è l'inizio della storia, la narrazione della fiaba, un racconto capace di condensare storia, leggenda e motivi psicologici dell'umano, che, questa volta è letta da due bambine agli adulti. Il rovesciamento nella committenza del dato sta a simboleggiare il ritorno del mito alla sua origine, lì da dove è scaturito, dalla vicenda umana che ha tradotto in racconto epico, in favola, una realtà condivisa. Ed ancora questa, ora è condivisa con uno scambio delle parti tra narratore (due bambine) ed ascoltatore (il pubblico). Le bambine sono vestite dello stesso abito (un tubino bianco strisciato con un motivo alla Mondrian) che nel prosieguo della piece indosseranno le tre interpreti dell'ultima moglie di Barbablù: intuibile simbolo di destini che debbono diventare consapevoli per davvero sottrarsi all'epilogo della storia. La scelta delle narratrici è al femminile in questo inizio (poi cambierà lungo la piece), proprio a significare la lettura della vicenda attraverso il vissuto di Rebecca (così è stata chiamata), l'ultima moglie di Barbablù, scampata "fortunatamente" al proprio destino. L'azione delle due piccole interpreti (la seconda più piccola della prima perchè sia enfatizzato il concetto di percorso vitale all'interno della storia) inizia tra gli spettatori, lì dove la vicenda ha potenziale svolgimento (quante Rebecche tra loro), ingenuo travestimento (quanta finta realizzazione), subdolo mascheramento (quale oscuri segni). Proprio questa partenza dal luogo delle origini, questa umanità seduta che ascolta ed osserva quanto avviene, con l'impotenza e la contestuale possibilità di cambiare, istruisce di senso l'apertura del prologo. Le due bambine camminano tra il pubblico, come a sorgere tra quello, dall'infanzia mitica, misteriosa e fertile insieme del gruppo umano riunito. Lo spazio tra interprete e spettatore è sin da questo inizio annullato, capovolto rispetto alla logica razionale: il vero spazio sarà quello annullato o reso grande dalle resitenze identificative, semmai. Esse procedono, lasciando dietro di loro una traccia, delle caramelle, dei segnali per un possibile ritorno, che vedremo sarà poi negato. Sono segni di zucchero, dolci come l'età dell'infanzia, come quell'ideale del bambino/purezza/ingenuità/incanto che esiste celebrato in ogni cultura, laica o religiosa. E tuttavia, destinato ad essere sconvolto (l'deale) dal fisiologico passaggio verso il disincanto delle successive età dell'uomo. Nel momento del ritorno, dopo la lettura della fiaba, e la danza della vita sulle note del "traumatico" inverno di Vivaldi, i segnali a terra saranno stati mossi o perduti, resteranno forse nascosti dietro l'ombra più pesante dell'esistenza che, seduta, le osserva, che poco può fare perchè ogni pericolo sia scongiurato. L'epifania di possibili tragedie o speranze è tutta lì, è annunciata, nella forza del ritorno o forse quella, più potente, dell'esplorazione di altri universi, destini possibili.

giovedì 18 novembre 2010

Drammaterapia e Biliardo: "...e il gioco si porta via, rotolando la vita mia"

 @ Bleu


Il Gioacatore di Biliardo
di Angelo Branduardi

Soltanto l'erba sull'altopianoverde un po' di più/ ma non c'è da pensarci su/ non c'è da stenderci su la mano/ cercando di capire/ qual'è il punto dove colpire/ tic-tac tic-tac/ per ogni geometria/ tic-tac tic-tac/ ci vuole fantasia/ C'e una luce che luna non è/ in un buio che notte non è/ e una voce che voce non è/ che non parla ma parla di me/ D'improvviso mi brucia la mano/ l'aria verde del panno sul piano/ tic-tac/ ed il gioca si porta via/ rotolando la vita mia/ Ecco perchè si trattiene il fiato/ finchè si resta giù/ e per sempre vuoI dire mai più/ tic-tac tic-tac/ per ogni geometria/ tic-tac tic-tac/ ci vuole fantasia/ C'e una luce che luna non è/ in un buio che notte non è/ e una voce che voce non è/ che non parla ma parla di me/ e di colpo mi sfiora la mano/ l'erba verde di questo altopiano/ tic-tac/ ed il gioco si porta via/ rotolando la vita mia

DRAMMATERAPIA E BILIARDO

Il gioco del biliardo costituisce una formidabile metafora di come funzioniamo, tra dentro e fuori come in quasi tutte le cose della vita, comprende variabili controllabili, non sempre controllabili, ed alcune del tutto casuali; ha a che fare con abilità apprese, su attitudini innate e fattori psicologici che possono lavorare verso il successo o solo verso una “sponda”. La palla che ti si mette di traverso alla tua strategia di tiro condiziona la tua abilità, ma allo stesso tempo quella che casualmente colpita aggiusta il tiro e manda la tua in buca…non era stata prevista! Ma c’è un aspetto più particolare di cui desidero parlarvi ed è l’affollamento della palle sul tavolo e dentro la buca.

Il nostro sforzo di dirigerle sul tavolo perché entrino in buca è mirato e funzione di quanto abbiamo detto; potenza del tiro, angolatura dello stesso, punto di impatto della stecca sulla palla, ostacoli sul percorso, gioco delle sponde. Ed oltre che giusto a volte è invece ingrato il nostro tentativo di sentirci totalmente potenti nel condurre il gioco.
 Ma sotto il tavolo, dentro la buca, tutte le palle vivono lo stesso destino di essere guidate in quel luogo oscuro, le più fortunate e le ultime e lì avviene una cosa particolare che segue le leggi del caos e che, tuttavia, ha una regola principale non derogabile. Non sappiamo quali palle  e come si dispongano, ma sicuramente i punti di contatto tra esse, in un luogo accalcato di ospiti, ogni volta potrà variare dietro la spinta dell’ultima. Tutte dovranno rivedere i loro rapporti, i loro indirizzi e rubriche di contatto! Un ennesimo elemento rifarà riconfigurare l’intero sistema, le palle “gireranno” senza appartenere a nessun proprietario turbato, e troveranno finalmente molte volte una loro collocazione. Nell’inconscio, un fatto non rimane mai isolato dall’intero sistema e persino il linguaggio onirico ci dimostra questo, attraverso la sua apparente produzione “folle”. E' nella realtà che noi ci lusinghiamo di creare scaffallature ermetiche.

Un insight che si leghi ad una operazione interna importante finirà per determinare, come affermava Erickson, una serie di cambiamenti fuori “a cascata”, persino tra soggetti diversi. Nessun compartimento stagno nel mondo dell’inconscio, come nessuna differenza tra effettivamente avvenuto o solamente fantasticato, tra presente, passato e presentimento futuro. Le "palle" del nostro destino ruotano costantemente con la possibilità (solo se la cogliamo) di riconfiguare la nostra esistenza e dirigerla differentemente. E tornando sulla superficie del nostro “tavolo”, varranno a questo le abilità, la  motivazione ed l'attenzione, ma anche il gioco imprevedibile e creativo di quanto non riusciremo mai a sapere prima. Nel processo drammaterapico tutto lavora come su quel tavolo ed il risultato è costituito da quella stessa partita. Tutte le partite lavorano nel senso di migliorare il giocatore e di non misurarlo mai con l’euforia o lo smacco di un singolo risultato.